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La contrapposizione tra contratti buoni e quelli pirata sembra una questione marginale. Invece non lo è. Soprattutto adesso che il governo ha l’intenzione di liberalizzare i contratti di lavoro, per spalancare le porte a quelli firmati da organizzazioni sindacali di piccola entità e poco rappresentative, che abbassano compensi, diritti e tutele. I contratti pirata, appunto. A trarne vantaggio sarebbero le aziende che disapplicano i contratti collettivi nazionali firmati da Cgil, Cisl e Uil per favorire gli altri a costo minore, naturalmente a scapito dei lavoratori.
La festa ai lavoratori
L’occasione è il 1° maggio. Per la festa dei lavoratori la presidente del consiglio Giorgia Meloni da tre anni vara un decreto legge che “fa la festa” ai lavoratori. È tradizione. Anche quest’anno è nell’aria un provvedimento che vuole togliere ai cittadini per dare alle imprese.
Uno dei temi al centro potrebbe essere il salario minimo e la delega (n. 144 del 26 settembre 2025 in “materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva”) che stabilisce che il governo legiferi sull’argomento. Stiamo parlando di una regolamentazione imposta da una direttiva europea, ma che nel recepimento italiano è stata completamene svuotata degli elementi essenziali.
La proposta di Durigon
Per dare una risposta alla direttiva europea, la proposta è arrivata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon: prendere a modello per ogni settore di riferimento il contratto “comparativamente più rappresentativo” oppure quello equivalente più applicato, ossia più diffuso.
“Il sottosegretario Durigon ha proposto di fatto il libero mercato dei contratti, una cosa fuori dal mondo che ignora completamente il principio di rappresentanza”, afferma la segretaria confederale Cgil Francesca Re David: “Se un contratto pirata interviene sui minimi orari, si può impugnare e il giudice lo boccia. Quello su cui intervengono i contratti pirata per fare dumping sono tutte le altre voci: ad esempio, 13 mensilità anziché 14 nel terziario, nell’industria 104 ore di permessi retribuiti non previsti che equivalgono a due settimane di lavoro in più, oppure nell’ambito della salute e sicurezza o della formazione, inquadramenti a livelli inferiori per le stesse mansioni. I contratti pirata agiscono su queste cose per ridurre il costo del lavoro”.
Il nodo della rappresentanza
Il punto vero quindi non è il salario minimo orario, al di sotto del quale nessun contratto può andare, neppure uno pirata, perché se vai dal giudice e lo contesti, ti dà ragione. Ma la legittimazione fatta scardinando il primato dei “contratti firmati dai sindacati comparativamente più rappresentativi” attraverso il principio dei “più applicati”.
La differenza è sostanziale. Nel primo caso si tratta di contratti sottoscritti con il benestare della maggioranza dei lavoratori che hanno delegato i loro rappresentanti, nel secondo di contratti che i datori hanno deciso di usare perché per loro più vantaggiosi, che in questo modo diventano più diffusi.
Una legge necessaria
“Questo può succedere perché non c’è una legge sulla rappresentanza, legge che nessuno ha mai voluto fare e sulla quale ci stiamo confrontando con tutte le controparti”, prosegue Re David: “Se non sciogliamo questo nodo, ossia che la rappresentanza si misura in base ai numeri, cioè agli iscritti, e ai voti che prende nelle Rsu, chiunque può dire che è rappresentativo”.
800 contro 200
Quanti sono i contratti pirata? Una marea. Ben 800 depositati al Cnel, che raccolgono numeri molto piccoli, fanno confusione, concorrenza al ribasso e non rispettano la rappresentanza. Quelli buoni sono 200, firmati da Cgil, Cisl e Uil: su questi la Confederazione di corso d’Italia sta provando a fare ordine.
“Noi ci stiamo confrontando sulla rappresentanza e sui perimetri contrattuali per mettere a posto la frammentazione contrattuale”, conclude Re David: “Ma il punto cruciale oggi è che si parla di proposte e di decreti senza aver consultato le parti sociali, come accade ormai d’abitudine”.

























