1969 - La strage di piazza Fontana
Sono le 16.37 di venerdì 12 dicembre 1969, è una settimana particolare per Milano, si sono appena festeggiati Sant’Ambrogio e l’Immacolata, e il Natale si avvicina. La sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana è piena, sono soprattutto agricoltori della provincia. In un secondo un boato cambia tutto, sono i 7 chilogrammi di tritolo nascosti all’interno di una valigetta nella grande sala centrale. Il bilancio è 17 morti e 88 feriti, ma oltre al dolore per la perdita di 17 vite il sentimento prevalente è il terrore. Sì perché quello di Piazza Fontana non è un episodio isolato in questo venerdì prenatalizio: una seconda bomba viene rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. La borsa viene recuperata ma l'ordigno, che può fornire preziosi elementi per l'indagine, è fatto brillare dagli artificieri la sera stessa. Una terza bomba esplode a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collega l'entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, altre due sono esplose a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una davanti all'Altare della Patria e l'altra all'ingresso del Museo centrale del Risorgimento, in piazza Venezia. I feriti a Roma sono in tutto 16. Per l’attentato viene accusato immediatamente l’anarchico Giuseppe Pinelli, che dopo 3 giorni di interrogatori precipita misteriosamente dal quarto piano della questura, ma ben presto si capisce che è una strategia dell’estrema destra, aiutata da servizi segreti deviati, di creare tensione nel Paese. Una strategia che durerà anni e che provocherà centinaia di morti. A questo clima risponde la Cgil che riempie piazze e luoghi di lavoro per affermare la democrazia, come risposta diretta alle intimidazioni. Sono le masse operaie, gli antifascisti, tutte le forze democratiche che devono dire basta alle provocazioni, ai tentativi eversivi; che debbono con la più ampia unità democratica e popolare e nel sostegno delle istituzioni repubblicane, fermamente assicurare la difesa e lo sviluppo del regime democratico. Ma questo clima porta anche all’unità sindacale, con le tre sigle confederali unite nel convocare gli scioperi generali e manifestazioni unitarie per difendere le istituzioni repubblicane. Luciano Lama, diventato segretario nel marzo del 1970, pone come priorità assoluta la creazione di una "barriera invalicabile" tra i lavoratori e i terroristi, sia di estrema destra che di estrema sinistra, per evitare che le lotte sindacali venissero strumentalizzate.
1970 - Lo Statuto dei lavoratori
Il 20 maggio 1970 entra in vigore una legge destinata a cambiare per sempre i rapporti di forza nelle fabbriche italiane: lo Statuto dei lavoratori. Nasce al termine di una stagione lunga e turbolenta: il boom economico ha moltiplicato produzione e occupazione, ma anche ritmi, disuguaglianze e tensioni. Nelle grandi fabbriche del Nord si concentrano migliaia di operai, molti arrivati dal Sud; la crescita della meccanizzazione e del lavoro a cottimo non fanno che aumentare il divario tra i lavoratori. È in questo scenario che, tra il 1968 e il 1969, esplode l’autunno caldo: scioperi, assemblee, nuove forme di partecipazione che mettono in discussione non solo l’organizzazione del lavoro, ma l’idea stessa di cittadinanza dentro l’impresa. La Cgil si misura con questa spinta dal basso cercando di darle forma e direzione. Lo Statuto, elaborato anche grazie al lavoro di giuristi come Gino Giugni e all’impegno politico di Giacomo Brodolini, si presenta come un ponte tra Costituzione e realtà quotidiana. Nei suoi sei titoli prende forma un’idea semplice e radicale: il lavoratore non perde i propri diritti entrando in fabbrica. Viene tutelata la libertà di opinione, viene riconosciuto il ruolo del sindacato nei luoghi di lavoro, si introducono strumenti di partecipazione come assemblee e rappresentanze aziendali. Tra le norme più incisive c’è quella che interviene sui licenziamenti illegittimi, imponendo la reintegrazione nel posto di lavoro. Ma il significato dello Statuto va oltre i singoli articoli. Per la prima volta si stabilisce che l’impresa non è uno spazio separato dalla democrazia, bensì uno dei luoghi in cui essa si esercita. Nient’altro che lo spirito dell’articolo 3 della nostra Costituzione. Gli anni successivi sono quelli della difesa e dell’attuazione di quei diritti, mentre il quadro economico comincia a cambiare. La crisi petrolifera, l’inflazione, la ristrutturazione industriale aprono una nuova fase, segnata da conflitti diversi e da un progressivo mutamento del lavoro. La grande fabbrica perde centralità, crescono le piccole imprese, si affacciano forme di occupazione più frammentate e meno facilmente inquadrabili nei vecchi schemi. Eppure, nonostante le trasformazioni e i mutamenti della forma del lavoro, lo Statuto resta un punto di riferimento grazie alla sua capacità di guardare alla sostanza del rapporto di lavoro: ovvero, quella situazione di subordinazione e potenziale sfruttamento rispetto a cui varrà sempre la necessità di un argine, di un contropotere.
1971 - Dall'unità organica al patto federativo
Novembre 1971. Nelle sale di Firenze, il confronto è serrato. Delegati e dirigenti di Cgil, Cisl e Uil si ritrovano più volte attorno allo stesso tavolo, mentre fuori le fabbriche vivono una stagione di conquiste senza precedenti. I rinnovi contrattuali, l’affermazione dei delegati nei luoghi di lavoro, l’avanzata dei diritti spingono verso un obiettivo che appare ormai vicino: l’unità sindacale. Le riunioni fiorentine segnano tappe decisive di un percorso iniziato qualche anno prima, quando nel novembre del 1968 le tre confederazioni tornano a scioperare insieme dopo le divisioni del dopoguerra. La nascita della Flm tra i metalmeccanici, l’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori, la diffusione dei consigli di fabbrica rafforzano l’idea che l’unità non sia solo possibile, ma necessaria. Eppure, quando il confronto arriva a maturazione, emergono resistenze e timori, spesso legati a equilibri politici più ampi. Il 3 luglio 1972, alla Domus Mariae di Roma, prende forma il Patto federativo. Non è l’unità organica immaginata da molti, ma una soluzione intermedia che tiene insieme autonomia e convergenza. Nasce una federazione tra le tre confederazioni, con strutture comuni e competenze condivise, mentre ciascuna organizzazione mantiene la propria sovranità. È un passaggio pragmatico, un ponte costruito per non disperdere il patrimonio unitario accumulato negli anni precedenti. Quel patto consente di stabilizzare l’azione comune e di rafforzare il ruolo del sindacato in una fase complessa. La Federazione unitaria diventa protagonista delle grandi battaglie sociali e democratiche degli anni Settanta, accompagnando le politiche contrattuali e le riforme, ma anche affrontando le tensioni di un Paese attraversato da crisi economiche e violenze politiche. Dalla stagione delle stragi al terrorismo, il sindacato mantiene un presidio civile nei luoghi di lavoro e nella società. L’unità costruita nel 1972 non elimina le differenze, ma offre uno spazio condiviso in cui gestirle. Negli anni successivi le fratture riemergono, fino alla crisi della prima metà degli anni Ottanta, segnata dallo scontro sulla scala mobile e dal referendum del 1985. Ma il segno lasciato da quel percorso resta profondo: l’idea che l’unità non sia un punto di arrivo definitivo, bensì un processo da costruire nel tempo, capace di adattarsi ai cambiamenti senza perdere il suo senso originario.
1972 - I 50.000 di Reggio Calabria
22 ottobre 1972, a Reggio Calabria arrivano da tutta Italia 50.000 lavoratori. A organizzare la manifestazione sono i sindacati Fiom, Fim e Uilm, i sindacati degli edili e la Federbraccianti Cgil. Registi di questa manifestazione sono Bruno Trentin, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, segretari generali dei 3 principali sindacati metalmeccanici che poi guideranno le rispettive confederazioni. La manifestazione a Reggio Calabria nasceva dall’esigenza di rappresentare un reale bisogno di riscatto e sviluppo. Per un anno infatti la città era vissuta nel clima di violenza dei “moti di Reggio”, di cui i missini guidati da Ciccio Franco avevano preso la guida. Le rivolte erano nate in seguito alla decisione di collocare il capoluogo di regione a Catanzaro, nel quadro dell'istituzione degli enti regionali, e in meno di un anno avevano provocato morti, feriti e l’esercito per le strade della città calabrese. La manifestazione del 22 ottobre viene accolta con delle bombe esplose nella notte sulla ferrovia, e serpeggia il timore di attentati lungo il percorso dei pullman. A garantire che tutto proceda per il meglio viene istituito un rigorosissimo servizio di vigilanza. I primi pullman cominciano ad arrivare. Nella notte sono atterrati due aerei, uno da Trieste e l’altro dalla Sardegna; da Genova e da Napoli, intanto, si attendono due navi. Sono viaggi faticosi ma pieni di passione, animati da discussioni accese, i giovani da una parte, gli operai e i sindacalisti più anziani dall’altra, sotto lo stesso tricolore. La presenza massiccia dei lavoratori del Sud, quei ragazzi emigrati al Nord negli anni 50 e 60, mostra un meridione diverso, non rassegnato né disperato. Intorno alle 11 il corteo è pronto per partire. La notizia delle bombe lungo la ferrovia passa di bocca in bocca, i treni ancora non arrivano, ma i lavoratori sono ormai migliaia, bisogna muoversi. Si comincia a discutere. Ci sono molti fascisti radunati più avanti e si teme di offrire il destro alle provocazioni. A rompere gli indugi sono gli operai dell’Omeca, una fabbrica di Reggio colpita nella notte da una bomba. È una prova di forza: una civile, democratica prova di forza. Tornare indietro significherebbe darla vinta. E così, con le lettere che compongono la parola “Omeca” stampate su veri e propri scudi, il corteo comincia ad avanzare. I saluti romani, gli insulti, i cori di scherno e le pietre che piovono dalle vie laterali non fermano il corteo. Evitare la rissa non è semplice, ma si va avanti, con gli ex partigiani ormai In prima linea. Dopo una notte travagliata, arrivano anche i treni con gli operai del nord. Il comizio si tiene a piazza Garibaldi, senza interruzioni. L’Italia antifascista non è stata intimidita.
1973 - Il contratto metalmeccanico: le 150 ore e l'inquadramento unico
19 aprile del 1973, la Flm, la federazione unitaria che riuniva Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm, firma un contratto storico per i metalmeccanici, che rappresenta uno dei momenti più significativi della storia del movimento sindacale italiano nel secondo dopoguerra. Esso si colloca nel pieno della grande stagione di espansione dei diritti del lavoro apertasi con l'autunno caldo del 1969 e costituisce, al tempo stesso, un punto di arrivo delle lotte operaie e l’inizio di una nuova fase, segnata dall’emergere della crisi economica internazionale. Al centro vi sono il salario, l’organizzazione del lavoro e i diritti sindacali in fabbrica. I lavoratori chiedevano aumenti uguali per tutti, nella convinzione che il contratto nazionale dovesse ridurre le disuguaglianze interne e rafforzare la solidarietà di classe. Ma il contratto del 1973 non si limita alla dimensione salariale. Grande importanza ha il tema dell’inquadramento unico operai-impiegati, già avviato nel contratto precedente e ulteriormente sviluppato. In questo quadro si inserisce anche una delle conquiste più originali e avanzate del movimento sindacale italiano: il diritto allo studio delle cosiddette 150 ore. Nato dall’esperienza contrattuale dei metalmeccanici e formalizzato proprio nei primi anni Settanta, questo istituto riconosce ai lavoratori la possibilità di usufruire di permessi retribuiti per frequentare corsi di istruzione e formazione. Non si tratta soltanto di una misura tecnica o assistenziale. Le 150 ore rappresentano una straordinaria idea di emancipazione sociale e culturale: il sapere viene considerato un diritto universale e uno strumento di cittadinanza. Per migliaia di operai, spesso emigrati dal Sud e con bassi livelli di scolarizzazione, le 150 ore significano la possibilità concreta di conseguire la licenza media, migliorare la propria formazione e partecipare più consapevolmente alla vita democratica. Le scuole popolari e i corsi serali divengono luoghi di incontro tra operai, insegnanti, studenti e intellettuali, alimentando una nuova cultura del lavoro e della partecipazione. In questo senso, la conquista delle 150 ore supera il terreno strettamente sindacale e investe l’intera società italiana, contribuendo alla crescita civile del Paese. Il contratto del 1973 testimonia la maturità raggiunta dal sindacato confederale e dalla FLM. La contrattazione non era più soltanto uno strumento di difesa economica, ma diventava un mezzo per ridefinire i rapporti di potere dentro la fabbrica e nella società. In questo senso, i metalmeccanici si confermarono avanguardia del movimento dei lavoratori italiani, capaci di coniugare conflitto, partecipazione democratica e progetto di trasformazione sociale.
1973 - La proposta globale: il congresso di Bari del 1973
Bari, l’estate del 1973 è iniziata da poco. Il 2 luglio alla fiera del Levante si aprono le porte dell’ottavo congresso della Cgil. Esso si colloca in uno snodo cruciale della storia economica e sociale italiana. Alle spalle vi è la stagione dell'autunno caldo, che aveva visto una straordinaria mobilitazione operaia e importanti conquiste sul piano dei diritti e dei salari; all’orizzonte, invece, si profilano le prime avvisaglie della crisi internazionale, destinata a esplodere pochi mesi dopo con lo shock petrolifero. In questo contesto complesso, il sindacato è chiamato a ridefinire il proprio ruolo: non più soltanto soggetto rivendicativo, ma protagonista di una più ampia proposta di trasformazione della società. Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil, si fa interprete di questa esigenza proponendo al Congresso una linea che verrà definita, non a caso, “proposta globale”. Si tratta di un passaggio culturale e politico di grande rilievo: Lama sostiene che il sindacato non può limitarsi a contrattare condizioni di lavoro migliori all’interno dell’esistente, ma deve contribuire a orientare le scelte di politica economica del Paese, in un’ottica di riforma strutturale.La proposta globale si fonda su alcuni pilastri fondamentali. In primo luogo, l’idea di un diverso modello di sviluppo, capace di superare gli squilibri territoriali e sociali che caratterizzano l’Italia. Lama insiste sulla necessità di un intervento pubblico più incisivo, volto a promuovere investimenti produttivi, soprattutto nel Mezzogiorno, e a sostenere l’occupazione. Un secondo elemento centrale riguarda il rapporto tra salari e produttività. Lama propone una politica dei redditi che tenga insieme la difesa del potere d’acquisto dei lavoratori con l’esigenza di contenere le spinte inflazionistiche. È una posizione che segna una discontinuità rispetto alla fase precedente, più marcatamente conflittuale, e apre la strada a una stagione di maggiore responsabilità sindacale nella gestione degli equilibri macroeconomici. Accanto a ciò, la proposta globale pone con forza il tema dei diritti sociali e civili: scuola, sanità, casa, servizi. Il sindacato rivendica un ampliamento del welfare come condizione per una cittadinanza piena e per una democrazia sostanziale. Infine, Lama sottolinea il valore dell’unità sindacale, in un momento in cui Cgil, Cisl e Uil cercano un terreno comune. L’unità è vista non come un fatto organizzativo, ma come uno strumento politico per rafforzare la capacità di incidere sulle scelte del Paese.
1974 - Il sindacato e la legge sul divorzio
Il referendum sul divorzio del 1974 rappresenta uno dei passaggi più importanti della storia repubblicana italiana. Per la prima volta, attraverso lo strumento referendario, il Paese fu chiamato a pronunciarsi su una questione che intreccia diritti civili, cultura politica, ruolo della Chiesa e trasformazioni sociali profonde. Il contesto storico è segnato da grandi cambiamenti. Nel 1970, viene approvata la legge sul divorzio. La norma introduce per la prima volta nell’ordinamento italiano la possibilità di sciogliere il matrimonio civile. Contro quella legge si mobilita un ampio fronte conservatore e cattolico. La Democrazia Cristiana, sostenuta dal Movimento Sociale Italiano e da gran parte delle organizzazioni del mondo cattolico, promuove il referendum abrogativo con l’obiettivo di cancellare il divorzio. Dall’altra parte si schiera un fronte eterogeneo composto da sinistra politica, movimenti laici, associazioni femminili e organizzazioni sindacali. Anche la Cgil partecipa attivamente alla campagna, assumendo una posizione netta a favore della laicità dello Stato e della libertà di scelta delle persone. Per il sindacato, il referendum non era una questione estranea al mondo del lavoro. Luciano Lama e il gruppo dirigente della Cgil ritengono che i diritti civili fossero parte integrante del processo di emancipazione dei lavoratori. La Cgil partecipa alla campagna referendaria attraverso assemblee nei luoghi di lavoro, manifestazioni pubbliche, volantini e momenti di discussione collettiva. Nelle fabbriche e nelle camere del lavoro il confronto è spesso intenso, perché il referendum attraversava convinzioni religiose, culture politiche e vissuti personali. Il voto del 12 e 13 maggio 1974 segna una svolta storica. Quasi il 60% degli italiani respinse l’abrogazione della legge sul divorzio. Fu una vittoria del fronte laico e progressista, ma soprattutto il segnale di un Paese profondamente cambiato rispetto al passato. La società italiana mostrava di non voler più essere governata esclusivamente da principi religiosi tradotti in norme statali. Per la Cgil, la vittoria ha un significato che va oltre il singolo tema referendario. Essa conferma l’idea che la democrazia deve estendersi non soltanto nei luoghi di lavoro, ma anche nella vita civile e nei diritti delle persone. La partecipazione alla campagna per il divorzio segna così una tappa importante nella storia del sindacato confederale, sempre più impegnato a coniugare le rivendicazioni sociali con la difesa delle libertà civili e dei principi democratici sanciti dalla Costituzione.
1975 - L’accordo tra Lama e Agnelli
L’accordo tra Luciano Lama e Gianni Agnelli del 1975 rappresenta uno dei passaggi più significativi nella storia delle relazioni industriali italiane degli anni Settanta. Per comprenderne il valore storico occorre partire dalle difficili trattative avviate già nel 1974, in un contesto profondamente segnato dalla crisi economica internazionale e dalle tensioni sociali che attraversavano il Paese. Dopo la grande stagione di lotte dell'autunno caldo, il movimento operaio aveva conquistato nuovi diritti, aumenti salariali e un ruolo più forte dentro le fabbriche. Tuttavia, proprio mentre il sindacato consolidava la propria forza, l’economia italiana entrava in una fase di grave difficoltà. La crisi petrolifera del 1973 aveva provocato inflazione, rallentamento produttivo e un aumento dei costi industriali. La FIAT, simbolo del capitalismo italiano e cuore dell’industria manifatturiera nazionale, si trovava di fronte a una situazione complessa: calo della domanda, tensioni interne e necessità di riorganizzare la produzione. Nel 1974 quando Gianni Agnelli diventa presidente di Confindustria si convinse immediatamente che fosse necessario un patto con le forze confederali per gestire la crisi. Appena insediato in viale dell’Astronomia, riunì i segretari confederali Luciano Lama per la Cgil, Pierre Carniti per la Cisl e Giorgio Benvenuto per la Uil. L’accordo del 1975 è dunque il tassello fondamentale di una stagione complessa, attraversata da una grande conflittualità sociale e sindacale, ma anche dalla volontà della Cgil e della Federazione unitaria di governare virtuosamente rivendicazioni e compatibilità insieme ad istituzioni e associazioni datoriali. Uno dei punti centrali riguarda il tema della scala mobile e della tutela salariale contro l’inflazione. Il sindacato ottiene il riconoscimento di meccanismi più equi di adeguamento automatico dei salari, mentre l’impresa cerca di garantire una maggiore prevedibilità dei costi industriali. Parallelamente, si rafforza il ruolo della contrattazione e delle rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro. Ma l’aspetto più importante dell’accordo fu probabilmente di natura politica e culturale. Per la prima volta in modo così esplicito, il sindacato confederale si propone come interlocutore generale del sistema economico nazionale, non soltanto come soggetto rivendicativo. La filosofia complessiva che ispirò l’accordo fu quella dell’egualitarismo salariale affermatosi a partire dal ciclo di lotte del ’68. Gli aumenti salariali uguali per tutti furono una delle rivendicazioni più importanti di quegli anni, capace di una straordinaria potenzialità di mobilitazione ma anche, come si sarebbe visto in futuro, di intrinseche debolezze e contraddizioni. Pur riconoscendo l’inestimabile valore unificante per le lotte, la Cgil fu però capace di cogliere anche limiti e contraddizioni delle declinazione più massimaliste della questione egualitaria, intravedendo chiaramente i rischi, come emergerà nel 1980 alla Fiat, di un eccessivo appiattimento delle retribuzioni non rispettoso delle diverse professionalità.
1976 - L’impegno per la parità salariale
Nel febbraio del 1976, mentre a Bruxelles la Comunità economica europea approvava una direttiva sulla parità salariale, in molte fabbriche italiane le donne continuavano a essere escluse da interi reparti, pagate meno dei colleghi uomini o considerate manodopera “secondaria”. La strada verso la legge 903 del 1977 nasce dentro a una contraddizione. Da una parte la Costituzione repubblicana, che già prometteva uguaglianza e pari dignità nel lavoro. Dall’altra un sistema costruito per tenere le donne ai margini dell’occupazione stabile e qualificata. Per decenni la legislazione sul lavoro femminile aveva avuto un carattere “protettivo”, vietando alle donne i lavori ritenuti pesanti, insalubri o inadatti, ma, nei fatti, limitandone l’accesso e le possibilità di carriera. Durante il fascismo quella protezione divenne un’aperta espulsione dagli impieghi, nel nome della famiglia e della maternità obbligatoria. Anche dopo la guerra, servirono anni per aprire alle donne professioni pubbliche, magistratura e carriere fino ad allora precluse. Fu principalmente la pressione europea a cambiare il quadro. Le direttive approvate tra il 1975 e il 1976 obbligarono gli Stati membri a intervenire su accesso al lavoro e parità salariale. In Italia il governo presentò il progetto che sarebbe diventato la legge 903 del 20 dicembre 1977. L’approvazione arrivò rapidamente e quasi senza conflitti parlamentari, accompagnata però da un consenso più formale che reale. La nuova legge cancellava infatti molte norme discriminatorie e introduceva il principio della parità di trattamento tra uomini e donne nel lavoro, ma la distanza tra diritti scritti e realtà rimase enorme. Le lavoratrici conoscevano poco gli strumenti per difendersi, i ricorsi erano rarissimi e il sindacato non aveva la possibilità di intervenire autonomamente davanti ai tribunali. Mancavano organismi pubblici capaci di controllare e far rispettare davvero la legge. Così, a due anni dall’entrata in vigore, il paradosso era evidente: mentre la disoccupazione maschile diminuiva, quella femminile continuava a crescere. Segno che le discriminazioni non erano scomparse, ma si erano spostate nell’accesso al lavoro, nell’orientamento professionale e nelle opportunità di formazione. La legge del ’77 aprì una strada decisiva, ma rese anche chiaro che la parità salariale non si conquista una volta per tutte: va difesa, applicata e resa concreta ogni giorno.
1977 - La contestazione a Lama
Giovedì 17 febbraio 1977, a La Sapienza di Roma, davanti alla Minerva è tutto pronto per il discorso del segretario generale della Cgil, Luciano Lama. Il clima è teso, il movimento degli studenti, in particolare Indiani metropolitani e militanti di Autonomia Operaia, contestano da tempo ormai le istituzioni della sinistra italiana: PCI e Cgil. L’assalto degli studenti di estrema destra nelle facoltà di Statistica, Giurisprudenza, Scienze Politiche e Lettere del 26 gennaio e gli scontri di piazza Indipendenza del 2 febbraio hanno reso gli animi ancora più accesi. In questo clima il Partito comunista e la Cgil decidono che il segretario generale della confederazione deve parlare dentro l’università. E’ necessario ripristinare le libertà sindacali e politiche all'interno dell'ateneo senza il ricorso alle forze di polizia, e allo stesso tempo vanno allontanati i simpatizzanti di Autonomia Operaia dall'ateneo, isolandoli dagli altri studenti. Da tempo ormai l’organizzazione extraparlamentare di estrema sinistra si contrapponeva alla strategia riformatrice di PCI e Cgil, strategia che vedeva nella costruzione paziente di una democrazia radicale e di massa lo strumento operativo di un gradualismo rivoluzionario e trasformativo. Alle 10 in punto inizia il suo comizio del 17 febbraio Lama inizia il suo discorso, per garantire il suo ingresso nell'università vengono mobilitati un centinaio di operai delle fabbriche della via Tiburtina. Il servizio d’ordine è imponente, ma ciò non impedisce che gli animi si accendano, infiammati da gruppi delle sigle extraparlamentari. Lama fa in tempo ad accennare il discorso, 20 minuti totali. L'improvvisato palco è assediato e Luciano Lama è costretto ad abbandonare l’ateneo, mentre gli scontri tra le due fazioni sono sempre più cruenti e la sassaiola sempre più fitta. Anni dopo, Alberto Asor Rosa farà un lucido resoconto di quella giornata: “ Per me fu un trauma. Assistetti a una scena inimmaginabile: il più grande leader sindacale e una rappresentanza della classe operaia presi a sassate da studenti ed emarginati. Da una parte c'erano i ‘garantiti’, operai, consigli di fabbrica, insegnanti, lavoratori del terziario, insomma la prima società. Dall’altra gli studenti, il precariato intellettuale, l’area degli emarginati, la seconda società dei ‘non garantiti’ che il Pci non era stato in grado di intercettare e rappresentare”. Luciano Lama tornerà alla Sapienza solo 3 anni dopo, alla commemorazione del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Vittorio Bachelet, assassinato dalle Brigate Rosse presso la facoltà di scienze politiche. Il 17 febbraio 1977 viene ricordato come il giorno della cacciata di Lama dalla Sapienza, ma fu qualcosa di più profondo: la rabbia di un pezzo di mondo giovanile che non vedeva davanti a sé un futuro roseo, e che non comprendeva quanto il sindacato fosse in realtà uno dei suoi più preziosi alleati, e non invece il nemico descritto dai capi dell’Autonomia.
1978 - L’ora più buia per l’Italia
9 maggio 1978, alle 14.04 nelle redazioni media arriva la conferma: in via Caetani, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, viene ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro. Sono tra le immagini più conosciute della storia italiana, immagini che hanno traumatizzato un intero popolo. Il tutto è iniziato 55 giorni prima, il 16 marzo 1978, una data che doveva essere storica per la Repubblica italiana: il primo Governo varato con l’appoggio del PCI. Nel tragitto che porta da casa sua alla Camera dei Deputati, in via fani i brigatisti eseguono l’agguato all’altezza di via Fani. Sterminano i 5 uomini della scorta e rapiscono l’onorevole Moro. Nonostante la terribile notizia le istituzioni non si piegano, e il governo voluto fortemente dal presidente della DC viene varato. Grandi manifestazioni hanno luogo a Bologna, Milano, Napoli, Firenze, Perugia e Roma, dove 200.000 persone si raccolgono in piazza San Giovanni. Nella piazza romana il segretario generale della Cgil, Luciano Lama, pronuncia parole ferme e preoccupate: “Sul mondo del lavoro unito incombe un compito importante nella difesa dei valori essenziali della libertà, della democrazia, della civiltà nostra. Dobbiamo sentire che l’intesa, l’unità fra di noi è una delle garanzie vere, delle possibilità della democrazia, della libertà di trovare nel nostro popolo la sua difesa essenziale. Dimostriamo in questo momento difficile, in questo momento tragico della vita del Paese, di essere all’altezza di questo grave compito”. I 55 giorni passano tra appelli, richieste delle Br, lettere inviate da Moro a familiari e mobilitazioni straordinarie. La linea del Governo è chiara: con i terroristi non si tratta. Le posizioni all’interno del movimento sindacale differiscono, le speranze di riportare a casa vivo Aldo Moro si affievoliscono. L’Italia è bloccata in una ricerca senza sosta che non porta a nessun frutto. Tutto fino a quando alle 13.20 del 9 maggio il professor Francesco Tritto, uno degli assistenti di Moro, ricevette la fatidica chiamata in cui veniva comunicata la posizione esatta dove rinvenire il corpo del presidente della democrazia cristiana. Lo shock è enorme, immediatamente i sindacati indicono lo sciopero e convocano una manifestazione a Roma per il 10 maggio. Anche in questa occasione, dopo aver ricordato la figura dello statista, Luciano Lama pronuncia parole nette: “Noi sappiamo che le Brigate Rosse colpiranno ancora e potranno colpire uomini politici, sindacalisti, cosa che hanno già cominciato a fare, e dirigenti di impresa e poliziotti. La lotta contro il terrorismo non finisce oggi, anche se il miglioramento dell’efficienza dell’apparato dello Stato dovrà rendere più spedita l’azione contro le forze eversive. Ma se il Paese serrerà le sue file, se il destino d’Italia sarà preso nelle proprie mani da ogni lavoratore, l’esito finale di questa dura prova è sicuro: le Brigate Rosse potranno ancora distruggere e uccidere, la loro barbarie inumana potrà farci ancora soffrire, ma essi non prevarranno”.
1979 - Guido Rossa e il terrorismo rosso
Alle 6 e 35 del mattino del 24 gennaio 1979, Genova è ancora immersa nel buio quando Guido Rossa scende di casa per andare al lavoro. Davanti al civico di via Ischia c’è la sua Fiat 850. Poco più in là, parcheggiato dietro l’auto, un furgone aspetta immobile. Dentro ci sono i brigatisti che hanno deciso di colpire un operaio. Non un magistrato, non un dirigente politico, non un industriale: un delegato sindacale della Fiom-Cgil dell’Italsider di Cornigliano. Rossa aveva 44 anni, era nato a Cesiomaggiore, nel Bellunese. A quattordici anni era già in fabbrica, prima tra i cuscinetti a sfera, poi alla Fiat di Torino come fresatore. Nel 1961 si trasferisce a Genova per entrare all’Italsider e, poco dopo, nel consiglio di fabbrica della Fiom. Comunista, sindacalista, ma anche alpinista esperto, capace di inseguire le montagne con la stessa determinazione con cui difendeva il lavoro e la democrazia. L’Italia di quegli anni era attraversata dalla violenza politica. Nel 1978 Aldo Moro era stato rapito e assassinato dalle Brigate Rosse. Quando all’Italsider compaiono dei fogli di propaganda vicino alle macchinette del caffè, Guido Rossa inizia a osservare un collega, Francesco Berardi, addetto alle consegne interne. Il 25 ottobre 1978, dopo l’ennesimo ritrovamento di documenti brigatisti, Rossa segnala i sospetti alla vigilanza aziendale. Nell’armadietto di Berardi vengono trovati volantini, appunti e documenti delle BR. Rossa decide di denunciare il brigatista infiltrato in fabbrica e di testimoniare al processo. Una scelta rischiosa, in un clima in cui il terrorismo cerca ancora complicità e silenzi. Il sindacato gli organizza una scorta di operai volontari, ma Rossa decise di rinunciarvi. All’alba del 24 gennaio il commando delle Brigate Rosse entra in azione. Doveva essere una “gambizzazione”, una punizione esemplare per dissuadere altre denunce. Ma uno dei brigatisti torna indietro e gli spara un colpo mortale al cuore. L’omicidio provoca una frattura. Per la prima volta le BR hanno ucciso un sindacalista legato al movimento operaio. Ai funerali partecipano 250 mila persone. C’è il presidente Sandro Pertini, che parla ai lavoratori del porto ricordando che il terrorismo non aveva nulla a che vedere con la lotta antifascista. Da quel momento le Brigate Rosse perdono gran parte del sostegno del mondo del lavoro. La storia di Guido Rossa resta quella di un operaio che decise di non voltarsi dall’altra parte. Non un eroe costruito dopo la morte, ma un lavoratore che considerava la democrazia parte stessa della dignità del lavoro.






















