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È una delle tante promesse mancate del Pnrr, è anche un impegno europeo largamente disatteso: a ottenere questi risultati è il governo che si dice della famiglia e della natalità. Anzi il ministero di conio meloniano recita nel suo nome “ministero della Natalità, della famiglia e delle pari opportunità”. E quindi il fallimento dovrebbe essere ancor più bruciante.
Lo afferma l’Istat: il numero di posti negli asili nido è ben lontano dal raggiungimento degli obiettivi: “Anche per effetto del calo delle nascite (che riduce gli utenti potenziali dei servizi), il divario tra numero di bambini e posti disponibili diminuisce gradualmente: in media ci sono 31,6 posti ogni 100 bambini. Un valore che, tuttavia, non ha permesso il raggiungimento del target europeo sul tasso di frequenza fissato per il 2010 (33%) e rende ancora lontano quello per il 2030 (45%)”.
Il paradosso
Sì, davvero un paradosso. Secondo il Report “Offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia anno educativo 2023/2024” da un lato, grazie al Pnrr, sono stati costruiti asili nido, assai meno di quelli previsti originariamente e ancora meno di quelli necessari; dall’altro diminuiscono i bimbi e le bimbe per effetto della curva crescente di denatalità. Eppure siamo assai lontani non solo degli obbiettivi futuri posti dall’Europa, ma non siamo nemmeno stati capaci di raggiungere quelli che avremmo dovuto traguardare nel 2010.
Facile previsione
Secondo la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi: “I dati presentati oggi dall’Istat confermano le nostre preoccupazioni e le nostre rivendicazioni: nonostante l’ulteriore calo delle nascite abbia ridotto il divario tra la disponibilità di servizi educativi e il numero di bambini e bambine nella fascia 0-2 anni, non è ancora stato raggiunto l’obiettivo del 33% a livello nazionale. Siamo al paradosso: un governo che fa propaganda assordante sul contrasto alla denatalità e non muove un dito per garantire ai bambini e bambine di questo Paese il diritto a percorsi educativi sin dai primissimi mesi di vita”.
Aumentano i posti, viva i privati
Quello che dovrebbe essere un servizio pubblico per rispondere a un diritto costituzionale, tanto per cambiare, scivola sempre più verso il privato. Scrive ancora l’Istat: “Nell’anno educativo 2023/2024, si registra un nuovo incremento dell’offerta di nidi e di altri servizi educativi per bambini sotto i tre anni di età. I servizi attivi risultano 14.570, in aumento del 3,8% rispetto al precedente anno educativo, per un totale di quasi 378.500 posti autorizzati al funzionamento (+3,4%). L’incremento è trainato dal settore privato, che assorbe il 78,4% dei circa 12.500 posti aggiuntivi”. D’altra parte, se pure con i fondi europei si costruiscono le strutture e poi nelle leggi di bilancio non si prevedono le risorse per far funzionare i nidi, da quelle per le assunzioni del personale e a quelle per pagare le utenze, difficile immaginare un’altra possibilità.
Serve un piano di assunzioni
Le nozze con i fichi secchi non si possono fare, avrebbe detto il saggio. La segretaria confederale, quindi, sostiene: “Non basta costruire le strutture se non si garantiscono le risorse per renderle operative: per raggiungere l'obiettivo del 45% (Barcellona 2030), non solo vanno attivati almeno altri 165mila posti rispetto a quelli censiti dall’Istat, ma per permettere la gestione diretta da parte dei Comuni sono necessari almeno 1,6 miliardi di euro in più all'anno per la spesa corrente e 37mila educatrici/tori in più”.
Persistono i divari
Una delle ragioni per le quali all’Italia è arrivata una delle quote più consistenti dei fondi per il Pnrr è che da noi esistono divari più profondi che in altri paesi del continente. Divari di genere, tra le generazioni e territoriali. Ebbene anche su questo capitolo il governo ha fallito, i divari non si sono affatto ridotti a cominciare proprio da quelli territoriali. E gli asili nido ne sono un triste esempio. Scrive ancora l’Istituto: “Le regioni del Sud e delle Isole, esclusa la Sardegna, sono ben al di sotto del parametro del 33%, con una media ripartizionale rispettivamente del 19,0% e 19,5%. L’Italia centrale presenta la media più alta (40,4%), con un picco del 48,4% in Umbria. Seguono il Nord-est (39,1%) e il Nord-ovest (36,6%)”. E c’è qualcuno che ancora evoca l’autonomia differenziata.
la preoccupazione della Cgil
Quella dei divari territoriali è la preoccupazione della Cgil. Infatti la dirigente sindacale sottolinea che “preoccupano le pesanti diseguaglianze territoriali nella disponibilità di posti, che restano sostanzialmente inalterate, con ben sette regioni che non arrivano ancora al 33% nel rapporto posti/bambini: Abruzzo, Basilicata, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania”.
“Se da un lato c’è un problema di posti insufficienti – prosegue – altrettante criticità si riscontrano nella spesa a carico delle famiglie che sostengono quote di compartecipazione spesso troppo alte, rette che, nonostante i bonus, per molti nuclei non sono sostenibili e condizionano la scelta di affidamento dei bambini ai nidi”. Eppure l’attivazione dei servizi per l’infanzia farebbe aumentare l’occupazione femminile, fanalino di coda in Europa, perché libererebbe tempo alle mamme per poter lavorare, e perché la manodopera di quei servizi è prevalentemente donna.
Aumentano le liste di attesa
Quella delle liste di attesa sembra essere la maledizione italiana, così come in sanità anche per i nidi aumentano. Giustamente aumenta la richiesta delle famiglie, consapevoli che per lo sviluppo psico-fisico dei bimbi e delle bimbe è importante frequentare il nido, ma le risposte dei servizi non ci sono. “Nell’anno educativo 2023/2024, circa la metà dei gestori di nidi e sezioni primavera (49,9%) ha rilevato un aumento delle domande di iscrizione rispetto all’anno precedente”.
Diritto negato
Alla carenza di posti, ai costi elevati dei servizi, ai divari territoriali si somma un ulteriore problema. Per Barbaresi è “la presenza di liste d’attesa consistenti e la tendenza all’aumento della domanda da parte delle famiglie, che non viene soddisfatta dalla capacità ricettiva del sistema educativo per la prima infanzia”. E a completare il quadro, “i troppi ritardi nella realizzazione dei progetti del Pnrr: a pochi mesi della scadenza è stato speso solo il 39% dei 3,8 miliardi di euro di finanziamenti per asili nido e scuole dell’infanzia, e solo l’8% delle opere risulta completato. Anche su questo il governo sembra piuttosto distratto”.
Siamo fuori tempo massimo?
No, non siamo fuori tempo massimo. Da qui al 2030 il tempo c’è per invertire la tendenza e centrare l’obiettivo del 45% di posti in asilo nido per ogni 100 bimbi. Ma occorre la volontà politica di realizzarlo. “È necessario correre ai ripari e garantire un’adeguata rete di asili nido diffusi nel territorio, di qualità, accessibili e gratuiti, nel rispetto delle indicazioni europee, affinché il diritto a un percorso educativo sin dai primi mesi di vita sia garantito a tutti i bambini e le bambine”, conclude Barbaresi.






















