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Smart cities

L'intelligenza che serve

Foto: @yiranding (www.unsplash.com)
Cinzia Maiolini
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Al centro del nuovo tessuto digitale urbano non devono esserci macchine e algoritmi, ma relazioni sociali e benessere diffuso

 

Il testo che segue è parte di un intervento tenuto nel corso dell'iniziativa Città sostenibili, lo scorso 24 marzo 2021.

L’ ambito di analisi di questa nostra iniziativa odierna è stato esaustivamente descritto dalla vice segretaria della Cgil, che ha  ricordato anche come questa non sia la prima iniziativa che mettiamo in campo, in maniera multidisciplinare, sulle città.

Sui luoghi abbiamo infatti cominciato a ragionare già in fase pre pandemica, proprio attestando la nostra attenzione sulle città metropolitane e partendo dalla constatazione che, ad oggi, sono circa 22 milioni di persone in Italia, cioè un terzo della popolazione complessiva, ad abitare le città metropolitane.

L’organizzazione e la strutturazione delle città racconta in qualche modo la società con le sue stratificazioni sociali e le scelte che si fanno dal punto di vista del rapporto tra cittadinanza e comunità, e le nostre città sono dunque una sentinella di come lunghi periodi di assenza di politica pubblica, coniugati con un’idea neoliberista della società, abbiano comportato una distruzione della coesione sociale che un luogo abitato dovrebbe avere.

Abbiamo così avuto città deindustrializzate, ristrutturazioni industriali e urbanistiche importanti, e la città è stata sostanzialmente ridefinita.

É evidente che anche l’emergenza sanitaria ha esacerbato alcune criticità e ha dato un segnale chiaro di come si dovranno ripensare i luoghi.

Il concetto stesso di città intelligente, la cosiddetta smart city, secondo la nostra organizzazione deve avere una connotazione sociale che spesso non leggiamo in una programmazione i cui indicatori sembrano essere tecnici. C’è un’indicazione di mera reingegnerizzazione e manca la commistione tra politica di innovazione e politiche di innovazione sociale. La narrazione prevalente delle città intelligenti deve essere infatti centrata non su macchine e algoritmi ma sulle relazioni sociali e sul benessere diffuso.

Se infatti il concetto di smart city nasce con l’idea di affrontare i problemi urbani del nostro secolo, di rendere le città meno inquinate e inquinanti, di fornire ai cittadini servizi personalizzati e più efficienti, l’assenza di una visione complessiva delle necessità emergenti e di una progettazione politica, etica, sociale delle città stesse, rischia di configurarla come un mero agglomerato di soluzioni tecnologiche. Le Smart city sono un insieme di capitale infrastrutturale e di capitale tecnologico, umano ed ambientale che, in un’ottica collaborativa, può massimizzare tutte le potenzialità.

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Quando si parla di ecosistemi e quindi della possibilità che la tecnologia offre di costruirne alcuni, siano essi sanitari, fiscali, culturali o di altra natura, si parla di un sistema da cui tutti gli attori traggono beneficio. Di tutti questi ecosistemi le cittadine e i cittadini, le lavoratrici e i lavoratori sono attori. Per comporre un disegno delle città e dei luoghi bisogna dunque fare riferimento all’utilizzo e alla capacità di abilitazione della tecnologia, considerandone però elemento costitutivo la centralità fondamentale dell’individuo.

Quindi abbiamo necessità in primis di infrastrutture materiali, ossia di una rete che consenta connettività. La differente possibilità di accedere alla connessione ha segnato infatti, nel periodo pandemico, grandi diseguaglianze sia per l’accesso alla possibilità del lavoro domiciliato, che ha consentito soprattutto nella prima fase emergenziale di continuare a svolgere a domicilio la propria attività lavorativa, sia rispetto alla dad e oggi, ad esempio, anche rispetto alla possibilità o meno di prenotarsi su una piattaforma vaccinale oppure di poter accedere al teleconsulto o alla telemedicina. Abbiamo dunque una necessità infrastrutturale di reti.

C’è poi un tema di connessione tra le reti digitali, energetiche e le reti di trasporto. Quindi la possibilità di implementazione di una sensoristica che permetta di rendere meno impattanti dal punto di vista ambientale e meglio organizzate le città. Però noi abbiamo bisogno anche di reti sociali: di formazione, educazione, sanitarie e culturali che sono abilitabili anche grazie all’implementazione tecnologica. I due tipi di rete sono l’uno sostanza e costrutto dell’altro, secondo la nostra opinione. Quindi dentro la trasformazione digitale c’è necessità di una trasformazione sociale accanto a quella tecnologica, l’una ancella dell’altra. 

Diciamo questo perché, quando parliamo di trasformazione tecnologica, parliamo anche di un necessario apporto da parte del cittadino, parliamo di un contributo personale alla costruzione dei nuovi modelli di società, basati sull’implementazione tecnologica e guidati dai dati. Uno degli elementi che il cittadino di fatto fornisce sono i dati che ciascuno, nell’esercizio di una porzione della sua cittadinanza, consente  siano utilizzabili per la gestione di spazi, società, mobilità, lavoro, organizzazione generale dei luoghi. Dobbiamo pensare che, per la nuova concezione delle città, si sta sempre più parlando di domotica sociale, di Internet delle cose, del controllo del territorio tramite sensori, del controllo e dell’organizzazione della logistica, di controllo e organizzazione del trasporto. Tutte “pratiche” che si servono di dati.

Come Cgil stiamo ragionando, da almeno due anni a questa parte, rispetto al fatto che, se c’è un nuovo vero patto di cittadinanza che parli anche di urbanistica sociale, ossia di riprogettazione delle città e del ruolo del cittadino dentro le città, come di un processo complessivo di ristrutturazione e riorganizzazione dei luoghi, bisogna che vi sia una codeterminazione degli obbiettivi e un ruolo essenziale del pubblico. Bisogna che le parti sociali, e dunque i cittadini stessi, siano coinvolte in un processo di ridisegno complessivo dei luoghi e che vi siano condivisioni di scelte e di partecipazione. Contestualmente è per noi parimenti imprescindibile la necessità di trasparenza rispetto all’apporto che ciascuno di noi può offrire e al  risultato che ci si prefigge di raggiungere.

Ed è proprio dalla somma di queste considerazioni che, a partire dalle precedenti iniziative pubbliche in materia, abbiamo proposto che i dati siano da considerarsi beni condivisi da tutta la società, beni comuni, cioè beni di proprietà collettiva e di uso civico. La governance di queste tecnologie e la traccia che ciascuno di noi lascia all’interno di un percorso di approccio tecnologico devono vedere chiarito e definito il ruolo del pubblico.

Poi c’è un tema che attiene ai tempi: i tempi della città e il ruolo abilitante che, anche in questo caso, la tecnologia può svolgere per regolamentarli e organizzarli. L’ idea di una città 15 minuti è quella che alcuni grandi centri stanno progettando. Milano è, ad esempio, uno tra questi. La città a 15 minuti propone un modello che superi le differenze tra centro e periferie, una città multicentrica e inclusiva. Si possono ricostruire tessuti urbani, riqualificare le periferie, costruire anche luoghi in cui svolgere attività lavorativa come i coworking, ma anche attività educative e formative, al di là del normale percorso didattico. In questo senso pensiamo anche alla necessaria formazione del cittadino.

Nel proporre questi modelli e, in generale, a fronte dell’implementazione tecnologica sempre più pervasiva, abbiamo bisogno di una verifica delle competenze abilitanti in capo ai singoli cittadini. Oggi infatti, senza competenza digitale, non si ha vera possibilità di esercizio di cittadinanza. L’analfabetismo, che comportava impossibilità di esercizio di cittadinanza, oggi è traslato sull’analfabetismo digitale e rischia di essere centuplicato. Per questo, anche nel commentare il Pnrr alla voce “cittadinanza digitale”, abbiamo specificato che bisogna parlare di diffusa educazione critica all’utilizzo del digitale e possibilità che il cittadino possa interfacciarsi con la pubblica amministrazione in maniera consapevole e critica.

Il tema dunque che si dibatte oggi  è di fatto multidisciplinare ed è uno degli step di analisi e proposta compiuti dalla Cgil. Noi tutti dobbiamo avere chiaro come e quanto la rivoluzione digitale impatta e impatterà sempre più in modo massivo nella vita di ciascuno, per candidarci a contrattare in ogni ambito le ricadute di ciascuna implementazione, sia negli ambiti prettamente lavorativi sia anche nel rapporto tra cittadini e amministrazione pubblica, cittadini e sanità, cittadini e istruzione e, in generale, nella contrattazione sociale e nella progettazione dei luoghi. Questa contrattazione ci consentirà di evitare il rischio del perpetrarsi ed esacerbarsi, anche a causa di un uso non governato della tecnologia, di diseguaglianze e asimmetrie già presenti nella nostra società.

Cinzia Maiolini, Ufficio Lavoro 4.0 Cgil