Oggi (venerdì 10 aprile) i lavoratori del call center che per Enel si occupano di assistenza clienti si fermano per l’intero turno. La protesta è stata indetta da Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil e s’inserisce nel lungo percorso di mobilitazione contro le ultime operazioni portate avanti dal colosso dell’energia: un bando di gara per i servizi di customer care che tenta di eludere il vincolo della clausola sociale. Il bando prevede un taglio lineare dell’occupazione del 35-40 per cento, per effetto di processi di automazione che non vengono ulteriormente specificati.

Lo sciopero e i presidi 

Sono circa 1.500 i lavoratori operanti in regime di appalto in diverse aziende per Enel, nei territori di Castelfranco Veneto, Fondi, Molfetta, Napoli, Sulmona, Campobasso, Potenza, Reggio Calabria, Bari e Roma, che oggi rischiano la continuità occupazionale. In tutte queste città si tengono presidi davanti alle sedi o negozi Enel, o davanti alle sedi delle istituzioni. Presidio anche a Roma nei pressi della direzione generale dell’azienda.

La crisi irreversibile dei call center 

Ma la vertenza Enel non è “solo” il caso di un’impresa che si confronta con l’intelligenza artificiale e la riorganizzazione del lavoro, con conseguenti tagli ai costi. Dietro, c’è molto di più. C’è la crisi di un intero settore produttivo che negli ultimi due decenni ha “trainato” un fantomatico sviluppo economico a colpi di salari bassi, dumping sociale e deregolamentazione. E che oggi sta per essere spazzato via da frontiere tecnologiche che trasformano competenze e strumenti in archeologia industriale. È la crisi ormai irreversibile dei call center.

Saccone: “Governare la transizione per non subirla”

“L’unico modo per fare i conti con la transizione tecnologica è governarla”, ribadisce il segretario generale Slc Cgil Riccardo Saccone, che già da tempo aveva annunciato l’arrivo della valanga che sta oggi travolgendo l’universo del customer care e del business process outsourcing. Abramo, Konecta, Almaviva sono quasi tautologicamente sinonimi di crisi industriali perenni, passate dal problema dello sfruttamento estremo del lavoro e del precariato a quello della ricollocazione di un capitale umano soppiantato dalle nuove tecnologie.

Quelle aziende a capitale pubblico che dimenticano i lavoratori 

"È inaccettabile. Nessuno ignora i possibili impatti della transizione digitale sul mondo dei call center, ma gestire le cose in questo modo vuol dire far pagare i soliti noti: i lavoratori”, continua Saccone: “Che questa operazione venga poi fatta da Enel, società a controllo pubblico che in questi anni ha registrato extraprofitti ragguardevoli, è ancora più grave".

Non è l’unico caso di riorganizzazione orientata esclusivamente al profitto a opera di grandi aziende nazionali a forte partecipazione pubblica. Si pensi alla vicenda che ha visto protagonista Poste Italiane, in cui si è arrivati fino all’esclusione dai tavoli della Slc Cgil. Le organizzazioni sindacali chiedono al governo un intervento d’urgenza, perché non siano i lavoratori a pagare il prezzo dell’automazione, specie in presenza di aziende committenti a capitale pubblico che negli ultimi anni hanno registrato extra-profitti.

“Il Mimit e il governo intervengano”

"Se il Mimit – afferma Saccone – non è in grado di fermare questo scempio, intervenga la presidenza del Consiglio prima che centinaia e centinaia di lavoratrici e lavoratori, spesso collocati in zone del Paese già attraversate da forti crisi occupazionali, vengano espulsi dal ciclo produttivo". A farne più di tutti le spese, infatti, sono soprattutto quelle aree – più o meno interne – in cui i call center hanno a lungo rappresentato le uniche opportunità occupazionali.

La Slc Cgil evidenzia che le parole d’ordine per arginare la perdita selvaggia di posti di lavoro sono due: formazione e riqualificazione professionali. Ma le grandi aziende non sembrano pensarla così, tanto da arrivare a eludere la clausola sociale, il cui vincolo è previsto dalla legge 11 fin dal 2016, a garanzia della stabilità occupazionale nei cambi di appalto.

L’elusione della clausola sociale (e dei diritti dei lavoratori)

“Una norma di civiltà – la definisce Saccone – che attraverso il nuovo contratto nazionale delle telecomunicazioni abbiamo provveduto a rafforzare”. Eppure, Enel “sta tentando di minare alle fondamenta quest’impianto normativo, che ha garantito la piena continuità occupazionale a circa 40 mila addetti, in oltre 400 cambi di appalto”. Le modalità con cui pensa di riuscirci sono un altro aspetto che la dice lunga su come una certa parte di imprenditoria, oggi, scambi il profitto con il ricatto, tornando indietro di decenni nel rispetto dei diritti dei lavoratori e del diritto del lavoro.

Posti di lavoro a centinaia di chilometri da casa 

La riduzione dei volumi e il mancato riconoscimento della garanzia della territorialità sono le due leve messe in atto dalle aziende subentranti, che arrivano a offrire come unica possibilità quella di assunzioni a chilometri di distanza da casa, per tagliare a monte il personale dichiarato in esubero da Enel. Insomma, come fare un’offerta che non potranno (non) rifiutare. “È urgente fermare le gare e convocare un tavolo governativo che affronti seriamente il tema dei call center nella transizione digitale - conclude Saccone - altrimenti migliaia di persone rimarranno a casa e, a quel punto, non sarà certo colpa dell’innovazione tecnologica, ma di chi continua da mesi a ignorare quanto sta avvenendo”.