C’è un momento in cui perfino la Cisl smette di lisciare il tavolo e comincia a graffiarlo. Il bersaglio si chiama Claudio Durigon, sponsor entusiasta degli accordi “pirata”, versione amministrativa del taglio lento a salari e diritti. Il quadro si compone con chiarezza quasi offensiva: ciò che regge viene spinto ai margini, ciò che costa meno diventa modello.

La procedura sfiora la perfezione. Si legittimano sigle mansuete, si firmano intese dimagranti, si spaccia il tutto per flessibilità evoluta. In sostanza, dumping salariale: una competizione a perdere, dove il premio è lavorare peggio e guadagnare meno. Stavolta perfino i toni ovattati saltano, segno che il gioco ha superato la soglia del decoro.

La libertà contrattuale, agitata come vessillo, assume la forma di un filtro accurato. Entrano gli accondiscendenti, restano fuori i rappresentativi. Il pluralismo diventa un trucco lessicale ben rifinito, utile a mascherare una compressione metodica del valore del lavoro. Una selezione naturale, ma al contrario.

Nel frattempo la contrattazione nazionale viene svuotata con pazienza da orafo. Nessuna abolizione, troppo rumorosa. Meglio l’erosione continua. Gli accordi “equivalenti” proliferano, equivalenti solo nel nome, mentre nella sostanza scendono di piano in piano. Il contratto resta, come un’insegna accesa sopra un negozio ormai vuoto.

E così, un pezzo alla volta, il lavoro viene ridotto a variabile da comprimere, mentre la politica rivendica efficienza. In realtà è una chirurgia senza anestesia, eseguita con mano ferma e linguaggio gentile. E mentre si brinda alla competitività, qualcuno ha già staccato l’etichetta al lavoro e ci ha scritto sopra il nuovo prezzo. Al ribasso, ovviamente.