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Il maglione vecchio, la camicia sdrucita, i pantaloni diventati troppo stretti o troppo larghi. Li buttiamo nel cassonetto giallo, che in alcune città ha cambiato colore e collocazione. E poi? Che fine fanno? Dove finiscono i nostri vestiti usati? Una parte, una gran parte approda al mercato di Owino a Kampala, capitale dell'Uganda, una realtà gigantesca che esiste dal 1971, dove lavorano circa 80 mila persone, il 70 per cento sono donne.
Il 12 per cento del second hand
Secondo uno studio di Usaid, l’Agenzia umanitaria del governo americano ormai azzerata dall’amministrazione Trump, qui e nel resto dell’Africa Orientale arriva oltre il 12 per cento delle esportazioni mondiali di abbigliamento di seconda mano, creando posti di lavoro per circa 355 mila persone. Abiti che sono stati buttati in Europa, Stati Uniti e Cina.
Arrivano in balle da 45 chili, aperte a migliaia ogni giorno tra le quattro e le sei del mattino. I rivenditori si accaparrano i pezzi migliori prima che sorga il sole, quello che resta scende di mano in mano, si seleziona, si scarta. Su 200 capi, 50 arrivano già inutilizzabili.
Lavoratrici, donne, sottopagate
Gli scarti vengono venduti a prezzi bassissimi, finiscono come imbottitura dei cuscini oppure in discarica. Una catena umana di lavoratrici sottopagate spesso senza contratto seleziona, smista, lava, stira per pochi euro al giorno. Il settore del second hand è prevalentemente informale: contratti inesistenti, bassissima sindacalizzazione.
Responsabilità estesa
Questo circolo vizioso - produco, vendo, indosso, butto, inquino - presto potrebbe diventare un po’ virtuoso. “Entro la fine del 2027, una nuova legge europea dovrebbe cambiare le cose, almeno in parte – ricorda la campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, in una nota -. La direttiva sulla responsabilità estesa del produttore per il tessile stabilisce che chi immette capi sul mercato europeo dovrà contribuire ai costi di raccolta, smistamento e riciclo. Vale per tutti: marchi italiani, brand non-Ue, rivenditori online. Il principio è finalmente scritto da qualche parte: chi inquina, paga. La direttiva prevede anche il divieto di distruzione degli invenduti e requisiti di circolarità nella progettazione dei capi. Ma si ferma ai confini dell'Europa, mentre il problema non è circoscritto”.
Chi inquina paga
La campagna chiede che il costo che deriverà dall’applicazione del principio “chi inquina paga” non ricada sui consumatori né sui lavoratori dei Paesi di produzione. E che una parte dei contributi versati dalle aziende vada a costituire un fondo per la transizione giusta nei Paesi di produzione e di destinazione dei rifiuti al di fuori dell'Europa. Quegli Stati che oggi non compaiono in nessuna legge, ma che subiscono gli impatti più gravi.
“Anche per questo abbiamo voluto scrivere il Manifesto per una transizione giusta nella moda - spiegano da Abiti Puliti -, un documento che prova a immaginare una rivoluzione dalle fabbriche alle vie dello shopping, e che è già stato sottoscritto da centinaia di organizzazioni e sindacati in tutto il mondo”. Oltre 200 organizzazioni in 43 Paesi, tra cui anche Filctem Cgil.
I principi del Manifesto
Il principio numero 5 recita infatti che la produzione di abbigliamento soddisfa i bisogni di tutti nel rispetto dei limiti planetari.
Gli altri attengono al lavoro, che è dignitoso sempre e ovunque, indipendentemente dal lavoratore o dalla lavoratrice, dal luogo o dal tipo di lavoro. Riguardano le protezioni sociali universali, grazie alle quali ogni persona è messa nelle condizioni di vivere una vita dignitosa e resiliente di fronte alla crisi climatica.
Lavoratori prima dei profitti
Il Manifesto si occupa inoltre del benessere dei lavoratori, che viene prima dei profitti aziendali. “Ogni persona ha voce in capitolo nelle decisioni che riguardano la propria vita” sostiene il principio numero 4. E ancora: la sicurezza del posto di lavoro e i salari migliorano a fronte della riduzione dei volumi di produzione. Le aziende sono responsabili dei danni che causano. I vestiti hanno un valore e un significato e creano un legame tra chi li indossa e chi li ha realizzati. E infine: una moda giusta prospera grazie alla solidarietà globale e all'azione collettiva.






















