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Parte alle 9 del 21 maggio l’Assemblea nazionale sul Mezzogiorno organizzata dalla Cgil. Al centro dell’iniziativa i temi del lavoro di qualità, dello sviluppo sostenibile, dei diritti e della giustizia sociale, con l’obiettivo di rilanciare la questione meridionale come grande questione nazionale e riportarla al centro del dibattito pubblico e dell’azione politico-sindacale.
L'evento, moderato dalla giornalista de 'Il Domani', Daniela Preziosi, interverranno Raffaele Fitto vicepresidente esecutivo Commissione europea, a seguire, si confronteranno Antonio Decaro, presidente della Regione Puglia; Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’Anci; Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria; Alessandra Todde, presidente della Regione Sardegna. Darà il proprio contributo al dibattito anche il magistrato e segretario generale dell’Anm, Rocco Maruotti. L’iniziativa si concluderà con l’intervento del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.
Christian Ferrari, segretario nazionale della Cgil, introdurrà i lavori della mattinata, a lui chiediamo di illustrarci il senso di questo appuntamento e le tappe future del lavoro della Confederazione
Cosa significa che il Mezzogiorno è, per la Cgil, una priorità?
Innanzitutto, lo è per le persone che rappresentiamo e che vivono e lavorano in quei territori, in una condizione peggiore rispetto al resto del Paese sia per quanto riguarda i diritti del lavoro e i diritti sociali, sia per la desertificazione industriale che a quelle latitudini procede ancor più velocemente. Ma non c’è solo questo, c’è una nostra profonda e radicata convinzione: il Mezzogiorno è economicamente decisivo per tutto il Paese, perché se non torna a crescere il Sud, se non si rilancia lo sviluppo, il lavoro e la coesione sociale del Sud, sarà semplicemente impossibile per l’Italia ripartire e invertire l’attuale china di declino.
Tra il 2014 e il 2023, secondo dati Istat rielaborati da Teha Group le aziende del Sud sono cresciute a un ritmo del 1,7% rispetto a quelle del Centro Nord. Eppure, i divari permangono, perché?
Nel Sud anche la dinamica del Pil, negli ultimi anni, è stata migliore rispetto alla media nazionale, e questo è avvenuto sicuramente grazie alla spinta del Pnrr; ma i salari reali sono inferiori del 10,2% rispetto al 2021; il salario medio nel Meridione è di poco più di 18.000 euro, contro i quasi 24.500 della media nazionale (-25,9%): bastano questi due numeri per comprendere come la maggior crescita in termini relativi di quell’area del Paese non è stata redistribuita e non è andata a lavoratrici e lavoratori.
I dati lo dicono, grazie al Pnrr l’occupazione è aumentata anche, forse soprattutto, al Sud eppure proprio nelle regioni meridionali risiede più della metà dei lavoratori e delle lavoratrici poveri
Sono circa 1,2 milioni i lavoratori meridionali poveri e una delle ragioni è che nelle regioni del Sud è molto più alta che altrove l’incidenza di contratti a termine, part time e discontinui. Questi ultimi, per esempio, sono addirittura il 56,5% del totale. C’è un elemento su tutti che testimonia qual è la condizione reale del Mezzogiorno: il vero e proprio esodo delle nuove generazioni verso le altre regioni italiane e gli altri paesi europei (175.000 ragazze e ragazzi, la metà dei quali laureati, tra il 2022 e il 2024). È in questo contesto di continuo spopolamento che va inserita la crescita degli occupati meridionali: chi rimane, avrà anche più opzioni lavorative, ma è costretto ad accettare lavori precari, poco retribuiti o addirittura irregolari.
Le diseguaglianze più sostanziose sono nell’esigibilità dei diritti. Istruzione, salute, mobilità. La prima carenza è nelle infrastrutture sociali
Non c’è dubbio, i diritti sociali sono, nella maggior parte dei casi, di fatto negati, a partire dal diritto alla salute. Questo è un punto centrale della vera e propria “vertenza Sud” che vogliamo aprire, perché il benessere non si può misurare solo in termini di Pil. Per questo chiediamo di rafforzare il servizio pubblico; assumere personale, in particolare nella sanità; valorizzare professionalmente chi vi lavora; riequilibrare l’offerta verso il pubblico (visto il peso eccessivo assunto dal privato accreditato). In questa chiave, la nostra proposta di legge di iniziativa popolare sulla sanità rappresenta una grande occasione da valorizzare e promuovere.
Sull’Istruzione, consideriamo nidi, scuola, università e ricerca come infrastrutture essenziali della qualità sociale e dello sviluppo. Le priorità che indichiamo sono: l’espansione dei servizi per l’infanzia; il rafforzamento del tempo scuola; l’aumento del diritto allo studio universitario; la stabilizzazione di ricercatrici e ricercatori; il rilancio degli atenei meridionali; la creazione di un fondo nazionale per la ricerca del Mezzogiorno. Infine, la mobilità: alla logica delle grandi opere opponiamo un’idea di infrastrutturazione diffusa, fondata su ferrovie, strade, porti, logistica, continuità territoriale, infrastrutture sociali. E, tema per nulla secondario, le reti idriche, che necessitano di investimenti costanti e manutenzione continua per risolvere la crisi dell’acqua che colpisce quei territori. Stesso discorso vale per il dissesto idrogeologico.
Secondo l’ultimo Rapporto Svimez sul contrasto alla criminalità organizzata se l’infiltrazione delle mafie nell’economia è fenomeno nazionale, al Sud è ancora forte il controllo del territorio da parte delle organizzazioni criminali. Quanto pesa sui ritardi dello sviluppo?
Moltissimo. La lotta contro la criminalità organizzata e per la promozione della legalità, per noi, non è semplicemente una priorità, ma il presupposto di tutto il resto, perché altrimenti nessuna economia sana, nessun lavoro dignitoso, nessuna giustizia sociale saranno possibili. Non a caso, uno dei focus dell’assemblea nazionale di oggi sarà sulla giustizia, con la presenza del segretario generale dell’Anm, il magistrato Rocco Maruotti.
La voglia di partecipare dei cittadini e delle cittadine meridionali si è chiaramente manifestata sia nel contrasto all’autonomia differenziata che nel referendum sulla magistratura. Ora c’è forte il rischio che l’autonomia uscita dalla porta della Corte Costituzionale rientri dalle finestre delle intese Stato-Regioni. Che fare?
Intanto vorrei sottolineare il protagonismo e il ruolo decisivo svolto dalle cittadine e dai cittadini meridionali, e dalle tante realtà sociali, culturali e politiche, sia nel fermare l’autonomia differenziata, sia nella vittoria del No al referendum costituzionale. Senza quel contributo, la spaccatura del Paese e lo stravolgimento della Costituzione sarebbero già realtà. Come abbiamo sempre sostenuto, in entrambe quelle battaglie non c’era alcun atteggiamento conservatore, tutt’altro: a noi la realtà così com’è, tanto meno quella del Meridione, non ci va affatto bene e vogliamo cambiarla radicalmente, proprio nel segno della Carta costituzionale che abbiamo difeso. Il problema, infatti, non è una presunta inattualità della Costituzione, ma al contrario la distanza che separa i principi e i valori attualissimi che vi sono sanciti e le condizioni materiali di vita e di lavoro delle persone in carne ed ossa. Una distanza che va assolutamente colmata, se vogliamo evitare che si trasformi in un baratro in cui precipiterebbe la nostra stessa democrazia.
Anche in quest’ottica, dobbiamo scongiurare il rischio che tu giustamente paventi, ossia che, sulla autonomia differenziata, rientri dalla finestra ciò che la nostra mobilitazione e la sentenza della Consulta ha fatto uscire dalla porta. Questo vale sulle pre-intese sottoscritte dal governo con le Regioni del Nord, che vertono sì su materie non Lep, alcune delle quali sono di grande rilievo: protezione civile (pensiamo agli eventi estremi da cambiamento climatico come quelli subiti nei mesi scorsi da Molise, Calabria, Sicilia e Sardegna), la previdenza integrativa e complementare e, soprattutto la sanità, terreno delicatissimo su cui si rischia un’ulteriore frammentazione del Servizio sanitario nazionale. E vale anche in merito al disegno di legge delega Calderoli sulla determinazione dei Lep in discussione in Parlamento, che – non prevedendo risorse aggiuntive, con gli ulteriori tagli già programmati alle risorse che ci sono e senza strumenti di perequazione – si riduce a una mera fotografia della spesa storica, cristallizzando definitivamente diseguaglianze e divari. Pretendiamo, in sostanza, il rispetto alla lettera della sentenza della Corte costituzionale che ha smontato l’intero impianto di quella legge.
Quale il programma di azione della Cgil per il Sud?
Da mesi abbiamo avviato un percorso di discussione e coinvolgimento del nostro gruppo dirigente allargato (dalle strutture meridionali alle categorie nazionali). Lungo quel percorso abbiamo acquisito proposte, idee, indicazioni, per arrivare a un quadro compiuto di priorità e di proposte sulle politiche per il Mezzogiorno. Su questa base vogliamo rilanciare la nostra iniziativa a tutti i livelli, a partire da quello territoriale. La questione principale è, ovviamente, il lavoro. È necessario un piano in grado di creare occupazione stabile, di qualità, tutelata e ben retribuita (giusta transizione; rafforzamento della capacità amministrativa della Pubblica Amministrazione; legge sulla rappresentanza e il salario minimo; la nostra proposta di legge di iniziativa popolare sugli appalti).
Per quanto riguarda il sistema industriale e produttivo, non bastano – per usare un eufemismo – né la Zes unica né, tanto meno, gli incentivi a pioggia e senza condizionalità alle imprese. Per non parlare dell’economia di guerra e della folle corsa al riarmo, a cui ci opponiamo senza se e senza ma. Serve invece una nuova stagione di intervento pubblico diretto, per contrastare la desertificazione industriale e costruire filiere produttive radicate nei territori. Le energie rinnovabili, ad esempio, sono una straordinaria occasione per costruire sul lato dell’offerta nuove filiere industriali funzionali al processo di transizione green. Ma non è certo solo questa la direttrice su cui investire, ci sono: l’automotive; la micreolettronica, la chimica, la cantieristica, la siderurgia, l’agroindustria avanzata, l’economia del mare. Infine, non è più rinviabile il passaggio dall’over tourism, che si appropria delle nostre città fino a renderle inabitabili per chi vive di salario o di pensione, al turismo legato alla dimensione culturale, storica, artistica, naturale del Sud.
Questa è la nostra piattaforma, il nostro punto di vista autonomo, ma “autonomo” non è affatto sinonimo di “autoreferenziale”. La Cgil non solo deve, ma vuole misurarsi e confrontarsi con tutti gli interlocutori istituzionali, politici e sociali. Vogliamo tenere aperta una prospettiva di cambiamento rispetto alla linea di politica economica e sociale ancora prevalente in Italia e in Europa, e in quella alternativa politica il Mezzogiorno devere rivestire un ruolo centrale e decisivo.

























