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Sistema DIfesa

Il lungo viaggio delle armi

Foto: FsHH (da Pixabay)
Paolo Andruccioli
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Export e industria della Difesa in Italia dopo la pandemia. Il ruolo delle banche e il nodo degli investimenti socialmente responsabili. Le campagne per la riconversione e le iniziative del sindacato

In un Paese democratico le informazioni e la trasparenza sulle scelte delle aziende sono fondamentali per capire l’andamento di un settore strategico come quello della industria della Difesa e del sistema finanziario collegato. In questi anni si sono sviluppate varie campagne per lo sviluppo degli investimenti responsabili, mentre nel sindacato si stanno sperimentando forme di osservatori e analisi dei diversi settori. Abbiamo cercato di mettere insieme i dati principali per abbozzare un primo quadro d’insieme.

Il virus rallenta l’export. Ma di poco
Dai dati ufficiali risulta che negli ultimi cinque anni le vendite di armi nel mondo sono rimaste sostanzialmente inalterate rispetto al quinquennio precedente (2011-2015). La fonte più autorevole rimane il Sipri, l’Istituto per le ricerche sulla pace di Stoccolma. Il rapporto Sipri sull’ultimo quinquennio (2016-2020), mette a confronto importazioni ed esportazioni a partire dal quinquennio 1981-1985. Dal rapporto emerge che, nonostante l’aumento di esportazioni di armi da parte di tre dei primi cinque esportatori al mondo – Stati Uniti, Francia e Germania – l’andamento complessivo è rimasto stabile, a causa di un grosso calo delle esportazioni di armi da parte di Russia e Cina e degli effetti di stop dovuti alla pandemia.

L’Italia è attualmente piazzata al decimo posto nella classifica mondiale dei paesi esportatori. Si vendono soprattutto aerei militari (1.439) e navi (796): il nostro Paese ha esportato il 2,2 % del totale delle armi vendute, ma rispetto al quinquennio 2011-2015, durante il quale si era registrato un vero e proprio boom, le sue esportazioni sono diminuite del 22%. Interessanti anche i dati forniti dalle tabelle sui principali Paesi destinatari delle armi made in Italy: Turchia (18 %), Egitto (17%) e Pakistan (7,2 %). Come sappiamo il caso dell’Egitto è quello che ha fatto più discutere soprattutto alla luce delle grandi pressioni sul governo italiano per interrompere le forniture ad uno Stato che continua a rifiutarsi di dirci la verità sul caso dell’assassinio a Il Cairo del ricercatore italiano Giulio Regeni. (2016).

Ma l’Italia non è solo un paese esportatore. Importiamo infatti armi da vari paesi. Ai primi posti Stati Uniti, Germania e Israele. Interessante analizzare anche le classifiche dei paesi che a quanto pare hanno più “fame” di armi. Ai primi posti tra gli importatori, la crescita maggiore è relativa ai paesi del Medio Oriente, che nel 2016-2020 hanno importato il 25 % in più di armi rispetto al 2011-2015. Tra questi l’Arabia Saudita risulta il più grande importatore di armi al mondo e ha aumentato le sue importazioni di armi del 61%, mentre il Qatar di ben il 361%. Gli Emirati Arabi Uniti invece hanno diminuito le importazioni del 37 per cento, mentre l’Egitto ha aumentato le importazioni del 136% tra il 2011-15 e il 2016-20.

Il caso di Israele e dell’Arabia Saudita
Un altro caso che politicamente fa discutere riguarda Israele. Secondo uno studio di Giorgio Beretta, analista presso l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal), l’Italia avrebbe fornito a Israele nel quinquennio 2015-2020, “armi automatiche, bombe, razzi e missili, veicoli terrestri, aeromobili, munizioni, strumenti per la direzione del tiro, apparecchi specializzati per l’addestramento e per la simulazione di scenari militari. In tutto si parla di oltre 90 milioni di euro di forniture di sistemi militari”. 

Queste tendenze sono confermate anche dalle analisi dell’Archivio Disarmo, preziosa fonte che da anni studia il settore. Secondo la relazione del Governo italiano presentata al Parlamento in osservanza della legge 185/901 , l’export italiano di materiali di armamento nel 2020, anno della pandemia globale e di una dura crisi economica, è stato di 4,647 miliardi di euro, in calo rispetto all’anno precedente in cui si erano esportati materiali per 5,173 miliardi (-10,18%). Il dato non sorprende, visto che le stime del Sipri sull’export mondiale per il 2020 (23 miliardi di dollari), limitatamente ai maggiori sistemi d’arma - mezzi corazzati, artiglieria, navi, aerei ecc. - rilevano un analogo calo rispetto all’anno precedente (27 miliardi di dollari).

“Ciò nonostante - dicono i ricercatori dell’Archivio Disarmo (Iriad, istituto di ricerche internazionali) - l’Italia ha realizzato rilevanti consegne come quella di 991 milioni di euro connessa alle due Fregate Fremm, vendute all’Egitto e che rappresentano circa il 25% del valore totale (facenti parte di una maxi commessa stimata tra i 9 e gli 11 miliardi di euro). È interessante notare l’alto numero dei Paesi clienti dei nostri prodotti, ben 87, confermando la capacità italiana di esportare veramente “a mezzo mondo”, anche verso aree di crisi e di conflitto, nonché a regimi autoritari o a dittature”. 

Eppure ci sono anche esempi positivi, “vittorie” del movimento contro la guerra. Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio Disarmo ci ricorda per esempio il caso del blocco delle forniture all’Arabia Saudita, accusata di crimini contro l’umanità, da parte del secondo governo Conte (proprio nei giorni delle trasferte di Matteo Renzi, che hanno fatto tanto discutere). Il professor Simoncelli studia da anni il mercato e soprattutto la mancanza di vincoli rispetto ai paesi destinatari. In uno studio dettagliato ricostruisce gli ultimi trent’anni di import ed export e di campagne del movimento pacifista. In un altro approfondimento i “traffici illeciti di armi leggere nel Mediterraneo” 

L’industria della Difesa in Italia
L’industria italiana dell’Aerospazio, della Difesa e della Sicurezza è considerata da tutti gli analisti un settore strategico per il Sistema Paese. Da un lato, fornisce all’Italia strumenti e capacità fondamentali per la difesa dell’interesse nazionale e per la sicurezza interna. Dall’altro, rappresenterebbe uno strumento di influenza geopolitica. Il suo peso economico continua ad essere molto rilevante. Il settore vale infatti 13,5 miliardi di euro (0,65% del pil), pari a circa il 15% del valore dell’intero settore in Europa. Il 70% di tale valore è destinato appunto all’export.

Leonardo S.p.A., il cui socio di maggioranza è il Governo con il 30,20%, è il primo produttore di armamenti in Italia e, nel 2019 è diventato il tredicesimo a livello mondiale, dichiarando un fatturato di quasi 14 miliardi di euro. Ma i ricercatori e gli attivisti per la riconversione dell’industria bellica hanno cercato anche di capire quanto entra davvero nelle casse dello Stato dalle attività di un gruppo come Leonardo: bisogna calcolare gli utili corrisposti da Leonardo al Ministero dell'Economia e delle Finanze (Mef), in base alla sua quota azionaria. Lo ha fatto uno studio di Greenpeace, secondo cui i dividendi di Leonardo incassati dal Mef a giugno 2020 ammontano a 25 milioni di euro, un incasso significativamente inferiore rispetto a quello che lo stesso Mef percepisce da quattro delle cinque altre società partecipate e quotate in borsa.

A fronte di 25 milioni di dividendi Leonardo beneficia di un credito agevolato pari a 100 milioni erogato da Cassa depositi e prestiti (Cdp). Inoltre, le aziende della sua filiera sono inserite nel piano industriale 2019-2021 di Cdp che prevede la disponibilità 200 miliardi di euro “per la crescita economica e lo sviluppo sostenibile del Paese”. Ma nonostante gli sforzi economici e diplomatici per garantire le commesse all’Italia, gli utili delle industrie della Difesa finiscono in gran parte all’estero. E gli affari sull’Italia sembra li facciano altri. Un esempio: BlackRock, uno dei più importanti fondi di investimento a livello mondiale con sede a New York, ha recentemente acquisito una partecipazione aggregata in Leonardo pari a poco più del 5%23. BlackRock è anche il primo azionista di Unicredit col 5,2%, il secondo azionista di Intesa SanPaolo e Mediobanca con circa il 5%.

Gli sportelli delle banche
Il discorso sul ruolo delle banche in questo settore è molto complicato (e delicato) perché dalle norme di legge che obbligano alla trasparenza le operazioni finanziarie (la relazione del governo è annuale) non risultano le tipologie di investimenti in sistemi di armamento e vendita di armi leggere. Dalla relazione ministeriale si possono evincere solo i nomi dei grandi gruppi bancari che fanno da tramite con i paesi di esportazione fornendo conti correnti e servizi per le transazioni. Tutte operazioni legali, ovviamente, regolamentate dalle leggi sull’export e i rapporti internazionali. Dalle tabelle del Ministero il quadro completo, con tanto di cifre delle varie transazioni finanziarie. Nelle relazioni ministeriali i nomi di importanti gruppi finanziari come Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro (con Bnp Paribas), Deutsche Bank, Intesa San Paolo, ma anche nomi meno noti, ma con rilevanti affari nel settore degli armamenti come la Banca Valsabbina di Brescia.

Negli ultimi anni, anche in concomitanza con le mobilitazioni contro le varie guerre (Iraq, Afganistan, Siria, Kossovo, Libia, Somalia, Ucraina ecc.) si sono sviluppate parallelamente iniziative critiche nei confronti delle banche. Cresce la coscienza di un investimento responsabile dei soldi dei risparmiatori e dei clienti degli istituti di credito. Per quanto riguarda l’Italia, è da segnalare l’attività della Campagna di pressione sulle Banche Armate.

Promossa nel gennaio del 2000 da tre riviste del mondo cattolico e pacifista (Missione Oggi dei missionari Saveriani, Nigrizia dei missionari Comboniani e Mosaico di Pace dell'associazione Pax Christi) particolarmente attente fin dagli anni Ottanta nel monitoraggio dell’esportazione di armamenti italiani. Scopo della campagna è quello di favorire un controllo attivo dei cittadini sull’operato delle banche riguardo al commercio delle armi promuovendo un’azione di pressione sugli istituti di credito affinché definiscano e attuino direttive rigorose e trasparenti in merito al finanziamento e all’appoggio al commercio di armi.

“I singoli hanno fatto tantissimo in questi anni – ci spiega don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi - cresce la quota di persone che vogliono sapere che fine fanno i propri risparmi. Chiedono conto alle banche per le loro scelte etiche. Ora si tratta di rilanciare la campagna di sensibilizzazione non solo a livello di singoli cittadini. Il nostro presidente, monsignor Giovanni Recchiuti, ha posto il problema anche a livello di Conferenza Episcopale e direttamente a papa Francesco. In ogni caso nel mondo cattolico, a livello di base, nelle parrocchie e tra i giovani c’è un’attenzione nuova a questi temi e noi cerchiamo di spiegare ai ragazzi che non è vero che non si possa far niente. Il problema per le banche è quello dell’immagine. Come ci si presenta sul mercato, ai clienti. Un’immagine di trasparenza e di scelte responsabile può valere più di una transazione finanziaria”.

Investimenti responsabili
Nel panorama delle banche italiane, da qualche anno c’è una novità. Banca Etica, che sin dalla sua nascita ha escluso dalla propria clientela aziende coinvolte nella produzione e commercio di armi, settore che appare per primo tra le attività non finanziabili da Banca Etica. “I nostri soci - ci spiega Martina Morano Pignatti, presidente del Comitato Etico della banca - esprimono un forte livello di gradimento per questa scelta in particolare, che rimane una delle ragioni principali per cui i risparmiatori si avvicinano a questa banca. Si tratta quindi di un’opzione conveniente, oltre che giusta, per chi fa finanza etica. Anche la nostra società di gestione del risparmio, Etica sgr, esclude dai propri fondi e investimenti le aziende del comparto armamenti, anche se alcune banche socie di Etica rimangono coinvolte in transazioni del settore armiero”.

Ma non c’è solo questo. “Poiché la relazione governativa sull'export di armamenti non garantisce trasparenza sulle responsabilità delle banche – spiega Martina Pignatti - intratteniamo un fitto dialogo con gli istituti bancari a noi vicini per spingerli a rendere pubbliche le proprie linee guida sul settore degli armamenti e le proprie liste dei paesi con i quali accettano di trattare queste operazioni. Il primo obiettivo rimane quello dell’esclusione dei paesi in stato di conflitto armato o responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, in ottemperanza alla legge 185/90. In un paese come l’Italia, che per il quinto anno consecutivo esporta la maggior parte degli armamenti e sistemi militari verso paesi non Nato e non membri dell’Unione Europea, crediamo che ogni risparmiatore e ogni azienda dovrebbe pretendere trasparenza su questo ambito dalla sua banca”.

Le iniziative del sindacato
I temi della guerra, dell’industria della Difesa e del sistema finanziario sono questioni strategiche e molto sensibili anche per il sindacato. In questi ultimi anni la Cgil ha partecipato a varie campagne e manifestazioni contro le guerre e ha votato un ordine del giorno speciale durante l’ultimo Congresso nazionale di Bari del 2019 (quello che ha eletto segretario generale Maurizio Landini). La risoluzione approvata dal XVIII Congresso era intitolata “Per un mondo di pace, senza più armi nucleari, dove ogni donna e uomo possa avere pieno accesso ai diritti universali, alle libertà e al lavoro dignitoso”. Con il suo dipartimento internazionale il sindacato di Corso d’Italia è impegnato a seguire le varie aree di crisi internazionale, dal Corno d'Africa, a Myammar, alla Colombia, al Medio Oriente, alla Bielorussia, sostenendo i processi di democratizzazione e le organizzazioni sindacali indipendenti, e promuove la crescita di una sensibilità ai temi della sostenibilità e della pace anche tra i delegati delle categorie.

E proprio a livello di categoria si registrano esperienze innovative nel campo della Responsabilità Sociale d’Impresa. Ovviamente tra le categorie ci sono quelle più “esposte” alla questione e quelle meno coinvolte. La Fisac, la federazione dei lavoratori bancari e assicurativi, che per ovvie ragioni ha a che fare direttamente con le banche per la contrattazione, ha creato un suo ufficio dedicato ai temi della Responsabilità sociale e ha promosso negli ultimi anni due documenti programmatici molto importanti, il manifesto per la Buona Finanza e il manifesto per la Finanza Sostenibile. “Seguiamo con attenzione le scelte delle banche che sono le nostre controparti dirette – ci spiega Maurizio Testa della Fisac nazionale - in ogni contesto possibile, cerchiamo di promuovere la cultura della responsabilità. Lo abbiamo fatto anche votando ordini del giorno contro scelte politiche che ritenevamo sbagliate (gli F35, per esempio)”.

Il concetto è rafforzato dalla segretaria nazionale Chiara Canton: “È arrivato il momento di dire che anche la finanza deve avere una coscienza della sostenibilità. Dobbiamo smetterla con il criterio utilizzato fino ad ora per finanziare le aziende. Si applicano ancora i soli criteri della solvibilità dell’impresa, mentre dobbiamo sviluppare il criterio della solvibilità sociale e ambientale. E’ una questione strategica, che la pandemia ci ha reso ancora più chiara. Il futuro si giocherà prima di tutto sull’impatto ambientale e la responsabilità sociale delle imprese”.  

Dalla Filcams, il sindacato del commercio e del turismo della Cgil, nasce invece il progetto europeo OpenCorporation, lanciato insieme alle Federazioni europee Effat e Uni-Europa e globali Iuf-uita e Uni Global. Si tratta di un osservatorio che analizza e compara i comportamenti delle aziende multinazionali, il perimetro di osservazione sono tutte le aziende globali con almeno mille dipendenti. L’obiettivo  è il monitoraggio dei continui e repentini mutamenti delle imprese multinazionali nel proprio contesto economico, sociale e geo-politico, incentivandole ad una sempre maggiore trasparenza e accessibilità di dati e informazioni. Il rating aziendale attribuito da OpenCorporation fornisce ulteriori strumenti di conoscenza, partecipazione e azione agli attori sindacali, ai lavoratori e a coloro che li rappresentano negli organismi dell’impresa. “È uno strumento molto utile anche per seguire gli sviluppi del settore degli armamenti e della finanza”, ci spiega uno dei promotori dell’iniziativa Gabriele Guglielmi della Filcams nazionale.

Un’altra categoria  produttiva direttamente interessata al discorso è ovviamente la Fiom. "La ricerca della pace tra i popoli attraverso il confronto preventivo per la risoluzione dei conflitti - dice Claudio Gonzato, coordinatore nazionale Fiom Cgil del settore Aerospazio e Difesa - rappresenta l’agire costante della nostra Organizzazione, quale modello per una società più giusta e solidale. La difesa rappresentando una dei principali settori industriali tra i metalmeccanici, apre spesso delle riflessioni e discussioni sull’utilizzo delle produzioni legate al mercato delle armi. Tuttavia tutta l’Organizzazione, a partire dalle nostre Rsu, è impegnata nel vigilare che le forniture e la vendita rimangano nel perimetro dei dettami della Costituzione e delle normative legislative, le quali nel nostro Paese sono particolarmente stringenti verso quei Paesi che hanno conflitti in corso e non applicano il principio esclusivo della difesa dei territori nazionali".

Riconversione uguale utopia?
Riguardo al dibattito sulla riconversione dell’industria delle armi, Francesco Vignarca, Coordinatore Campagne della Rete italiana Pace e Disarmo e fondatore dell’Osservatorio Mil€x, afferma che “c’è necessità di una “riconversione della committenza, cioè il passaggio della produzione da militare a civile”. E fa anche alcuni esempi. L’ampia gamma di elicotteri militari potrebbe andare a potenziare la flotta antincendio visto che, secondo i dati della Protezione Civile, quattro regioni italiane (Abruzzo, Basilicata, Molise e Umbria) sono prive di mezzi aerei propri con capacità antincendio. Eppure, ogni anno in Italia vanno a fuoco decine di migliaia di ettari di vegetazione e i cambiamenti climatici aumentano la frequenza e l’intensità di questi fenomeni. “Se cambiare è possibile, quello che manca è una scelta politica” dice Giorgio Beretta analista presso l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal). “Perché è difficile riconvertire? Perché molte aziende, soprattutto quelle a controllo statale, sanno che per quanto riguarda l’esportazione di materiale militare hanno l’appoggio da parte del governo (...), mentre non hanno appoggio le aziende di materiale sanitario che devono competere sul mercato”.

Questo perché “si è sempre pensata come strategica, soprattutto negli ultimi 20 anni, la produzione di tipo militare che permette attraverso l’appoggio politico di guadagnarsi dei mercati esteri, e non si è invece considerata strategica la produzione di tipo sanitario” aggiunge Beretta. L’analista specifica inoltre che “in Italia sono 231 le imprese produttrici di armi e munizioni, rispettivamente 107 e 124. Una sola, la Siare Engineering, produce ventilatori polmonari. Siamo fortemente dipendenti dall’estero per macchinari vitali. Ma nel 2006 la Regione Lombardia affossò definitivamente l’Agenzia regionale per la riconversione dell’industria bellica istituita nel 1994”.

Gli interessi a mantenere lo status quo nel settore della Difesa sono alti, ma secondo il Sipri il coronavirus potrebbe essere una leva per il cambiamento. Infatti, come spiega Nan Tian, Senior Researcher: “Finché i cittadini rimangono persuasi che un aumento di spesa garantisca sicurezza, può essere difficile addurre motivazioni convincenti in favore di una diminuzione della spesa militare”. L’attuale pandemia ha dimostrato invece con estrema forza che la spesa in armamenti non garantisce la sicurezza e che i tagli alla sanità pubblica hanno messo a rischio l’intera popolazione. La ripartenza dopo il Covid potrebbe essere una grande occasione.