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Ci risiamo: il governo sta per attuare l’ennesima grandissima forzatura. In parte è propaganda, in parte – ed è la cosa più grave – è il disvelamento dell’idea, che si sta trasformando in un progetto da realizzare punto per punto, di modificare non solo la Costituzione antifascista in cui questa maggioranza non si riconosce, ma anche la nostra Repubblica. La vogliono non più una e indivisibile come recita l’articolo 5 della Carta, non più fondata sull’equilibrio tra poteri esecutivo, legislativo e giudiziario, non più parlamentare ma presidenzialista.
Il Consiglio dei ministri
Mentre si avvicina la scadenza referendaria (lo ricordiamo, l’appuntamento con le urne è il prossimo 22-23 marzo) per approvare o bocciare la riforma costituzionale della magistratura, che se passasse sottoporrebbe i giudici alla politica rompendo di fatto l’equilibrio tra poteri, il governo ha deciso di varare in Consiglio dei ministri gli schemi preliminari d’intesa con Liguria, Veneto, Lombardia e Piemonte su materie non sottoposte ai Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), quali protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, tutela della salute e coordinamento della finanza pubblica.
La Corte tradita
È inaccettabile che le sentenze della Corte costituzionale vengano considerato quasi nulla. D’altra parte è questo il modus operandi del governo nei confronti di tutti gli organismi di controllo e garanzia, e la riforma Nordio è li a testimoniarlo. “La formalizzazione da parte del Consiglio dei ministri – commenta il segretario confederale Cgil Christian Ferrari – delle intese con quattro Regioni del Nord per il riconoscimento dell’autonomia differenziata su materie di grande rilevanza dimostra la volontà del governo di aggirare la sentenza della Corte costituzionale, che ha pesantemente sanzionato la legge Calderoli, e di ignorare la mobilitazione della società civile che ha raccolto oltre un milione di firme per sottoporla a referendum abrogativo”.
Un passo indietro
Nel gennaio 2025 la Corte costituzionale ha di fatto smontato la legge sull’autonomia differenziata dichiarandola incostituzionale su ben sette punti. Proprio per questa ragione il referendum sottoscritto da oltre un milione di cittadine e cittadine non si è celebrato. La Consulta, inoltre, ha sentenziato che la distinzione tra materie Lep e non Lep non è così definita, perché ogni qual volta si tocca un diritto vanno, prima della devoluzione, definiti i livelli essenziali delle relative prestazioni. Non curante delle sentenze della Corte il Governo è andato oltre, firmando lo scorso novembre con le quattro Regioni le preintese che ora porta in Consiglio dei ministri per l’approvazione.
I passi futuri
Se il disegno di smantellamento della Costituzione è chiaro, palese è anche la volontà di propaganda che c’è dietro. I tempi per l’entrata in vigore delle intese sono lunghi: entro 60 giorni dovrà arrivare il parere non vincolante della Conferenza Stato-Regioni, e non è detto sarà positivo; Camera e Senato avranno poi 90 giorni per dare il proprio via libera. Infine, di nuovo in Consiglio dei ministri per il varo della versione definitiva.
E il senso dello Stato?
Questa è l’ennesima dimostrazione della mancanza di senso dello Stato di questa maggioranza, che piega alle proprie volontà qualunque cosa, anche le sentenze della Corte. A questo si somma la volontà, appunto, di far rientrare dalla finestra ciò che, prima la mobilitazione popolare e poi la Corte costituzionale, hanno fatto uscire dalla porta, ossia un’autonomia differenziata che non danneggia solo il Mezzogiorno, ma aumentando diseguaglianze sociali e divari territoriali porta a sbattere l’intero Paese.
Le conseguenze
Ma cosa succederà se quelle intese dovessero entrare in vigore? Le materie interessate possono essere normate e organizzate a livello locale? Possiamo davvero immaginare che, ad esempio, la protezione civile sia su base regionale e non nazionale? Insomma, la sensazione è che siamo nelle mani di aspiranti stregoni che non hanno idea di quel che uscirà dal pentolone che hanno messo sul fuoco. A pagarne le conseguenze, però, saranno i cittadini e le cittadine italiani di tutte le regioni. In gioco, come per il referendum costituzionale, c’è il futuro del Paese.
“Se l’esecutivo andrà avanti su questa strada – aggiunge Ferrari – si aggraveranno ulteriormente i divari territoriali e le diseguaglianze sociali, mettendo così a rischio la coesione del Paese. Una scelta non solo contro il Mezzogiorno – da cui, come conferma Svimez, emigrano 63 mila giovani laureati all’anno alla ricerca di un lavoro sicuro e dignitoso – ma che danneggia tutta l’Italia”.
Un convinto e sereno No
Il disprezzo per le sentenze, nonché l’idea che una volta ottenuta la maggioranza (di voti, non di consensi popolari) il governo possa fare ciò che vuole, è profondo in Meloni e nel suo esecutivo, ma non corrisponde all’idea di democrazia scritto nella nostra Costituzione antifascista e nata dalla Resistenza.
“Questa forzatura – conclude Ferrari – è la conferma del disegno complessivo di sovvertimento della Costituzione con il quale le forze di maggioranza puntano ad archiviare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, attraverso la riforma Nordio; la centralità del Parlamento e il ruolo di garanzia del presidente della Repubblica, attraverso il premierato; l’unità nazionale, attraverso l’autonomia differenziata. Un disegno contro cui la Cgil continuerà a battersi con tutti gli strumenti democratici a disposizione, a partire dal sostegno al No nel prossimo referendum costituzionale del 22-23 marzo”.




























