Un ingresso soft, nella stanza fresca, grande e ariosa della direttrice. Poi il senso di soffocamento quando si varca la vera soglia del carcere femminile di Rebibbia, le sezioni, i cancelli, le sbarre. “Non faccio che pensare alle quasi tre ore trascorse dentro, ci sono luoghi dai quali non si esce uguali – racconta Alessandra Tersigni, responsabile politiche sociali, terzo settore e rapporto pubblico-privato, dipendenze e carcere della Cgil -. Mai nome a un’iniziativa è stato più azzeccato: bisogna aver visto”.
La rappresentante sindacale ha fatto parte di una delle delegazioni che il 14 luglio sono entrate in 34 carceri italiane di 29 città con l'Alleanza per l’articolo 27, una vasta cordata associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell'esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà.
“Abbiamo incontrato subito il personale penitenziario che vive le difficoltà dovute al sottodimensionamento – prosegue - . Ma la loro condizione non è paragonabile a quella delle detenute, che non vedevano l’ora di incontrarci. Delle otto sezioni, la Camerotti è quella più impattante, celle che affacciano su un ballatoio. Ci sono stanze con detenute che escono solo un’ora al giorno, trascorrono 23 ore chiuse in una cella, che hanno capienza massima regolamentare di tre persone, e invece sono in cinque.
Qui niente doccia, niente bidet, niente privacy. “Qui ogni centimetro è condiviso – spiega Tersigni -. Il carcere lo puoi leggere da fuori con i dati del sovraffollamento, le carenze del personale e delle attività. Ma è entrando dentro e guardando quelle facce, sentendo quegli odori, che lo capisci . Dentro c’è un caldo diverso, un’aria ferma e opprimente che si fa fatica a respirare”.
Oltre 330 liberi cittadini, esponenti delle istituzioni locali, dell'università, della cultura e della società civile, sono entrati negli istituti di pena per riportare l'attenzione sulle condizioni delle carceri, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall'articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale.
“Ho immaginato ognuna delle 23 ore che quelle donne trascorrono chiuse in una cella – conclude Tersigni -. Ascoltando i loro racconti mi sono chiesta quanto può resistere una persona in condizioni del genere, senza perdere la dignità e il controllo. Come si fa a non avere problemi di salute mentale in quelle condizioni?”.





















