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Bruxelles taglia le stime, Roma taglia nastri. Lo 0,5 di crescita viene esibito come un trofeo nazionale, una specie di bonsai economico annaffiato da dichiarazioni roboanti e patriottismo contabile. E mentre la Spagna corre e la Francia regge, l’Italia contempla il proprio rallentamento con l’aria del giocatore di poker che perde tutto e continua a chiamarla strategia
L’occupazione cresce, raccontano. Certo. Cresce tra gli ultracinquantenni, mentre giovani e donne restano nel retrobottega della Repubblica. Il Paese dell’età media a 45 anni sogna l’innovazione come certi nonni sognano Ibiza. Poi arriva il dato perfetto: penultimi in Europa nell’uso dell’intelligenza artificiale.
Il talento subisce una strana metamorfosi, dice l’Istat. Laureati italiani in fuga, laureati stranieri umiliati, competenze trasformate in manovalanza elegante. Un ingegnere consegna pacchi, una biologa serve ai tavoli, un informatico aggiorna foglietti amministrativi in qualche ufficio tossico illuminato al neon. Il mercato italiano vede cervelli e pensa subito a braccia.
Poi c’è l’ascensore sociale, ormai convertito a montacarichi del declino. La generazione nata tra anni Ottanta e Novanta scende più di quanto salga. Il ceto medio perde reddito, peso, respiro. E mentre l’inflazione rialza la testa, i salari restano inchiodati come manifesti elettorali dimenticati dopo la pioggia.
Per non parlare del debito. Il più alto d’Europa. Cresce pure lui, instancabile, mentre il Pnrr si spegne e la politica continua la sua arte prediletta: spacciare sopravvivenza per prosperità. Così l’Italia avanza piano, invecchia male, spreca energie, esporta giovani e importa rassegnazione. Altro che crescita. Qui ormai prospera soltanto la manutenzione del galleggiamento.






















