Il primo governo della Repubblica guidato da una donna si è dimenticato delle donne, a voler essere buoni. A voler essere oggettivi dovremmo dire che il primo governo guidato da una donna è contro le donne o quanto meno le ha tradite.

Sono tre anni e mezzo che Meloni siede a Palazzo Chigi e i dati sul divario di genere sono desolanti. Li ha resi noti l’Inps presentando il “Bilancio di genere 2025”: “Rilevanti sono ancora le condizioni di svantaggio delle donne nel nostro Paese nell’ambito lavorativo, familiare e sociale”. Insomma, nulla è cambiato rispetto a quattro anni fa e anzi si registrano arretramenti.

I numeri sono impietosi

In Italia le donne sono la maggioranza della popolazione: il 51,1% a fronte del 48,9% degli uomini. E studiano più dei loro colleghi: sono il 52,6% dei diplomati, addirittura il 59,4% dei laureati eppure: “Questa prevalenza nel percorso di studi non si traduce in una corrispondente presenza nelle posizioni di vertice nel mondo del lavoro”.

Tra occupazione e disoccupazione

Solo il 53,3% delle donne italiane è occupata al fronte dell’oltre 71% degli uomini, facendo così registrare in divario occupazionale del 17,8%. Se guardiamo all’Europa lo sconcerto aumenta, secondo Eurostat l’occupazione femminile europea si attesta al 70,8% e noi siamo il fanalino di coda tra i Paesi dell’Unione. Non è affatto un bel primato. E la situazione si aggrava se consideriamo che sempre nel 2024 le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,2% del totale.

La qualità dell’occupazione

Se è possibile la desolazione si trasforma in rabbia. È sempre il Rendiconto di genere elaborato dal Civ dell’Inps ad attestare che precarietà e part-time sono le caratteristiche del lavoro delle donne. Le assunzioni a tempo indeterminato: Solo il 36,7% sono donne, a fronte del 63,3% di uomini. Non solo, le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2% del totale e anche il part-time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi.

Salari e carriere

Sono poche al lavoro e quelle poche guadagnano meno degli uomini, facendo fatica ad arrivare ai ruoli apicali pur essendo più istruite dei maschi. Alla faccia di chi afferma che il patriarcato e gli stereotipi non esistono più. I numeri dicono altro: in media le donne guadagnano il 25% in meno dei colleghi. “In particolare, fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7% nelle attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di alloggio e ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative”. Per quanto riguarda poi la carriera, solo il 21,8% delle donne è dirigente e solo il 33,1% ricopre il ruolo di quadro. La verità è che il tetto di cristallo Meloni lo ha rotto solo per sé.

La Cgil commenta

“Anche quest'anno – afferma Esmeralda Rizzi Area politiche di genere della Cgil - i dati presentati dal Rendiconto di genere dell'Inps confermano l'esistenza di una gravissima disparità salariale e previdenziale tra donne e uomini in Italia. Dati sconfortanti che un corretto recepimento della Direttiva europea sulla trasparenza salariale potrebbe cambiare. Il primo governo italiano guidato da una donna, invece, continua a fare politica sulla pelle delle donne e con un recepimento minimale e riduttivo accoglie le istanze delle imprese, affinché non vengano introdotti quei cambiamenti indispensabili a far sì che uomini e donne vengano pagati nella stessa misura per uno stesso lavoro".

ROBERTO GHISELLI PRESIDENTE CIV INPS
ROBERTO GHISELLI PRESIDENTE CIV INPS
ROBERTO GHISELLI PRESIDENTE CIV INPS (IMAGOECONOMICA)

Lo sconcerto arriva dall’Inps

Sono gli stessi dirigenti dell’Istituto che hanno presentato il Rendiconto a manifestare la necessità di un’importante inversione di rotta. Ridurre questi divari non è solo questione che attiene all’equità, ma anche la crescita e l’economia del Paese. “Il quadro che emerge dal Rendiconto di genere conferma una situazione inaccettabile. Il divario di genere e le pari opportunità richiedono misure vere e non pannicelli caldi come i vari bonus, previsti più per poter dire che si è fatto qualcosa che per gli effetti reali che producono”. Lo ha affermato il presidente del Civ dell'Inps, Roberto Ghiselli intervenendo alla presentazione del Rendiconto di genere dell'Istituto. "Mancano servizi, ha spiegato, i congedi parentali non vengono adeguatamente garantiti, troppa precarietà nel lavoro, modelli d'impresa da cambiare e retribuzioni troppa basse. Serve una decisa inversione di rotta, da parte della politica, del mondo economico ma anche nella consapevolezza e nei comportamenti di tutti”.

VALERIA VITTIMBERGA, DG INPS
VALERIA VITTIMBERGA, DG INPS
VALERIA VITTIMBERGA, DG INPS (IMAGOECONOMICA)

I congedi parentali

Guarda la coincidenza, mentre La Camera dei Deputati affossava la proposta di legge delle opposizioni sui congedi parentali, la direttrice dell’Inps Valeria Vittimberga affermava: “Nella riduzione del gender pay gap e nell'avanzamento professionale delle donne punto centrale è il riequilibrio dei congedi parentali. Serve una quota strutturale e significativa riservata ai padri - ha sottolineato Vittimberga - perché la redistribuzione del lavoro di cura è la condizione per non penalizzare le carriere femminili''. Già, il lavoro di cura, ebbene il Rendiconto attesta che “Le donne continuano a farsi carico della maggior parte del lavoro di cura”.

IMAGOECONOMICA
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DANIELA BARBARESI SEGRETARIO CONFEDERALE CGIL NAZIONALE (IMAGOECONOMICA)

Altro che storie, la vicenda dei congedi parentali è la constatazione di quanto gli stereotipi di genere non siano affatto superati, basti considerare che secondo i calcoli dell’Inps: “Le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini”. “Ormai è evidente che per la destra di governo, le famiglie e la genitorialità sono buone per la propaganda, ma spariscono quando vanno garantiti diritti e tutele". Così la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi commenta lo stop della maggioranza alla pdl delle opposizioni, per l’incremento dell’indennità di maternità e l’introduzione di un congedo paritario per il padre.

L’importanza di una legge

“L’importanza di questa proposta di legge sarebbe stata duplice: da un lato per l’obiettivo di disinnescare ogni fattore di discriminazione, poiché se entrambi i genitori potessero fruire di identico congedo le lavoratrici madri sarebbero meno discriminate rispetto ai padri; dall'altro nel senso culturale, nell’ottica di promuovere la piena parità tra donne e uomini e superare la cultura patriarcale ancora troppo radicata nel nostro Paese”.

“Da tempo - sottolinea Barbaresi - la Cgil avanza la richiesta di un congedo paritario di sei mesi, considerandolo determinante per realizzare l’obiettivo di un’equa condivisione delle responsabilità familiari e del lavoro di cura, nella prospettiva di un’autentica parità di genere, oltre a favorire l’opportunità per i padri di vivere pienamente la propria genitorialità".

Servono politiche non chiacchiere propagandistiche

Per la segretaria confederale, infatti, "l’emergenza demografica richiede misure e politiche integrate e strutturali che riguardano congedi ben remunerati e paritari, servizi di cura e servizi educativi per la prima infanzia universali e gratuiti, soprattutto per garantire pari opportunità e contrastare la povertà educativa. E, naturalmente, occupazione, orari, retribuzioni, stabilità e qualità del lavoro. Tuttavia, anziché mettere in atto politiche forti e coerenti, il governo e la maggioranza non sanno andare al di là di qualche bonus e tanta propaganda”.

I numeri non mentono

La pietra tombale sulle politiche del governo arriva da una frase del Rendiconto: “L'offerta di asili nido rimane insufficiente, solo l'Umbria, l’Emilia Romagna e la Valle d’Aosta raggiungono o si avvicinano all’obiettivo dei 45 posti nido per 100 bambini 0-2 anni”. Domanda: ma i fondi del Pnrr che dovevano servire a ridurre i divari a partire da quello di genere che fine hanno fatto? E quale logica segue la riduzione degli asili nido imposta dal governo Meloni?

La conclusione di Barbaresi è inevitabile: “Il sostegno alla genitorialità, l’iniqua distribuzione del carico di cura familiare che finisce per marginalizzare ulteriormente le donne in ambito lavorativo, e l’inverno demografico non possono essere affrontati con interventi spot, ma con politiche forti e coerenti. Quello che governo e maggioranza non fanno. Ancora una volta, un’altra occasione persa".