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Per la Cgil, il passaggio dal principio del “consenso libero e attuale” alla formula “contro la volontà” rappresenta “un arretramento pericoloso” nella definizione del reato di stupro, “ancora più grave se si considera che, secondo i dati del Viminale, la violenza sessuale è in costante aumento negli ultimi anni”.
Una questione culturale
Una scelta che il sindacato contesta nel merito e nel metodo, sottolineando come “non si tratti soltanto di una questione penale”, nonostante sia “l’unico piano su cui il Governo continua a muoversi” per contrastare la violenza sulle donne. Il nodo, ribadisce la Cgil, è prima di tutto culturale ed educativo: “Educare al consenso dovrebbe essere una priorità per tutte le istituzioni”.
Anche perché il consenso “è già un concetto largamente riconosciuto nello scenario internazionale”, previsto dalle convenzioni recepite dall’Italia e “assunto da tempo anche dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione”, che ha fondato le proprie sentenze proprio sul principio del “consenso libero e attuale”.
Fermare la regressione
Per questo, per “fermare qualsiasi tentativo di regressione”, oggi la Cgil sarà davanti al Senato alle 14.15 insieme alle organizzazioni femministe, in occasione della riapertura della discussione in Commissione Giustizia del ddl stupri.
Alle critiche del sindacato si affiancano quelle delle associazioni femministe promotrici dell’iniziativa, che parlano di “un attacco frontale ai diritti delle donne e di tutte le soggettività maggiormente esposte alla violenza” e denunciano una riformulazione del disegno di legge che “spazza via decenni di lotte del movimento femminista”.
Responsabilità sulle vittime
Secondo le realtà coinvolte, costringere chi subisce una violenza a dover dimostrare il proprio dissenso all’atto sessuale “significa spostare sulle vittime la responsabilità maschile dello stupro”, ribaltando il principio di autodeterminazione e rafforzando una cultura che continua a mettere sotto accusa la parola di chi denuncia.
Dopo l’introduzione, a novembre, del riferimento al “consenso libero e attuale” nella legge sulla violenza sessuale – che avrebbe sancito un principio già riconosciuto dalla Convenzione di Istanbul e dalla giurisprudenza della Cassazione – la nuova formulazione viene letta come una scelta che “non tutela le persone offese, ma protegge i potenziali stupratori”, riaffermando “il privilegio più insopportabile: quello del dominio sui nostri corpi”.
Le promotrici respingono inoltre la narrazione del Governo secondo cui la norma sul consenso avrebbe creato problemi interpretativi e il rischio di false denunce: “È una retorica maschilista e patriarcale”, affermano, “la stessa che continua a impedire l’introduzione dell’educazione affettiva nelle scuole”, indicata come l’unico strumento capace di rendere le relazioni libere da meccanismi di potere, controllo e violenza strutturale.























