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Il Mali sta vivendo una gravissima crisi istituzionale e di sicurezza dopo l’offensiva, iniziata lo scorso 25 aprile, dei miliziani jihadisti del Gruppo di sostegno all'Islam e ai musulmani (Gsim), affiliato ad Al-Qaeda, e dei separatisti Tuareg del Fronte di Liberazione dell'Azawad (Fla) che hanno colpito la capitale Bamako e diverse città del paese: Kati, Gao, Sévaré, Kidal e Mopti.
Questa situazione non ha precedenti dagli eventi del marzo 2012. All'epoca, i ribelli separatisti tuareg presero il controllo delle città di Kidal, Gao e poi Timbuctù, prima di essere cacciati da altri gruppi armati islamisti. Nel giugno 2015, il governo maliano ed il Quadro strategico permanente (Csp) firmarono un accordo per la pace e la riconciliazione in Mali, risultato degli accordi di Algeri, che sanciva “un’autonomia da parte della popolazione tuareg”. Saltato successivamente nel 2023 per volontà della giunta militare di “riconquistare il controllo su tutto il territorio maliano”.
Il gruppo jihadista, in un comunicato ufficiale, ha rivendicato gli attacchi all'aeroporto internazionale Modibo Keïta di Bamako, alla residenza del leader della giunta Assimi Goïta - evacuato da Kati in un luogo sicuro e ricomparso solo una settimana dopo gli attacchi - e alla residenza del Ministro della Difesa, Sadio Camara, morto a causa dell’esplosione di un camion bomba.
Affermando di aver stretto una “partnership” e di aver agito in modo “coordinato”, i miliziani jihadisti del Gsim ed i separatisti tuareg del Fla hanno indicato di volere “una transizione pacifica e inclusiva” la cui “priorità essenziale sarà l'instaurazione della Sharia (la legge coranica, ndr)”, che è già stata imposta in diverse aree del centro e del nord del Paese.
A Bamako, il blocco imposto dallo Gsim si sta intensificando, con alcuni beni di prima necessità che iniziano a scarseggiare. La scorsa settimana, decine di camion merci sono stati bruciati sulle strade che collegano la capitale a Guinea, Senegal, Mauritania e Costa d’Avorio.
I ribelli del Fla e i miliziani jihadisti hanno confermato di aver il controllo della parte centrale e settentrionale del Paese: oltre il 70% del territorio maliano. Dopo aver perso il controllo della città di Kidal il 25 aprile, l'esercito maliano e i suoi alleati russi, i mercenari dell'Africa Corps, hanno abbandonato, nei giorni scorsi, il campo di Tessalit e Aguelhoc, senza combattere.
Nonostante le dichiarazioni di facciata la situazione in Mali sembra essere arrivata “ad un punto di svolta”, secondo numerosi analisti, a causa anche della mancanza di sostegno da parte della popolazione nei confronti dei militari. Situazione resa ancora più difficile dalla crisi economica e dalla dura repressione governativa, contro qualsiasi voce di dissenso all’interno del Paese nei confronti di attivisti e partiti politici.
Le critiche contro l’operato della giunta militare hanno causato l’esilio di numerosi esponenti politici, dopo la chiusura di tutte le formazioni politiche contrarie ad una “transizione infinita”, etichettata come “dittatura militare che reprime lo stato di diritto e le libertà riconosciute dalla Costituzione”.
Non sembra un caso che i miliziani jihadisti – come preludio di una loro ascesa politica - abbiano dichiarato di aver avviato nuove relazioni con Mosca per ottenere una “legittimazione internazionale, allo stesso modo di quanto avvenuto in Siria con Hayat Tahrir al-Sham e con i Talebani in Afghanistan”, come ha indicato Wasim Nasr, esperto di jihadismo.
“Questo rappresenta una nuova fase di estrema insicurezza dal mio punto di vista, e non riguarda solo il Mali. Se si pensa che sia solo il Mali, ci si sbaglia. Se il Mali crolla, l'intero Sahel lo seguirà, con ripercussioni incalcolabili”, ha precisato Wassim Nasr riguardo alla difficile situazione in Mali e nel Sahel.






















