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Una delle ultime denunce è arrivata da Noto, provincia di Siracusa, dove un bracciante agricolo di origine algerina di 61 anni, al lavoro in una serra di pomodori, è crollato per un malore e di lì a poco è deceduto. 35 gradi al 75% di umidità possono essere una condanna a morte quando l’orizzonte del lavoro ti costringe sul campo, al sole, quasi peggio in una serra o magari sul ponteggio di un cantiere polveroso, aspettando una pausa pranzo a mezzogiorno che sembra non arrivare mai e che ti restituisce all’una in un vero inferno.
Succede in Sicilia, di certo, ma succede un po’ ovunque se Collettiva, dal 22 giugno a oggi, soltanto ricontrollando le notizie pubblicate, di malori fatali per un lavoratore che si possono ricondurre al caldo ne ha contati undici. Parliamo della ‘puntina’ di un iceberg, senza contare e non poter raccontare quel 99% di decessi che non sono stati denunciati, non sono stati ricondotti al caldo e comunque non si sono meritati neanche uno spazietto nelle cronache locali.
In principio fu Paola Clemente, morta di fatica nella canicola
In principio fu Paola Clemente. Se da viva fu solo un numero per le istituzioni, quel fenomeno nascente dei lavoratori italiani tornati nella morsa del caporalato, da morta ha costretto tutti a fare due più due. E una volta per tutte le regole dell’aritmetica sono saltate e morti, ore di esposizione, frutti raccolti, mattoni spostati e pezzi prodotti si sono potuti sommare ai gradi della temperatura affinché i conti tornassero davvero senza che nessuno facesse il furbo.
Gli undici morti di caldo e quelli di cui non sapremo mai nulla
E allora eccoli i morti per malore di questa estate torrida, dal suo ingresso sulla scena, il 21 giugno scorso, a oggi. Sono morti di caldo, altro che. E sulla coscienza ce l’hanno tutti quelli che ignorano le ordinanze che pure ci sono e funzionerebbero, i controlli, quando ci sono, gli allarmi e le proteste dei sindacati, giù giù fino alle testimonianze e alle richieste di aiuto dei lavoratori. Alla fine resta il padroncino della ditta edile o il caporale, senza scrupoli e rimorsi.
L’ultimo in ordine di tempo è deceduto ieri, 30 luglio, in un cantiere edile a Trani: aveva 60 anni e si è sentito male. Prima della morte del bracciante succitato a Noto c’era stato, il 23 luglio, ad Abano Terme il malore fatale per un 85enne regolarmente dipendente della ditta familiare del figlio che è cadendo per terra ha sbattuto la testa. Poche ore prima era stato un vigile del fuoco durante lo spegnimento di un incendio nel territorio di Caltanissetta ad accasciarsi esausto al suolo. Il giorno prima era accaduto lo stesso a un sessantenne in un cantiere di Santa Maria Capua Vetere, nel Casertano. Il 21 luglio è da attribuire ancora una volta a un malore il decesso di un 54enne che lavorava in un impianto fotovoltaico di Latina. Il 30 giugno un operaio 59enne era morto a Treviso dopo aver accusato un malore appena uscito dalla fabbrica. Stessa data altra vittima nel mantovano: un marocchino 55enne stroncato da un infarto mentre raccoglieva angurie. Il 25 giugno invece a morire per un malore che lo ha colto in azienda è stato un cinquantenne della Lunigiana. Stesso giorno un operaio in appalto di 58 anni è morto dopo essersi sentito male al lavoro: era impegnato nel rifacimento di un impianto idrico a San Martino di Lupari nel Padovano. L’ultimo che segnaliamo è morto lo scorso 22 giugno in un cantiere a Grumo Nevano, provincia di Napoli: un infarto lo ha fatto precipitare nel vuoto.
Sicilia: l’ordinanza è nulla senza controlli
Torniamo in Sicilia, cui appartengono molti di questi morti. Perché quando pochi giorni fa è cominciata a trapelare la notizia che un bracciante era morto in serra per un malore, la Cgil regionale, insieme alla Flai, ha chiesto conto dell’ordinanza che pure è stata emanata a giugno e sarebbe efficace, se qualcuno controllasse.
“Il problema principale è proprio questo – ammette il segretario regionale Francesco Lucchesi –. L’ordinanza è stata emanata in tempi accettabili, ma la carenza strutturale di ispettori sul lavoro ne mina l’efficacia”. I numeri in questo caso parlano chiaro. “Nella nostra regione la quantità minima di ispettori necessari, nel lontano 2019, era stata individuata in 269 professionisti: da allora a oggi non ne hanno assunto neanche uno. È stato pubblicato un bando a fine dicembre scorso per 53 nuovi ispettori del lavoro, ma ci vorrà un concorso con prove e selezioni. E si spera che questa partita si sblocchi a fine anno”.
“Sull’Isola gli ispettori sono 35”
Ma quanti sono adesso gli ispettori in Sicilia? “Siamo sotto organico se considerate che le aziende sono 450 mila secondo la camera di commercio. Gli ispettori attuali sono 35 e fanno capo ai vari ispettorati del lavoro territoriali, distribuiti sulle nove province. In un quadro nel quale anche lo Spresal è pesantemente sotto organico e i lavoratori lamentano la reperibilità di sabato e domenica e i carichi di lavoro ormai esplosi”.
“A questi – aggiunge Lucchesi – si aggiungano 59 ispettori mandati a tempo determinato dall’Ispettorato nazionale del lavoro che in Sicilia si devono muovere con il nucleo ispettivo dei carabinieri perché hanno potestà di attività lavorativa limitata e quindi non potrebbero intervenire. Il risultato è che abbiamo ordinanze e legislazione invidiabili sul tema salute e sicurezza, ma nessuno controlla e quindi spesso restano lettera morta”.
“Praticamente – denuncia il sindacalista – l’ordinanza è quasi priva di efficacia perché non la fa rispettare nessuno e chi dovrebbe farla rispettare a volte neanche la conosce. I lavoratori edili ci dicono che spesso si lavora con qualsiasi condizione nei piccoli cantieri e i braccianti ci raccontano la stessa cosa nei campi. Solo i grandi luoghi di lavoro si pongono il problema”.
Il sindacato di strada per fermare i lavori con il caldo
Parole confermate con qualche eccezione del segretario regionale della Fillea Cgil, Giovanni Pistorio. “Fare sindacato di strada vuol dire non fermarsi mai a prescindere dalle condizioni. Vai lì e fai interrompere o provi a fare interrompere le attività: a Enna, a Trapani, a Siracusa, a Palermo, ci siamo riusciti più volte. Tra mezzogiorno e le due. A prescindere dalla segnalazione dei lavoratori. Sempre. C’è un principio di fondo per cui noi predichiamo il sindacato di strada e lo pratichiamo: perché non possiamo limitarci ai posti di lavoro ben organizzati, dobbiamo andare in giro a tutelare la salute e sicurezza di iscritti e non iscritti”.
Ed è proprio questo il meccanismo virtuoso che tentano di attivare le ordinanze, ci spiega il segretario della Fillea. “L’ordinanza non è la legge. Si mette a disposizione di tutti perché si possa intervenire nei casi previsti. La Regione dice: ‘ente locale intervieni anche in questi casi. Vigili urbani, funzionari che hanno anche compiti di pubblica sicurezza, intervenite’. Nel caso previsto dall’ordinanza non solamente ‘possono’, ‘devono’. Peccato che anche questi corpi come già detto per quel che riguarda gli ispettori del lavoro sono sotto organico e raramente riescono a intervenire”.

























