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Si chiama “closet lavorativo” ed è la realtà in cui, da oltre 26 anni, mi muovo come persona autodeterminata. Ogni mattina, mentre accolgo a 360° i pazienti per la riabilitazione motoria, devo compiere una scelta: è sicuro menzionare il mio partner? Ogni parola in riunione è calibrata, ogni gesto monitorato. Non è un disagio soggettivo, ma un "carico di lavoro aggiuntivo": invisibile, non retribuito e mai compensato. È un lavoro cognitivo ed emotivo imposto da un contesto organizzativo eteronormativo.
Un carico che spinge a eccellere ossessivamente per superare lo standard del "maschio italiano bianco eterosessuale sano", al fine di essere valutati solo per le proprie reali competenze. Le persone Lgbtqia+ affrontano stress ordinari e straordinari. Oltre alle discriminazioni dirette e alle microaggressioni, esiste il minority stress: un carico cronico derivante dallo status di minoranza stigmatizzata. Questo si traduce in un'anticipazione costante del rifiuto e nel calcolo quotidiano di quanta identità sia prudente mostrare. Nel tempo, tale pressione diventa "usura biologica cumulativa". L'attivazione prolungata dei sistemi di risposta allo stress produce infiammazione sistemica, alterazioni del cortisolo e rischi cardiovascolari. Quelle che gli esperti chiamano "malattie della disperazione" — depressione, abuso di sostanze, suicidio — non sono fragilità individuali, ma conseguenze biologiche di un’esposizione strutturale alla discriminazione.
Il 28 aprile 2026, l'Ilo ha pubblicato il primo rapporto mondiale sui rischi psicosociali. I dati sono spaventosi: 840.000 morti l'anno e 12 miliardi di giornate perse, per un costo pari all'1,37% del Pil mondiale. Eppure, nel documento non compare nemmeno un riferimento alle persone Lgbtqia+. Numeri che avrebbero dovuto spostare l'agenda politica lontano dal warfare vengono ignorati nella loro dimensione intersezionale.
La ricerca scientifica esiste: strumenti come la Heteronormative Attitudes and Beliefs Scale (Habs), validata in Italia da Scandurra e colleghi (2020), o la scala Cars, permettono di analizzare questi assi di vulnerabilità. Ignorarli è una scelta politica precisa che invia un segnale di impunità a governi e datori di lavoro: "Questo gruppo non è prioritario". Denunciare non basta; servono strumenti scientifici e norme cogenti. All'Ilo chiediamo che i futuri rapporti includano dati disaggregati per orientamento e identità, e che la Raccomandazione n. 194 riconosca il minority stress tra le malattie occupazionali.
Alla Commissione europea chiediamo che la direttiva sui rischi psicosociali (campagna EndStress.Eu) includa esplicitamente queste vulnerabilità. Ai datori di lavoro chiediamo l’inserimento del minority stress nel Dvr (Documento valutazione rischi), la carriera alias e il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali nei benefit. Ai sindacati (Etuc, Ces, Epsu) chiediamo un approccio intersezionale e l'adozione del modello Safe Zones.
La densità sindacale è il fattore più importante per la protezione psicosociale: contribuisce per il 29% alla qualità del clima di sicurezza (Safety Science, 2024). La lotta per i diritti Lgbtqia+ e quella contro la concentrazione della ricchezza sono la stessa lotta. Quando 12 persone controllano il destino di metà del mondo (Oxfam), nessuno è libero. La disuguaglianza economica si traduce in sottofinanziamento dei servizi e in esclusione civile. Chi sta al fondo della gerarchia paga un prezzo doppio, con un Odds Ratio di 6,94. Senza l’Ilo come alleato, questo peso diventa insostenibile come un mutuo a vita.
Mario Zazzaro è il responsabile dell’Ufficio nuovi diritti della Cgil Napoli e Campania






















