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Se il centro storico custodisce la memoria monumentale della città, le periferie conservano quella produttiva, fatta di fabbriche, magazzini, infrastrutture e luoghi del lavoro che hanno accompagnato la crescita di Roma nel Novecento. È da questa consapevolezza che nasce il percorso artistico di GAU- Galleria d’Arte Urbana – un progetto a cura di Alessandra Muschella che fa dell’arte uno strumento per preservare la memoria degli spazi urbani e restituirla alle comunità attraverso nuovi linguaggi. Tra gli ultimi interventi realizzati, c’è quello a Montespaccato (Roma). Qui, a giugno, presso il Centro Culturale Ex Campari, è stata inaugurata la nuova opera muraria realizzata nell'ambito del progetto promosso dall'Associazione Culturale Progetto Goldstein. Si intitola “Distrattamente mise Depero su tela” ed è firmata dallo street artist Kenji De Angelis.
Come è nato il progetto del murale dedicato a Fortunato Depero e che relazione costruisce con il luogo che lo ospita?
Non conoscevo quello spazio prima della commissione. Ho fatto un sopralluogo qualche mese prima dell'inizio dei lavori e me ne sono innamorato. Mi ha colpito la struttura, ma soprattutto il fatto che fosse diventata un polo culturale. Appena arrivato sono entrato a visitare gli spazi, la libreria, ho cercato di capire cosa rappresentasse quel luogo oggi. Ho notato subito una differenza rispetto ad altri quartieri di Roma. Io sono originario della zona Monte Mario-Balduina, nei quartieri più vicini al centro spesso prevale una certa indifferenza tra le persone. A Montespaccato, invece, mentre osservavo la parete, diverse persone si sono avvicinate per chiedermi cosa stessi facendo. C'è una maggiore attenzione verso chi vive e lavora nel quartiere. Durante i giorni del cantiere ho conosciuto commercianti, bibliotecari, consiglieri municipali e tanti abitanti. Mi interessava capire non solo il rapporto tra Depero e Campari, ma anche il significato che quella fabbrica – la Ex Campari - aveva avuto per chi l'aveva conosciuta e vissuta. Ho raccolto i racconti di figli di operai che ricordavano una realtà capace di dare lavoro a molte famiglie e di rappresentare un punto di riferimento per l'intero quartiere.
Ci sono esempi di periferie dove le fabbriche abbandonate sono state trasformate in poli culturali. Quanto è importante questo passaggio?
Per me è fondamentale. Mi piace quando un edificio industriale trova una nuova vita attraverso la cultura. Da artista è una trasformazione che considero molto significativa: si passa da un luogo dedicato alla produzione materiale a uno spazio dedicato alla produzione di idee, relazioni e conoscenza. Molte fabbriche rappresentano oggi esempi di archeologia industriale e, allo stesso tempo, testimonianze di crisi economiche e abbandono. Restituire loro una funzione culturale significa salvarle e restituirle alla comunità. Purtroppo non accade ovunque, ma quando succede il beneficio è evidente.
Quanto conta il rapporto tra arte urbana e periferia?
Credo sia un rapporto molto forte. Ho l'impressione che le periferie, proprio perché meno attraversate dai flussi continui del centro storico, riescano a costruire comunità più coese. Nel centro spesso prevale una fruizione veloce degli spazi: si lavora, si passa, si riparte. In periferia, invece, le persone tendono a conoscersi di più, collaborano e partecipano maggiormente alla vita del quartiere. È un fenomeno che ho osservato in molti progetti. Le politiche sociali e culturali trovano spesso terreno fertile proprio dove esiste una comunità che sente quei luoghi come propri.
Oggi assistiamo a un capovolgimento totale della prospettiva: forme di espressione un tempo considerate uno “sfregio”, come graffiti e street art, oggi vengono esplorate come strumenti di rigenerazione urbana. Come lo interpreta?
Credo sia un'evoluzione naturale. Anche il mondo della produzione di graffiti nasceva da piccole comunità molto unite. Certo, esistevano rivalità e dinamiche territoriali, ma era comunque un ambiente fatto di relazioni. Molto spesso è proprio da contesti privi di stimoli, o segnati dal disagio, che nascono le forme artistiche più interessanti. Col tempo quel linguaggio è stato riconosciuto, valorizzato e oggi contribuisce a trasformare positivamente interi quartieri.
Parliamo di Fortunato Depero e dello stretto rapporto con Campari, che generò l’inconfondibile bottiglietta, oltre a iconiche campagne pubblicitarie.
Sono da sempre un grande appassionato del Futurismo. Utilizzo spesso la sintesi delle forme, i colori e la costruzione geometrica dello spazio tipici di quel linguaggio. Naturalmente mi sento molto distante dalle idee politiche di Depero e ritengo importante sottolinearlo. Ma sul piano artistico, resta un innovatore straordinario. Apparteneva alla seconda generazione futurista e, nel corso della sua carriera, si allontanò progressivamente dagli aspetti più ideologici del movimento, sviluppando una ricerca sempre più personale. Nei suoi scritti sosteneva che la pubblicità sarebbe diventata l'arte del futuro. Ed è esattamente quello che accadde: collaborò con importanti riviste internazionali e, dal 1932, con Campari, realizzando quella celebre bottiglietta del Campari Soda diventata un'icona del design italiano.
Perché ha scelto proprio quel soggetto per il murale?
Sicuramente per il mio interesse verso Depero e il Futurismo, ma anche per un ricordo personale. Da bambino ero affascinato dalla forma della bottiglietta del Campari Soda. Quando rimanevano vuote, le recuperavo e le utilizzavo per preparare i colori ad acquerello. Era un oggetto nato per gli adulti, ma per me era diventato uno strumento creativo. Evocare quella bottiglia nel murale è stato anche un modo per raccontare il rapporto che, all'inizio del Novecento, esisteva tra artisti e imprese. La grafica pubblicitaria di quel periodo era un vero terreno di sperimentazione artistica.
Pensa che oggi il rapporto tra arte e pubblicità sia cambiato?
Moltissimo. In passato la pubblicità richiedeva uno studio, una ricerca e una costruzione narrativa molto più articolati. Oggi viviamo immersi in una comunicazione rapidissima, alimentata dai social network e, sempre più spesso, anche dall'intelligenza artificiale. L'attenzione si è spostata verso messaggi immediati, costruiti per essere consumati in pochi secondi. Un tempo la pubblicità cercava di convincerti anche attraverso il valore estetico; oggi è spesso uno dei tanti stimoli che scorrono davanti ai nostri occhi.
Il suo lavoro si inserisce nel progetto GAU – Galleria d'Arte Urbana. Che esperienza è stata?
Ho avuto il piacere di collaborare con GAU in diverse occasioni, anche per il progetto artistico dedicato alla valorizzazione delle campane del vetro in vari quartieri di Roma. L'aspetto che più apprezzo è il loro modo di lavorare sul territorio. Coinvolgono abitanti, commercianti, associazioni e istituzioni, costruendo ogni intervento insieme alla comunità. A Monte Spaccato, ad esempio, l'inaugurazione del murale è stata accompagnata da uno spettacolo teatrale nel bar del quartiere e da una mostra organizzata con il Polo Culturale. Sono iniziative che dimostrano come l'arte possa diventare occasione di incontro. Nutro grande stima per il lavoro che svolgono. Operare nel Terzo Settore oggi è complesso, eppure riescono a creare progetti che restituiscono fiducia nel futuro e mostrano quanto la cultura possa incidere concretamente sulla vita dei territori.
























