Le metalmeccaniche percepiscono in media 5 mila euro in meno dei colleghi uomini in busta paga. A dirlo è la ricerca Gender gap, occupazione e salario: c’è tanto da fare, elaborata dalla Fiom Cgil nazionale e presentata oggi (giovedì 17 settembre) a Roma, con la partecipazione di Michele De Palma (segretario generale), Barbara Tibaldi (segretaria nazionale), Valentina Orazzini (responsabile ufficio Europa) e Claudio Scarcelli (ufficio Organizzazione).
Nella sua introduzione, il segretario generale De Palma ha sottolineato che “il gender pay gap esiste, ed esiste purtroppo anche nel mondo metalmeccanico, ossia in un mondo fondato su un sistema di regole contrattuali che, con uno sforzo reciproco tra parti datoriali e organizzazioni sindacali, ha provato ad affrontare il ruolo e la condizione delle donne all'interno dell'organizzazione del lavoro”.
Per De Palma, se c'è “un antidoto al veleno del gender pay gap, questo è la contrattazione: il contratto nazionale e la contrattazione di secondo livello sono strumenti necessari e indispensabili, soprattutto a fronte di un sistema normativo che non garantisce il reale equilibrio, seppur nel rispetto delle differenze, tra uomini e donne nei luoghi di lavoro”.
Entrando nel merito della ricerca, il dirigente sindacale evidenzia che “il part-time è un agente evidentemente negativo, come altrettanto negativo è il delta salariale dei superminimi che vengono dati con discrezionalità e senza equilibrio. Questi elementi possono essere risolti, e vengono risolti, dalla contrattazione collettiva. Investire sulla contrazione collettiva, dunque, è l'obiettivo che ci dobbiamo porre”.
De Palma ha così concluso: “Il contributo del movimento delle donne all'interno del movimento dei metalmeccanici è stato sempre un contributo che non ha determinato avanzamenti di parte, bensì avanzamenti generali per tutti, e di questo se ne trova traccia nella nostra storia contrattuale. La verità è che se non ci fossero le donne, noi non avremmo un contratto nazionale come quello che abbiamo”.
Il campione della ricerca
Lo studio ha analizzato 1.315 rapporti periodici sulla situazione del personale maschile e femminile” del biennio 2024-2025 di aziende metalmeccaniche, per un totale di 476.488 dipendenti diretti (di cui il 78,5 per cento uomini), cui vanno aggiunti 37.309 addetti in somministrazione (di cui l’89,3 per cento uomini). Il 44,4 per cento degli occupati analizzati sono impiegati e il 43 operai.
Il personale femminile rappresenta il 21,5 per cento del totale: il 30,5 per cento sono impiegate, il 23,1 quadri, il 17,5 dirigenti e il restante 12,2 operaie. A usare il part time sono soprattutto le donne (il 12,2 per cento contro l’1,3 degli uomini), lo stesso è per lo smart working (il 37,1 per cento contro il 23,5 degli uomini).
Stipendi: alle donne oltre 5 mila euro in meno
Il gender pay gap nell’industria metalmeccanica si attesta al 12 per cento. Le retribuzioni lorde medie degli uomini ammontano a 44.985 euro, mentre quelle delle donne solo a 39.584: quest’ultime, dunque, percepiscono 5.401 euro in meno dei colleghi maschi. Una differenza salariale che, per categoria professionale, si attesta a 29.977 euro l’anno per i dirigenti, 6.788 euro per i quadri, 7.955 euro per gli impiegati e 6.173 per gli operai.
Analizzando la composizione del salario, si vede che mentre il salario strutturale, quello che proviene dalla contrattazione collettiva, evidenzia un gender pay gap intorno all’8,5 per cento (dovuto dal diverso inquadramento e dall’utilizzo più ampio del part time per le donne), il salario accessorio, in gran parte erogato unilateralmente dalle aziende e frutto di contrattazione individuale, vede il divario arrivare al 23,6 per cento. La contrattazione collettiva, dunque, riduce il gender pay gap.
Ma anche la contrattazione integrativa è in grado di ridurre il gender pay gap. L’analisi delle retribuzioni relative ai grandi gruppi/aziende seguiti soprattutto a livello nazionale, dove la presenza storica del sindacato produce una contrattazione avanzata, mostra che il divario economico scende all’8,3 per cento, circa quattro punti percentuali in meno del dato complessivo.
Fiom: “La contrattazione genera uguaglianza”
“Come evidenziano i dati che abbiamo analizzato, la contrattazione genera uguaglianza”, spiegano i dirigenti Fiom Michele De Palma (segretario generale) e Barbara Tibaldi (segretaria nazionale): “Il valore del contratto collettivo nazionale delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici è di garantire un salario giusto per le lavoratrici e i lavoratori e di ridurre il gender pay gap”.
I due esponenti sindacali evidenziano che “con l’ultimo rinnovo abbiamo rafforzato anche gli aspetti informativi per poter monitorare e quindi intervenire su questi aspetti. Oltre al contratto nazionale, occorre rafforzare ed estendere il secondo livello contrattuale”.
De Palma e Tibaldi così concludono: “La contrattazione collettiva è una leva importante ma da sola non basta, è necessario un quadro legislativo coerente. Da un punto di vista normativo, il governo deve intervenire sul decreto legislativo del 7 maggio 2026, poiché non ha garantito la piena attuazione della direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza salariale”.






















