Giorgia Serughetti insegna filosofia politica all’Università Bicocca di Milano, è impegnata sulle questioni di genere, nei movimenti delle donne, riflette e scrive sui temi dell’immigrazione e sulla violenza nei confronti delle donne. Voce autorevole per riflettere dei primi atti, simbolici e concreti, della prima donna a varcare la soglia della presidenza del Consiglio. Le modalità, ci dice, della scalata al potere di Giorgia Meloni sono individuali e “maschili”, e proprio per questo rischiano di far fare un passo indietro e non in avanti alle altre donne. Per quanto riguarda i diritti sociali e civili, se possibile, va ancora peggio. Il modello a cui si rifà Meloni e le cambiali da pagare riportano a una tradizionale suddivisione dei ruoli tra donne riproduttrici e uomini produttori. Il tutto condito da uno “scambio osceno” tra protezione e libertà

L'introduzione dell'intervento programmatico di Meloni alla Camera dei deputati è stata una sorta di genealogia femminile. Intanto, se la genealogia fosse stata al maschile, sarebbero stati pronunciati solo i nomi o anche i cognomi?
Buona domanda. In effetti il pronunciare solo i nomi non va esattamente nella direzione del pieno riconoscimento del valore delle stesse figure che ha evocato. Però è anche un espediente retorico legato al fatto che le donne della nostra storia che possono essere elencate in una genealogia sono abbastanza poche da essere riconoscibili quasi per nome. E questo racconta lo stato della nostra memoria pubblica, della capacità o incapacità di riconoscere il contributo delle donne. Quindi diciamo che da un lato Meloni si è allineata a un uso linguistico diffuso, ha voluto forse in realtà sottolineare attraverso il nome di battesimo anche la propria personale vicinanza alla storia di queste donne, quasi in un patto di sorellanza. Dall'altra parte, in verità, è un tipo di espediente retorico che io avrei francamente evitato, proprio per non riprodurre eternamente questa sorta di diminuzione dei profili stessi delle donne attraverso il fatto che non gli si riconosce neanche la pienezza del nome.

Fino al suo insediamento completo la presidente del Consiglio veniva chiamata Giorgia, a Draghi non è mai successo. Sembra quasi che nel lessico comune ci sia un utilizzo del nome proprio che nasconde, in realtà, un paternalismo patriarcale che non riusciamo a scrollarci?
Il paternalismo in questo momento è spaventoso. Ora, al di là del fatto che Meloni si difende benissimo da sola, però il paternalismo è stato tanto, sia dalla sua parte, appunto, con anche i tentativi un po’ di metterla sotto tutela, sia dell'opinione pubblica nel giorno successivo alla nomina del suo governo, e l’ho trovato francamente insopportabile. Lo dico, non da simpatizzante di Meloni, ma da persona che osserva il modo in cui le donne vengono rappresentate in questo Paese. Certo oltre al tratto paternalistico, fortissimo, probabilmente c’è stato anche un tentativo di rassicurazione rispetto al fatto che avrebbe comunque rispettato tradizioni e procedere che le venivano indicate.

Meloni, nell’intervento in Parlamento, ha rivendicato di aver rotto il tetto di cristallo. Dal punto di vista simbolico questo è certamente un avanzamento, soprattutto le più giovani. Ma lo ha rotto quel tetto di cristallo per tutte, o ha usato la logica del potere maschile per rompere il proprio tetto di cristallo, cioè ha fatto un'operazione per tante o un'operazione per sé?
Le conseguenze potrebbero pure essere più grandi di quelle che erano le sue intenzioni. Se guardiamo però al modo in cui lei ha costruito il proprio profilo, pure ammettendo che nell'ultima fase della campagna elettorale ha un pochino sottolineato, anche, il suo valore di candidata donna, per il resto Giorgia Meloni non è mai stata una donna legata ai movimenti delle donne e quindi che assumesse in qualche modo anche il compito storico di rompere questo soffitto di cristallo in un'ottica di emancipazione collettiva. Questo è innegabile. E quindi diamo per inteso che il suo proposito era arrivare lei lassù, non tanto fare un'operazione che fosse simbolicamente forte affinché passasse un messaggio a generazione di donne. Dopodiché chiaramente questo messaggio può passare anche al di là delle intenzioni. Però io ho parlato di un soffitto di cristallo che si rompe e di cui a noi rimangono i cocci non solo perché la figura di Giorgia Meloni, appunto, non è femminista, ma proprio per questa corsa individuale alla conquista del potere. È proprio la fascinazione forte che sta esercitando a svilire ogni altra modalità alternativa e collettiva di trasformazione della politica, in un senso appunto più paritario, che ci lascia con un impoverimento e uno svilimento delle lotte e delle battaglie collettive. Questa a me sembra una conseguenza molto poco desiderabile di questa rottura del soffitto di cristallo. Se la rottura da parte di Meloni, con questa modalità del soffitto di cristallo, ci lascia più povere di strumenti e di capacità di pensare le battaglie delle donne per tutte, e non solo per quelli che ce la fanno con i propri mezzi, con i propri talenti, con le proprie capacità eccezionali, allora non ci troviamo un passo avanti, ci troviamo un passo indietro.

Da presidente del suo partito sembra non essersi fatta forte delle donne del suo partito, né che abbia fatto nulla per promuoverle. È un governo tutto maschile, il gruppo parlamentare è al maschile. In realtà le donne italiane, dal punto di vista della democrazia paritaria, con questo Parlamento sono arretrate.
Esatto, questo è un governo in cui arretra la presenza delle donne, peraltro non solo per responsabilità di Giorgia Meloni, ma anche di altri partiti che comunque non hanno performato molto meglio. Però sicuramente lei non può vantare in nessun modo una capacità di relazione con donne, neanche nella sua stessa forza politica. Il suo è proprio un modello radicalmente alternativo a quello della costruzione di forza delle donne dentro i partiti. Il volto del suo partito, quello della destra maschile, patriarcale, tradizionale dal punto di vista della visione proprio della società e dei ruoli di genere, portato nelle massime istituzioni del Paese.

Dal punto di vista delle politiche che cosa racconta il discorso programmatico di Giorgia Meloni?
È stato un discorso ampio, generico, quasi volesse parare tutti i colpi. Ha citato le donne che lavorano e quelle che vogliono accedere alle cariche apicali, ha parlato alle donne che invece si riconoscono in una visione più tradizionale della famiglia. Se io dovessi scommettere sulle scelte di Giorgia Meloni a partire da ciò che ho letto e ascoltato direi che la sua è soprattutto una promessa di protezione rivolta alle donne, in cambio di un minore riconoscimento di libertà. Uno scambio di protezione per libertà che soprattutto vedrà protetto il ruolo di madri all'interno della famiglia, anche con l'esigenza che lei, appunto, difende apertamente, di aumentare la natalità. Contemporaneamente vedo molta disattenzione, fino a una riduzione dei diritti, su tutte quelle sfere che riguardano l'autodeterminazione personale in tutti i ruoli possibili per le donne, a partire proprio dal versante dell'autodeterminazione sessuale e riproduttiva. In quell’ambito si gioca una partita anche fortemente simbolica. Insomma, per tutto quel mondo che ha sempre guardato alla libertà riproduttiva delle donne, come una sorta di tradimento di un compito storico, quello di riprodurre la nazione che vede la famiglia come comunità fondamentale, va da sé che il primo ruolo delle donne è quello di essere riproduttrici. Certo, poi nel suo discorso c’è stato il richiamo all'importanza del lavoro per le donne. Insomma, i toni sono, in questo momento, stemperati, però la logica è quella della protezione delle donne come madri.

E dal punto di vista dei diritti civili?
Ha di nuovo giurato che non toccherà quelle leggi. Io tendenzialmente le credo. Quello che però possiamo aspettarci è che comunque le cambiali nei confronti dei movimenti pro-life e anti-gender andranno pagate. Così come sulla 194, si può non cambiarla formalmente ma renderla inapplicabile, o spingere per applicare – come già in parte è – la prima parte della norma, quella della prevenzione, giocandola contro la seconda parte, quella della libera scelta e dell’interruzione volontaria di gravidanza. Del resto è di poche settimane fa l'approvazione di una legge regionale in Piemonte che dà soldi alle donne per non abortire, uno scambio osceno di protezione contro libertà. La povertà delle donne è una questione concreta, che richiede delle politiche efficaci. Non è possibile che il tema della mancanza di risorse per le donne per costruirsi un progetto di vita sia introdotto solo in termini di scambio con la libertà di accedere all'interruzione di gravidanza. Non c'è niente di male nel pensare che le donne debbano essere aiutate economicamente se vogliono costruirsi una famiglia, ma l’aiuto deve prescindere dalla libertà di scelta rispetto all’aborto, altrimenti è appunto uno scambio osceno.

Esiste una differenza tra promozione della natalità, come vuole fare il nuovo ministero, e sostegno alla maternità?
In realtà, il sostegno alla maternità credo sia una politica più che necessaria. Se come credo sia giusto, assumiamo l’idea che i figli sono non solo della persona che li ha messi al mondo, ma sono anche una responsabilità collettiva che deve essere condivisa sicuramente anche dalle figure prossime, e quindi interventi per esempio per il riequilibrio dei carichi di cura all'interno delle famiglie attraverso i congedi di paternità, e dalla collettività intera. Il che significa, ad esempio nidi, servizi all’infanzia, ecc. Ora il tema della natalità andrebbe guardato laicamente. La questione esiste, siamo in una società invecchiata che invecchia ulteriormente e questo provoca questioni rilevanti in termini di futuro della società sotto molti aspetti, che in parte potrebbe essere affrontato con politiche più generose sull’immigrazione. Il modo in cui, invece, Meloni parla di inverno demografico, sembra andare nella direzione di rinormare i ruoli maschili e femminili all'interno di un modello di famiglia tradizionale, di cui si auspica la capacità sempre più prolifica ancora una volta in una logica, direi, di welfare autoritario che scambia gli aiuti con la rinuncia alla propria libertà di scelta. Non dico che questo sia quello che c'è scritto nel programma di Giorgia Meloni, però sicuramente è quello che fa Orban, che fa la Polonia: riferimenti politici della premier. Se vogliamo pensare un Paese che ricomincia a fare figli nella pienezza della libertà delle scelte, soprattutto delle donne, dovremmo immaginare come ricostruire un orizzonte di futuro per tutte e tutti in cui si riduca quel senso di abbandono istituzionale e di profonda ansia che investe le nostre vite. Tutto questo si contrasta attraverso un’altra visione del rapporto tra Stato, cittadine e cittadini, con il pieno riconoscimento dei diritti sociali a cominciare da un lavoro non precario e dal salario dignitoso, attraverso una vera agenda sociale.

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