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A un anno dal protocollo del 10 marzo 2025, la crisi della chimica di base a Brindisi torna al centro dello scontro industriale e politico. La Cgil territoriale e la Filctem alzano il livello del confronto e indicano una via precisa: se Eni non intende più investire, gli impianti vanno ceduti ad altri operatori. In gioco non c’è solo il destino di un polo produttivo, ma la permanenza dell’Italia dentro una filiera strategica.
Quel protocollo, firmato da istituzioni, azienda e parti sociali, avrebbe dovuto accompagnare la transizione del sito dopo i primi segnali di ridimensionamento. L’obiettivo era gestire l’impatto occupazionale e costruire nuove prospettive industriali, anche attraverso strumenti come l’accordo di programma e il coinvolgimento della Regione Puglia. Una cornice pensata per evitare lo svuotamento del polo.
Dal protocollo alle mancate risposte
A distanza di dodici mesi, però, gli impegni contenuti nell’intesa non si sono tradotti in risultati concreti. Le dismissioni sono andate avanti, il cracking è stato fermato e non sono arrivati investimenti in grado di compensare le uscite.
Il richiamo al protocollo diventa così una linea di frattura tra quanto annunciato e ciò che sta accadendo. È su questo scarto che Cgil e Filctem rilanciano l’iniziativa, collegando la vertenza locale al quadro nazionale già denunciato da Maurizio Landini e Marco Falcinelli nella lettera al ministro Adolfo Urso.
Il nodo politico: tra chiusure e dichiarazioni strategiche
Il sindacato denuncia una contraddizione che si trascina da mesi. Da una parte si accompagnano processi di dismissione come la chiusura del cracking, dall’altra si sottoscrivono documenti europei che indicano la chimica di base come settore da difendere. Due linee che procedono in direzioni opposte e che, nel concreto, producono arretramento industriale.
Per la Cgil di Brindisi non si tratta più di un’ambiguità teorica. Gli effetti sono già visibili sul territorio: calo delle attività, riduzione dei volumi produttivi, difficoltà diffuse lungo tutta la filiera. Una traiettoria che rischia di consolidarsi se non intervengono scelte industriali chiare.
Filiera in crisi: l’impatto su imprese e lavoratori
Il rallentamento coinvolge aziende chiave e indotto. Realtà come Basell, Chemgas e le imprese della logistica e della metalmeccanica stanno registrando un arretramento significativo: meno lavoro, meno prospettive, meno stabilità per migliaia di famiglie.
Il rischio evocato è quello di una desertificazione industriale progressiva. Un processo che può trasformare un polo produttivo in un’area marginale, segnata da impianti dismessi e perdita di competenze.
La proposta: vendere gli impianti per fermare il declino
Cgil e Filctem mettono sul tavolo una soluzione precisa. Se l’attuale gestione non intende rilanciare la chimica di base, occorre aprire alla cessione degli asset a grandi operatori internazionali. Il mercato, sostengono, esiste e operazioni analoghe in Europa dimostrano che investitori interessati non mancano.
Il punto resta politico e industriale insieme. Finora l’assenza di una regia pubblica e il ruolo di Eni avrebbero ostacolato l’ingresso di nuovi soggetti. Senza un cambio di impostazione, la prospettiva resta quella di un lento deperimento degli impianti fino alla chiusura definitiva.
Accordo di programma e nuovi settori: una partita ancora aperta
Il sindacato non esclude margini di intervento. L’accordo di programma viene indicato come uno strumento decisivo, ma solo a condizione che sia accompagnato da progetti industriali concreti. Non basta gestire l’emergenza: serve costruire una nuova traiettoria produttiva.
Le possibilità passano dalla riconversione e dall’integrazione con altri settori: riciclo della plastica, energie rinnovabili, farmaceutica, navalmeccanica. Ambiti che potrebbero assorbire competenze e rilanciare l’occupazione, evitando la dispersione di un patrimonio industriale costruito in decenni.
Migliaia di lavoratori in bilico
Il numero che pesa è quello degli oltre 2.600 lavoratori a rischio. Una cifra che dà la misura della posta in gioco e che rende urgente un intervento istituzionale. Per questo Cgil e Filctem chiedono la convocazione immediata di un tavolo in Prefettura, per riaprire il confronto e verificare tutte le soluzioni possibili.
La vertenza di Brindisi si muove così su un crinale più ampio. Non riguarda solo un sito produttivo, ma la direzione dell’industria italiana. Decidere se salvare la chimica di base significa scegliere se mantenere una capacità strategica o lasciare spazio a un vuoto produttivo che altri Paesi sono pronti a colmare.


























