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“Che in Italia ci sia ancora la schiavitù, che ci siano ragazzi sfruttati, come quelli uccisi ad Amendolara, fa comodo a molti. A tutti. Tranne che a noi e a quella porzione di cittadini consapevoli e coscienti che hanno deciso di combattere questo stato di cose. C’è chi ci lucra e si arricchisce, la maggioranza è indifferente”.
Giovanni Mininni denuncia, racconta, spiega, argomenta. Dopo la strage dei quattro giovani nel Cosentino, tre afghani e un pakistano bruciati vivi dai caporali nel minivan che li stava riportando a casa dal lavoro, perché avevano chiesto di essere pagati, il segretario generale Flai Cgil non si è mai fermato.
Il sindacato dell’agroindustria è impegnato da sempre contro lo sfruttamento nei campi con le brigate del lavoro e nei palazzi con le politiche nazionali, e conosce bene i meccanismi, cosa accade nelle campagne, come le aziende reclutano i braccianti, e a cascata come funzionano gli ingranaggi del caporalato nei quali rimangono impigliati gli operai agricoli, spesso migranti, spesso senza permesso di soggiorno, sempre ricattabili.
Mininni, abbiamo toccato il fondo?
Questo me lo chiedo anche io. Spero che non accada di peggio. Con l’uccisione di Satnam Singh credevamo di essere arrivati a un livello di disumanizzazione sconvolgente, ma quello che è successo in Calabria è qualcosa di inimmaginabile, contro cui questo Paese deve assolutamente reagire. Non possiamo tollerare che accadono cose di questo tipo”.
Anche per questo avete organizzato una manifestazione nazionale sabato 6 giugno?
Sì, la Flai Cgil sarà ad Amendolara il 6 giugno alle 16, faremo un corteo che ci porterà al distributore di benzina luogo della strage, Maurizio Landini depositerà dei fiori, poi il corteo proseguirà in città, dove ci sarà il comizio finale. Vogliamo dire che non ci potranno e non ci dovranno più essere stragi come questa, mai più la disumanizzazione dei lavoratori.
La schiavitù fa comodo a molti, a tutti, diceva. A chi?
A chi vuole continuare ad arricchirsi sfruttando i lavoratori e mette in atto tutta una serie di azioni affinché il sistema così come è costruito non venga scalfito. Alle imprese e alle loro associazioni datoriali, che molto spesso remano contro l’istituzione delle sezioni territoriali del lavoro agricolo di qualità previste dalla legge 199, che dovrebbero fare prevenzione. Alle aziende che altrimenti andrebbero fuori mercato senza lo sfruttamento dei lavoratori, oppure guadagnerebbero molto meno. Fa comodo a chi ha deciso che questo Paese deve galleggiare, non deve avere un vero sviluppo. Questo sistema infatti incide sulla produttività generale del Paese, che dagli anni Ottanta non cresce più. Altrimenti perché i 200 milioni del Pnrr per superare i ghetti non sarebbero stati utilizzati?
Quei fondi europei del Pnrr, i 200 milioni di euro, li abbiamo persi per sempre?
L’Italia ha rimandato indietro 180 milioni. E chissà se quei 20 milioni rimanenti verranno spesi tutti. Quando mai avremo un’altra occasione del genere? Tutto quello che ci hanno raccontato, che i Comuni hanno rifiutato gli interventi, sono storielle. I ghetti nacquero trent’anni fa non per caso proprio in quei territori, perché è lì che erano utili: sono cresciuti in maniera strategica per servire le aziende che si trovavano nelle campagne limitrofe. Abbiamo constatato che i caporali vanno lì con i pulmini a caricare i lavoratori. Perché cancellare i ghetti allora, farli sparire, a chi serve?
Anche per la strage di Amendolara il dito è puntato contro i caporali, i due pakistani che stando al racconto del sopravvissuto, Taj Mohammad Alamyar, hanno appiccato il fuoco. Ma sono solo loro i responsabili?
Questa è la storiella che viene raccontata, anche nella sua semplificazione giornalistica. Il punto è che i caporali sono solo un anello della catena dello sfruttamento, che è un drago a dieci teste e dietro ha sempre un mandante. Alla polizia e alla procura abbiamo chiesto di svolgere indagini approfondite, di risalire questa catena e di andare a cercare i mandanti. Bisogna individuare le imprese che ingaggiavano i caporali per trovare lavoratori. E anche verificare se dietro a una strage del genere non ci sia la criminalità organizzata. Nei processi giudiziari che si sono tenuti negli anni scorsi è emersa la pervasività della criminalità nel settore agricolo: logistica, trasporti, mercato del lavoro, controllava tutto utilizzando anche caporali, a Gioia Tauro e nel territorio che da Scanzano Jonico arriva a Cosenza.
Quindi sono le aziende le grandi responsabili della catena dello sfruttamento?
Certo, che ci sia o meno la mafia dietro, è l’azienda che decide tutto: la giornata di lavoro, quanto deve durare, quanto va remunerata, l’ingaggio dei caporali con regole precise, quante squadre, quanti pulmini, quanti operai, in quali campi. Il caporale ci lucra, come racconta anche Taj Mohammad: loro pagavano cinque euro a ogni viaggio per il trasporto e dovevano comprare da lui acqua e pane. In più di solito il caporale si prende anche qualche soldo dal salario del bracciante. La cosa che non riusciamo a capire nella tragedia di Amendolara è perché questi lavoratori, che avevano regolare contratto e permesso di soggiorno, chiedevano i soldi al caporale e non all’impresa.
La Flai ha promesso protezione e assistenza a Taj Mohammad e al suo collega Armani Hazrat Hellal che era rimasto a casa perché malato. Cosa farete?
Abbiamo subito assegnato loro degli avvocati e fornito protezione umanitaria. Li abbiamo spostati da quel domicilio, perché sono a rischio e perché sono terrorizzati e non sapevano dove andare. Adesso probabilmente si trovano da amici. Cercheremo di aiutarli, di trovare un’azienda seria dove lavorare, dove possano essere protetti e accuditi, e tornare a casa quando vogliono, facendo leva sulle loro risorse.






















