Bastava il ghigno. Un ministro in camicia scura che passeggia tra gli attivisti della Flotilla bendati e ammanettati come il padrone d’un lido privato tra ombrelloni piegati dal vento. Ben Gvir ha trasformato il porto di Ashdod in una scenografia coloniale, metà caserma e metà luna park sadico. “Qui comandiamo noi”: vocabolario da bullo di periferia, estetica da occupazione permanente.

La vera notizia arriva però da Roma. Meloni e Tajani parlano di immagini “inaccettabili”, convocano l’ambasciatore, pretendono scuse. Pare perfino indignazione vera. Curioso vedere il governo italiano alzare finalmente la voce davanti a un ministro israeliano che esibisce la forza come una clava e l’umiliazione come spettacolo pubblico.

Ben Gvir prospera dentro la lentezza occidentale. Vive dell’attesa, ingrassa grazie alle cautele verbali, cresce tra una “preoccupazione” europea e una “ferma condanna” letta con tono notarile. Ogni esitazione diventa carburante politico per una destra che trasforma l’arroganza in programma e il disprezzo in identità nazionale.

Israele possiede ormai una corrente politica che usa l’umiliazione pubblica come linguaggio di governo. Le manette diventano comunicazione strategica, il bendaggio una posa da propaganda. Il potere smette perfino di giustificarsi. Esibisce. Deride. Filma. Pubblica. Un reality geopolitico dove il diritto internazionale appare come un vecchio usciere lasciato fuori dal palazzo.

Quanto deve diventare oscena una scena perché l’Europa smetta di trattarla come incidente diplomatico? Perché Ashdod somiglia terribilmente a un esperimento riuscito. L’autoritarismo contemporaneo cerca proprio questo. Telecamere accese, corpi immobilizzati, leader che sorridono davanti alla paura. Il secolo scorso marciava in uniforme. Questo preferisce Instagram.