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Per oltre tre decenni il lavoro dipendente nel settore privato ha perso potere d’acquisto. Dal 1990 al 2026 le retribuzioni reali sono diminuite del 6,6 per cento, una fotografia che conferma come la questione salariale rappresenti uno dei principali nodi irrisolti dell'economia italiana. A certificarlo è l'ultimo rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che analizza l'evoluzione dei salari e gli effetti delle riforme dell'Irpef nel tentativo di capire quanto il fisco sia riuscito a compensare la lunga stagnazione delle buste paga.
Il fisco ha limitato i danni, ma non ha risolto il problema
Secondo l’Upb, gli interventi sull’Irpef, in particolare quelli del 2014 e del 2025, hanno alleggerito il prelievo fiscale sui redditi da lavoro dipendente medio-bassi, attenuando almeno in parte la perdita di potere d'acquisto. Il risultato è un aumento della capacità redistributiva dell’imposta: l’indice utilizzato dagli esperti è più che raddoppiato, passando da 0,028 a 0,065, soprattutto grazie alle modifiche apportate all’Irpef.
Un modello che mostra tutti i suoi limiti
Per l’Ufficio parlamentare di bilancio il sistema attuale presenta criticità ormai evidenti. La redistribuzione si regge quasi esclusivamente sulla tassazione progressiva del lavoro dipendente, mentre altre categorie di reddito beneficiano di trattamenti differenti.
“Il modello redistributivo attuale potrebbe aver raggiunto i propri limiti”, osserva l'Upb, evidenziando sia il crescente carico fiscale sui redditi medio-alti sia le disparità di trattamento tra lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati.
A rendere ancora più difficile la situazione hanno contribuito anche fenomeni strutturali che caratterizzano il mercato del lavoro italiano: la diffusione del part-time, la precarizzazione dei rapporti di lavoro e la crescente segmentazione tra settori, qualifiche e tipologie contrattuali, fattori che hanno ampliato le disuguaglianze retributive.
Torna l’incubo del fiscal drag
Nel rapporto emerge anche un nuovo elemento di preoccupazione. Il ritorno dell’inflazione, alimentato anche dalle tensioni internazionali e dall’aumento dei prezzi dell’energia, rischia di riaprire il problema del fiscal drag, cioè l'aumento della pressione fiscale determinato dal mancato adeguamento degli scaglioni Irpef all'inflazione.
L’Upb richiama inoltre l’attenzione sulla scelta contenuta nella legge di bilancio 2026 di applicare un regime fiscale sostitutivo agli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali. Una decisione che, secondo l’organismo indipendente, mette in luce una contraddizione del sistema: la tassazione ordinaria degli incrementi salariali è diventata talmente elevata da rendere necessario un regime speciale per evitare che gli aumenti vengano in larga parte assorbiti dal fisco.
Servono politiche strutturali
La conclusione del rapporto è netta. La leva fiscale, da sola, non può affrontare le cause profonde della stagnazione salariale. Per rafforzare la redistribuzione, l’Upb indica alcune direttrici: rivedere i regimi fiscali agevolati che riducono la base imponibile, intensificare il contrasto all'evasione fiscale e affiancare alle misure tributarie politiche strutturali capaci di sostenere salari, occupazione stabile e qualità del lavoro. A queste potrebbero aggiungersi strumenti di sostegno al reddito finanziati dal lato della spesa pubblica.


























