Prima dei cantieri sono arrivati i dividendi umani. Sullo Stretto, dove il Ponte esiste soprattutto nelle conferenze stampa di Salvini, prospera già una fauna dirigenziale allevata a caviale pubblico. Quattro manager sfondano il tetto dei 240 mila euro grazie a una deroga cucita dalla maggioranza come un abito da gala per pochi invitati.

La società Stretto di Messina cresce con la rapidità di una pianta carnivora nutrita da fondi statali. Nel 2024 i dipendenti erano 84, costo 9 milioni. Oggi sono 114 e costano 11,5 milioni. I dirigenti passano da 19 a 21 e divorano quasi 6 milioni contro i 4,5 dell’anno scorso. Sei superano i 200 mila euro, quattro galleggiano tra 260 e 360 mila. Il ponte resta immaginario, le retribuzioni invece possiedono una concretezza granitica.

Ogni rinvio produce stipendi, consulenze, commissari, decreti, interviste patriottiche. La prima pietra doveva sbocciare nell’autunno 2024, poi nella primavera 2025, poi entro dicembre, ora nell’ultimo trimestre 2026. Più che un’infrastruttura sembra una processione medievale.

Nel frattempo la Corte dei conti ha già fatto inciampare la delibera Cipess, rispedita al mittente come una cambiale scritta male. Il governo prepara nuove scorciatoie legislative, commissari straordinari, accelerazioni muscolari. Quando la realtà rallenta, la propaganda ingrassa.

Il Ponte sullo Stretto diventa così il più elegante esperimento italiano di ingegneria salariale. L’opera manca, il carrozzone produce. Una liturgia perfetta per un Paese dove il cemento attende, la rendita brinda e perfino i piloni, forse, finiranno in smart working.