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Amin, Ullah, Safi e Waseem. Sono stati bruciati vivi nel minivan che li stava riportando a casa dal lavoro. Quattro ragazzi afghani, il più grande aveva 29 anni, uccisi in modo brutale dai caporali pakistani che davano loro vitto e alloggio ma che non volevano pagarli, stando a quanto racconta il quinto passeggero che è scampato alle fiamme.
Non un semplice fatto di cronaca nera, una strage. È successo lunedì scorso (1° giugno) intorno alle 12.45 nella stazione di servizio Ip di Amendolara (Cosenza), sulla statale 106. In queste ore, con l’indagine, i fermi e gli interrogatori, stanno emergendo i particolari.
Schiavi moderni
Erano trattati e vivevano come schiavi moderni, nei campi di Scanzano (Matera) tutto il giorno a raccogliere fragole e poi in dieci in un bilocale a Villapiana. Uomini da spremere, usati dai criminali che organizzano il sistema dello sfruttamento e poi uccisi perché avevano protestato. Taj Mohammad Alamyar, il sopravvissuto, ha spiegato che non venivano pagati da più di un mese ed è per questo che si erano ribellati.
“Le notizie e le immagini che giungono dalla Calabria delineano i contorni di una vera e propria strage, una tragedia che tocca il punto più basso della disumanità e dello sfruttamento para schiavistico nelle nostre campagne”, afferma il segretario generale Flai Cgil Giovanni Mininni: “Esprimiamo profondo cordoglio per le vittime e siamo attualmente in contatto diretto con l'unico lavoratore sopravvissuto, cui garantiremo, se tutto sarà confermato, la tutela, la protezione e il supporto sindacale e legale necessario”.
La protezione della Flai
Il sindacato ha messo sotto protezione Taj Mohammad Alamyar e un altro operaio che per motivi di salute non era andato a lavorare l'altro ieri. “Gli cambieremo il domicilio e dopo che sarà ascoltato nuovamente dal giudice li porteremo in un luogo sicuro” ha aggiunto Mininni, che ha ricordato la necessità di allontanare i braccianti dal territorio, perché ancora pericoloso: “Un caporale non è ancora stato arrestato, ma c'è una rete di caporali che agisce sul territorio e portava queste persone a lavorare a Scanzano, verso il metapontino, quotidianamente”. Un meccanismo organizzato e centralizzato che dietro ai caporali ha dei mandanti.
Da Jalalabad alle ustioni
Taj, 35 anni, partito poco più di un anno fa da Jalalabad e arrivato in Italia a piedi, attraversando Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia e Slovenia, ha ustioni alle braccia, a una spalla e alla parte bassa della schiena. È riuscito a salvarsi perché quando i due assassini hanno appiccato il fuoco al van dopo aver chiuso le quattro portiere, ha aperto il portellone posteriore. Lui è uscito da lì, mentre le fiamme divampavano.
La sua testimonianza ha consentito il fermo dei due pakistani, Alì e Bat, da parte della procura di Castrovillari, per omicidio plurimo aggravato: avevano discusso, avevano litigato perché non volevano pagare i braccianti che non vedevano soldi dal 20 aprile. "Dicevano che avevamo già un alloggio e il cibo garantiti, secondo loro era abbastanza”, racconta Taj: “Quei due sono trafficanti di droga e prendono gli ordini da Kassan, un pakistano che gira sempre armato e vende eroina con gli italiani. Stanno insieme, mafia pakistana e mafia italiana".
Taj ha un bambino di cinque anni e una moglie che vivono in Afghanistan. Sogna di poterli portare qui per dare loro migliori opportunità di vita. Ha paura ma guarda al futuro: “La Cgil mi sta aiutando. So che stanno cercando un'azienda con una casa all'interno, datori di lavoro seri. Resto qui. Non posso scappare dall’Italia”.
Ricatto feroce
“Le parole del sopravvissuto raccolte direttamente dalla Flai Cgil del territorio confermano l'esistenza di un sistema di ricatto feroce, dove il diritto al lavoro e alla dignità viene barattato con la pura sussistenza, azzerando i diritti”, prosegue Mininni: “Se le indagini dovessero confermare che ci troviamo di fronte a un atto punitivo contro chi ha provato a ribellarsi, la nostra risposta sarà durissima. A questa violenza criminale non possiamo che rispondere con un no intransigente”.
Dove sono le istituzioni?
“Taj ha paura di tutto e noi lo abbiamo rassicurato, saremo sempre al suo fianco”, dichiara la segretaria generale Flai Cgil Calabria Caterina Vaiti: “Ma le istituzioni dove sono? A parte la Flai e un esercito di giornalisti, lì, in quel distributore di benzina, non c’era nessuno, le istituzioni non c’erano. Non c’era nessuno a dare conforto a questi ragazzi che vivono in terra straniera e che sono stati barbaramente aggrediti, per non palare dei quattro che non ce l’hanno fatta. Abbiamo incontrato soltanto la neoeletta sindaca di Villapiana, molto toccata dalla vicenda”.
Le richieste del sindacato
“I braccianti bruciati dai caporali erano impiegati nelle campagne di Scanzano e della costa ionica lucana, un territorio dove le maglie dell'illegalità sono sempre più intricate tra organizzazioni criminali locali e quelle delle regioni limitrofe, come Puglia e Calabria”, afferma il segretario generale Cgil Basilicata Fernando Mega: “È necessaria la convocazione urgente in prefettura del tavolo della sicurezza e del caporalato, un’azione congiunta di organizzazioni datoriali, istituzioni regionali, sindacati e forze dell’ordine affinché episodi del genere non si verifichino più”.
La Flai chiede alle forze dell’ordine impegnate nelle indagini di individuare non solo la rete dei caporali pakistani ma anche i loro mandanti che costituiscono un vero e proprio sistema organizzato per lo sfruttamento dei lavoratori agricoli. Il sindacato chiede al governo di moltiplicare immediatamente le ispezioni in agricoltura, anche con l’aiuto delle forze dell’ordine, così come accadde con l’omicidio di Satnam Singh.
E al governo e all’Inps chiede la piena applicazione della legge 199 contro lo sfruttamento e il caporalato, con l’insediamento delle sezioni territoriali in ogni provincia e un piano di accoglienza dei lavoratori migranti mai attuato a dieci anni dall’approvazione della legge. In circa 15 giorni sono morti undici lavoratori agricoli immigrati. Altri sono ancora gravi. Tutto ciò avviene in concomitanza con la partenza delle grandi campagne di raccolta che ogni anno ricordano quanto sia faticoso e rischioso il lavoro in agricoltura anche per le ondate di calore. “Non vorremmo più assistere a morti annunciate, a diritti violati, a persone calpestate per garantire cibo sulle nostre tavole”, conclude Mininni; “È un prezzo troppo alto che non vogliamo più pagare”.





















