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Giovanni Semi è sociologo presso l’Università di Torino, esperto negli studi riguardanti in particolare le trasformazioni urbane, un fenomeno che riguarda ormai vari ambiti, non soltanto architettura e design ma anche la sfera dei social network e l’utilizzo che le persone ne fanno per costruire una retorica della bellezza sempre più dominante, dove la sfera dei consumi viene consultata quotidianamente per stare al passo dei tempi. Ma cosa si nasconde dietro questa ricerca incessante del bello, e quale ruolo dovrebbe assumere la politica dentro queste trasformazioni? Perché il costo sociale di tutto questo è enorme, oltre che sempre più evidente; e a pagarlo, sono sempre gli stessi, i ceti più poveri, confinati in periferie che mancano di spazi pubblici, di servizi rivolti all’intera comunità. Mentre chi può permettersi i nuovi standard estetici delle città vive un’altra vita, distante in ogni senso. Di questo parla il suo ultimo libro, dal titolo È il capitalismo, bellezza! L’estetica all’assalto delle città (Einaudi, pp. 184, euro 18).
Professor Semi, come è cambiato il concetto di bellezza in questo primo quarto di secolo?
Si è molto generalizzato, è divenuto molto più vago, mentre nel Novecento era il terreno di caccia per chi si occupava d’arte, di estetica in genere, anche se poi il tema è stato sempre popolare, se una cosa sia bella o no. Ma la bellezza in quanto tale era molto professionale, aveva un esito specialistico nel Novecento. Poi negli ultimi trent’anni qualcosa è accaduto: da un lato la cultura digitale, con la sua capacità esplosiva di polarizzare alcuni dibattiti, e questo ha diffuso un elemento comunque cruciale, quella trasformazione che nel libro chiamo “singolarizzazione”, recuperando il pensiero del sociologo tedesco Andreas Reckwitz.
In cosa consiste?
Nel fatto che noi abitanti, esseri umani, esigiamo ormai esperienze sempre più singolari, individuali, uniche, tecnicamente possibili in virtù di una cultura digitale dei social supportata da un certo capitalismo che le ruota attorno, producendo esperienze di vita in cui crediamo di essere unici. In questo magma di singolarità, ci siamo convinti che questa vita unica debba anche essere bella, e che la bellezza sia soft, attutita, “calda”, piacevole.
Cosa si intende dunque per “capitalismo estetico”?
Non è una novità: si tratta di un processo in corso dagli anni ’70, variamente definito, non più caratterizzato solo dalla produzione di beni materiali, tipica del capitalismo novecentesco, ma affiancato da un’enorme produzione di beni immateriali, che dagli anni ’70 coinvolge la comunicazione, la moda, le immagini, le esperienze digitali, che non hanno necessariamente bisogno di un prodotto fisico costruito in una fabbrica da uomini o da robot, ma di essere fortemente comunicative e quindi estetiche, e che con il digitale hanno visto un’ulteriore espansione. Questo è il capitalismo estetico: non più prodotti singolari e singoli che ci chiedono di acquistare, ma una dimensione sempre più estetizzata di cui vogliamo anche la comunicazione, la narrazione su quell’oggetto, l’esperienza per l’appunto estetica. Tutto deve essere raccontato, e avere un suo lato molto studiato nel suo apparire.
In questo senso il libro fornisce non pochi esempi…
Penso tra gli altri alle singolari esperienze culinarie. In quelle pagine scrivo che se mio nonno fosse nato adesso, con la sua testa otto-novecentesca, in un ristorante non saprebbe come orientarsi: forse dovrebbe tirare fuori la vecchia macchina fotografica prima di mangiare... Questo racconta cos’è il capitalismo estetico, perché non sto andando in quel ristorante a mangiare quel piatto, ma a fare un’esperienza che mi sento in dovere di comunicare, alimentando questo gioco collettivo di produzione estetica, frutto di una trasformazione che dura ormai da mezzo secolo.
Nel sottotitolo viene utilizzata la definizione di “assalto alle città”.
Sì, un tema che affronto nel terzo capitolo, secondo me la parte più dura e dolorosa del libro, figlia di vent’anni di studi che ho portato avanti sulla gentrification. Si tratta di un assunto molto semplice: gli attori pubblici hanno smesso di produrre servizi pubblici, non è più il loro obiettivo: ora siamo a luglio, fa caldo, ma non ci sono più piscine pubbliche gratuite. Però quello che sembra tenere buoni gli abitanti delle periferie è invece il concorso per il graffito di frontiera sul muro, o ridisegnare la pensilina degli autobus (quando c’è); operazioni di maquillage per dare l’impressione che la cittadinanza possa essere domata, calmata, facendo qualcosa in un’ottica esclusivamente estetica.
Non è così?
No. Chiunque abbia mezza giornata da trascorrere in qualsiasi ambiente cosiddetto periferico non troverà dei selvaggi, ma esseri umani che chiedono reddito, lavoro, servizi; se poi arriva anche il murales dell’artista di turno ben venga. Ma i primi bisogni sono avere un tetto sulla testa, del cibo a tavola, le bollette da pagare, progettare una vacanza estiva. C’è quindi un doppio gioco, tra estetica ed etica, che crea molte delle conflittualità presenti nelle zone periferiche, un grido di rabbia che cresce da decenni, contro la retorica del “dobbiamo tornare nelle periferie”, a cui rispondono “non dovete tornare, state pure in centro ma dateci i servizi primari”. Poi, se avanzano, anche le cose belle.
Compressi tra questo tipo di accelerazione sociale, e un costante avanzamento tecnologico, quale futuro, anzi quale presente attende le nuove generazioni?
Bisogna distinguere tra chi è giovane adesso e chi lo sarà tra cinque-dieci anni, perché il cambiamento è in corso adesso, in queste ore, e chi è coinvolto nel turbine della trasformazione solitamente non è in grado di dire come o quale sia la scelta da fare. Molti lavori stanno scomparendo, o scompariranno, ed essere giovani ora è una situazione piuttosto complicata, la più complicata per gli esseri umani dalla fine del secondo dopoguerra. Poi, tra cinque-dieci anni molte cose saranno risolte, non dico in bene, ma lo scenario sarà più interpretabile. Essere giovani oggi implica la logica dello scontro generazionale, ti viene chiesto di rendere il mondo migliore con una mano, ma con l’altra ti escludono dal mondo del lavoro: la precarietà è la costante però continuano a dirti “tocca a te”; ma ti dicono anche “non possiamo darti lo spazio di cui avresti bisogno per prendere delle decisioni”. Una fatica non da poco.























