Sono 200 mila i lavoratori irregolari occupati in agricoltura in Italia, con un tasso di irregolarità rispetto ai dipendenti pari al 30 per cento. Le donne potenziali vittime di sfruttamento sono circa 55 mila. 24,5 miliardi l’annuale giro d’affari, 405 i territori con criticità, da Nord a Sud.

I dati sono relativi al 2023, sono dell’Istat e sono sottostimati poiché non riescono a delineare con precisione la vera entità del fenomeno dello sfruttamento nelle nostre campagne.

Fenomeno in crescita

All’indomani della strage di Amendolara, in Calabra, in cui sono morti quattro braccianti bruciati vivi in un minivan dai loro caporali che li stavano riportando a casa dal lavoro, e alla vigilia della manifestazione nazionale organizzata dalla Flai Cgil, il sabato 6 giugno alle 16, il lavoro sfruttato e le pratiche para schiavistiche che popolano le nostre campagne sono tornate d’attualità. Ma in questi anni, in questi mesi, tra un fatto di cronaca nera e un omicidio che hanno visto come vittime braccianti per lo più immigrati, non si sono mai fermati né hanno rallentato.

Boom delle inchieste

L’ultimo Rapporto sullo sfruttamento lavorativo e il caporalato in Italia, curato da Laboratorio L’Altro Diritto, fondazione Placido Rizzotto e Flai Cgil, illustra un quadro allarmante, ma anche una maggiore capacità di contrasto: i ricercatori hanno registrato infatti un incremento dei casi intercettati, quasi il 50 per cento in più. La mappa dell’illegalità si muove lungo direttrici economiche precise e colpisce indistintamente aree industrializzate e distretti agricoli storici. Quindi non solo i campi, ma tutte le architetture produttive del Paese sono pervase dallo sfruttamento.

Naturalmente l’agricoltura fa la parte del leone: 589 casi censiti a dicembre 2024, 157 in più rispetto allo rapporto precedente, con un’incidenza nel settore agricolo sul totale delle inchieste censite che è scesa drasticamente, dal 67 del 2016 al 38 del 2024. Un dato che dimostra la drammatica emersione del fenomeno in settori finora meno monitorati come edilizia, logistica, commercio e servizi di cura.
Un segnale positivo arriva dal fronte delle denunce: nel 2024 circa il 29 per cento dei lavoratori sfruttati ha trovato il coraggio di denunciare.

Focus Calabria

E in Calabria quali sono i numeri dello sfruttamento? Secondo l’elaborazione della fondazione Metes su dati Inps, sono 19.190 le aziende agricole con dipendenti nella regione, il numero dei lavoratori stagionali, come lo erano i quattro giovani uccisi Amin, Ullah, Amjad e Waseem, poco più di 81 mila.

Di questi, circa 8 mila sono stranieri extra Ue. La provenienza? Una vera novità: prima i braccianti provenivano per lo più dall’Africa sub-sahariana, oggi da Marocco, India, Pakistan, Bangladesh. Un trend che riguarda tutta l’Italia: nei decreti flussi le zone del Sudest asiatico la fanno da padrone, ma poi ci sono gli arrivi per ragioni umanitarie e quelli che sfuggono dai censimenti perché approdano in Italia con i barconi.

Lavoro illegale

Un conto a parte va fatto per i dati sull’irregolarità. Solo nel territorio crotonese, oggetto di un focus del Rapporto Agromafie e caporalato, sono tra le 11 mila e le 12 mila le persone impiegate in nero o grigio: in questa cifra sono inclusi anche 4-5 mila stranieri che ogni anno giungono in occasione di fasi che richiedono picchi di forza lavoro, come le raccolte.

La stagione in Calabria dura a lungo, più a lungo che in altre regioni. Tanto che nell’alto cosentino i lavoratori vivono in maniera pressoché strutturale: si parte a fine primavera con la frutta fino a ottobre per la raccolta dei kiwi. E quando non c’è impiego nella piana di Sibari, gli operi si spostano nelle zone limitrofe, vengono presi e trasportati nel Metapontino per la stagione della fragola, come stavano facendo i quattro giovani arsi vivi ad Amendolara.

Vita da irregolare

La vita degli irregolari è sovrapponibile a quella che ha raccontato il sopravvissuto alla strage, Taj Mohammad Alamyar. Paghe da fame, orari di lavoro massacranti, dodici ore sotto il sole d’estate e al freddo d’inverno, minacce, botte, e soprattutto un ricatto continuo: il caporale di cui si serve l’azienda fornisce al bracciante il lavoro, la casa, l’acqua e il pane, naturalmente a pagamento.

Salario di piazza

Quindi dal salario “di piazza”, cioè quello che il mercato stabilisce per gli irregolari, vanno sottratti l’affitto, la quota per il trasporto, quella per la bottiglietta d’acqua che l’operaio è costretto a comprare. In questo modo il lavoratore resta sempre in uno stato di bisogno, alla mercé dei caporali e delle imprese che si servono di questo sistema. Perché sono le aziende che lo alimentano il sistema, che decidono di rivolgersi al reclutamento illegale della manodopera, basato sullo sfruttamento e sul ricatto. E dietro, almeno in Calabria, l’ombra della presenza della criminalità organizzata, che orchestra e gestisce tutto.