È durata circa tre ore la conferenza stampa di inizio anno della presidente del consiglio, Giorgia Meloni. Tre ore che non passeranno alla storia. Le risposte della premier sono rimaste più o meno le stesse già ascoltate in questo triennio, le soluzioni prospettate e promesse ai problemi che restano e sono enormi si sono condensate negli annunci di tavoli e rivelazioni di piani che arriveranno nella generica indicazione temporale dei prossimi mesi. Gli attacchi, anche quelli triti e ritriti, sono concetti già espressi e già sentiti, i bersagli quelli di sempre: la Cgil – convitata di pietra, giacché la Meloni non l’ha mai nominata direttamente –, la sinistra in generale – che, per la premier, “è sempre dalla parte sbagliata della storia”, questa volta sulla questione venezuelana –, la magistratura, su cui la maggioranza tenta di affondare il colpo in caso di esito positivo del referendum.

Saltando da una risposta all’altra apprendiamo che per ora la premier si accontenta di quello che fa e non ambisce al Quirinale. Che la sorella, Arianna, deciderà come sempre ha fatto del suo destino, se candidarsi a sindaco di Roma o al Parlamento. Che le date più probabili del referendum sulla giustizia, per la Meloni, sono il 22 e 23 marzo. Che l’esito dello stesso non avrà alcun effetto sul governo: né dimissioni in caso di sconfitta né elezioni in caso di vittoria. Che, unica vera concessione all’ironia, vorrebbe essere pagata per lavorare con Fiorello. 

2026, anno della sicurezza e della crescita

E allora libero sfogo ai cavalli di battaglia, questa volta prodromici anche alla campagna referendaria. Perché dopo le domande di rito sulla situazione internazionale che incombe, il primo squillo arriva sulla sicurezza, ossessione e vanto millantato della destra securitaria. “Anni di lassismo non sono facili a cancellarsi”, ha esordito Meloni sul tema, liquidando i governi precedenti. E dopo aver snocciolato alcuni dati e presunte conquiste – menzione d’onore al decreto sicurezza – parte il primo affondo sulla magistratura: “ricordo il caso imam a Torino, la polizia ne dimostra la pericolosità per i suoi contatti con i jihadisti, Piantedosi ne dispone l’espulsione e l’espulsione viene bloccata. Il caso della mamma che ha ucciso il figlio di 9 anni dopo essere stata più volte denunciata per aver tentato di farlo in passato: i magistrati avevano deciso di lasciarla a piede libero. L’uomo arrestato nella terra dei fuochi grazie alle nuove leggi del governo, rimesso in libertà dopo poche ore dai magistrati. Ce ne sono decine di queste storie: faccio appello a lavorare tutti nella stessa direzione”. 

Sono in molti i giornalisti che, come premessa di domande su eventuali strumenti da mettere in campo per ridare slancio all’economia e ossigeno ai salari, citano i dati concreti di un quadro che continua a essere deficitario sotto tutti i punti di vista. La premier non si scompone, qualcuno lo ringrazia ironicamente per l’ottimismo, e risponde con la solita tiritera: “Sono tre le priorità: continuare (?) a sostenere l’occupazione, lavorare per tenere bassi (?) i prezzi dell’energia e favorire (?) gli investimenti. Lavoro su cui anche l’ultima legge di bilancio ha dato idea di quanto sia fondamentale per noi: il modello per me per favorire gli investimenti è la zes unica del mezzogiorno. Un modello esportabile su tutto il territorio nazionale”.

Di fronte a qualche dato sfoggia un pragmatismo che sembra, a tutti gli effetti, più artificiale che altro. Dopo aver parzialmente contestato il dato dei salari in eterno calo – “hanno ripreso a guadagnare sull’inflazione da ottobre 2023”, ha detto stizzita più volte – si rifugia dietro al fatto che “sui salari lavoriamo su defiscalizzazione e cuneo contributivo, ma quando l’Istat ci fornisce le serie storiche prende in esame il lordo: i nostri provvedimenti incidono sul netto. Cuneo, fringe benefit, premi di produttività, non incidono su quei dati perché intervengono sul netto, non sul lordo”.

Su altri temi, altrettanto seri e gravi, la sua sembra più uno scaricabarile che altro. A partire dall’Ilva: “Su Ilva, il dossier industriale più complesso ereditato da noi, da 13 anni nessun governo ha dato soluzione stabile. Abbiamo trovato una situazione compromessa da tutti i punti di vista: economico e ambientale. Ci sono operatori che si sono dichiarati interessati, ma non ci saranno impegni del governo fin quando non conosceremo un solido piano industriale. Nessun intento predatorio o opportunistico sarà avallato da questo governo, non ripeteremo errori recenti, preferiamo risposte ad annunci”. 

Per continuare con la crisi dell’auto. Nel settore, per Meloni, “i problemi sono figli di scelte che io ho contestato a livello europeo e che lavoro per correggere. E anche grazie all’impegno italiano si stanno correggendo. C’è poi un tema culturale: siamo cresciuti in un mondo nel quale l’auto era uno status symbol, oggi non è più così. Ma i provvedimenti assunti in ambito green deal hanno contribuito significativamente alla crisi”.

Se a questo aggiungiamo un famigerato piano casa di cui non ha voluto dire nulla se non la generica promessa di “mettere a disposizione 100 mila appartamenti a prezzi calmierati nei prossimi dieci anni al netto delle case popolari” e un’analisi ancor più generica sulla migrazione giovanile, per la premier una tendenza frutto anche di una percezione dei giovani che all’estero avranno un futuro (chissà perché), c’è davvero poco arrosto e, diremmo, persino poco fumo nelle tre ore di risposte.

Meloni: “La sinistra sempre dalla parte sbagliata della storia”

E allora via agli attacchi, più una copertina di Linus che desse un po’ di sale a questa lunghissima minestra riscaldata che altro. Così, in uscita da un fuoco di fila di domande sul posizionamento dell’Italia nel risiko internazionale, con un sospiro di sollievo la premier ha attaccato la sinistra a testa bassa, tornando su un terreno per lei più congeniale. “Mi pare che si finga di non vedere la condizione del popolo venezuelano. Sperando che la situazione possa migliorare con la presidente Rodriguez, mi ha fatto specie vedere le mobilitazioni sindacali: un docente in Venezuela guadagna 2 dollari al mese, arrivando a 160 dollari con un sistema di premi e bonus. I ragazzi vanno a scuola due giorni a settimana. La povertà è dilagante. Ma per la sinistra non è l’ideologia a derivare dalla realtà, è la realtà che si deve piegare all’ideologia. E allora abbiamo assistito a uomini di sinistra che vogliono spiegare agli esuli venezuelani cosa succede in Venezuela. La risposta migliore ce la danno i venezuelani sui social con l’entusiasmo e la speranza espressi in queste ore e la sinistra è sempre dalla parte sbagliata della storia”.

Gli attacchi a “quei sindacati che hanno pregiudizi”

Tra le tante risposte ne citiamo una nella quale la premier, seppur si riferiva palesemente alla Cgil, non l’ha citata direttamente. “Con chi non ha pregiudizi insormontabili abbiamo sempre portato avanti interlocuzioni sulle decisioni. Per questo alla Cisl ho detto, al recente congresso, di essere pronta a stringere un patto sociale sulle grandi trasformazioni del nostro tempo. Oggi c’è una situazione internazionale complessa e grandi trasformazioni che arrivano e impatteranno soprattutto sul mercato del lavoro e quindi ribadisco la disponibilità che ho già dimostrato alla Cisl e a tutti quelli che abbiano un approccio positivo. Per lavorare insieme non ci può essere un pregiudizio”.

Più o meno è tutta qui una conferenza stampa lunga tre ore in cui c’era veramente poco da dire. Al prossimo anno, come hanno ironizzato non pochi giornalisti nella loro domanda alla premier.