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Nel primo trimestre del 2026 gli occupati aumentano di 50.000 unità su base annua, ma restano profonde fragilità nel mercato del lavoro italiano. È quanto emerge dalla fotografia diffusa oggi dall’Istat, nell’ultimo report trimestrale: c’è meno stabilità contrattuale, il sommerso continua a salire e interi settori perdono lavoratori e lavoratrici. La cresciuta è dovuta agli autonomi.
Meno lavoro stabile
Entrando nello specifico, l’istituto rileva una crescita congiunturale di 67mila occupati (+0,3%) e un incremento su base annua di 50mila unità (+0,2%). Un campanello d'allarme riguarda però la qualità dei posti di lavoro creati. La crescita dell'occupazione non è trainata da contratti stabili e di qualità, bensì da una vistosa “asimmetria contrattuale”.
Nel confronto con il trimestre precedente, i dipendenti a tempo indeterminato registrano un calo di 13mila unità (-0,1%), mentre l'aumento complessivo è sostenuto quasi interamente dall'impennata dei lavoratori indipendenti (+72mila, +1,4%) e, in misura minore, dai dipendenti a termine (+9mila).
Salgono solo gli autonomi
La tendenza diventa ancora marcata se analizzata su base annua. La crescita complessiva dell'occupazione (+50mila unità) coinvolge esclusivamente la componente degli autonomi, che segna un balzo del +4,7%. Di rimando si assiste a una contrazione generalizzata del lavoro dipendente: i contratti a termine crollano del 4,2% e i posti a tempo indeterminato diminuiscono dello 0,5% nell'arco di dodici mesi.
L'occupazione cresce solo grazie a posizioni autonome, spesso caratterizzate da minori tutele, redditi più fluttuanti e maggiore vulnerabilità economica, mentre il tempo indeterminato e la stabilità contrattuale arretrano progressivamente.
Aumentano gli inattivi
Il dato sull’aumento dell’occupazione va incrociato con la crescita sistematica delle persone che non hanno un lavoro e hanno smesso persino di cercarlo. Nel solo trimestre analizzato, il tasso di inattività è salito al 33,7% (+0,1 punti), cifra si traduce in un aumento di 44mila inattivi tra i 15 e i 64 anni. Va peggio su base annua: a fronte di una imponente riduzione dei disoccupati (-394mila in un anno), si registra un boom speculare della popolazione inattiva, cresciuta di ben 320mila unità (+2,6%).
Insomma, una massa di cittadini e cittadine scivola nello scoraggiamento e nell'esclusione dal circuito produttivo, scomparendo dalle statistiche dei cercatori di lavoro.
Il lavoro si cerca attraverso parenti e amici
Non funzionano le politiche attive del lavoro e dei canali istituzionali di intermediazione. In Italia, il lavoro si cerca ancora soprattutto attraverso la rete di “parenti e amici”, sottolinea l’Istat: il canale informale resta in assoluto la modalità principale per ben il 72% dei disoccupati. Nonostante un lieve calo rispetto all'anno precedente (-1,6 punti), quasi tre quarti di chi cerca un'occupazione si affida a logiche relazionali e personali, anziché a criteri meritocratici, concorsi o canali trasparenti.
La quota di coloro che si rivolgono ai centri pubblici per l'impiego continua a scendere, attestandosi al 30,6%, con una perdita netta di 4 punti percentuali su base annua. In forte calo anche l'invio di domande e curricula (67,5%, ovvero 4 punti). Il mercato del lavoro italiano, secondo l’analisi dell’Istituto, si conferma così un sistema chiuso, segnato da dinamiche private, con le strutture pubbliche che appaiono marginali e incapaci di incrociare in modo efficiente domanda e offerta.






















