Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

La repressione

L'eccidio di Battipaglia

Ilaria Romeo
  • a
  • a
  • a

Davanti al corteo di protesta contro la chiusura della manifattura tabacchi e dello zuccherificio, la polizia imbraccia i fucili e spara. Si contano due vittime, Teresa Ricciardi, giovane insegnante che seguiva gli scontri dalla finestra della propria abitazione, e lo studente diciannovenne Carmine Citro. Moltissimi saranno i feriti

Nell’aprile del 1969 a Battipaglia giunge la notizia dell’imminente chiusura di due grosse aziende della città: la manifattura dei tabacchi e lo zuccherificio. Per il 9 aprile viene indetto un corteo di protesta: già dalle prime ore del giorno, alcune centinaia di persone si radunano e, scortati da polizia e carabinieri, cominciano a muoversi in corteo al grido di "Difendiamo il nostro pane" e "Basta con le promesse".

Nel tardo pomeriggio si arriva allo scontro decisivo: il corteo incanala la propria rabbia contro il commissariato di via Gramsci, dentro cui si sono asserragliati un centinaio di poliziotti e carabinieri che iniziano a sparare sulla folla, uccidendo Teresa Ricciardi, giovane insegnante che seguiva gli scontri dalla finestra della propria abitazione, e lo studente diciannovenne Carmine Citro. Moltissimi i feriti.

Scriveva Rassegna Sindacale il 1° maggio successivo:

Se qualcuno aveva avuto un dubbio che i morti di Avola fossero una tragedia isolata dovuta alla fatalità e non destinata a ripetersi, i morti di Battipaglia sono tragicamente venuti a togliere ogni incertezza. Non si muore per caso, non si spara per caso nelle lotte di lavoro, ma per una precisa concezione e un colpevole uso della polizia in servizio di ordine pubblico e specialmente nei conflitti di lavoro. Ai lavoratori che, come nel caso di Battipaglia, chiamati unitariamente dai sindacati a protestare contro la chiusura di uno zuccherificio e ad opporsi al licenziamento delle seicento operaie del tabacchificio, esprimono, e stringono intorno a sé, la protesta e la collera di tutta una città, di tutta una zona per la degradazione economica e sociale cui la condanna una politica; a questi uomini e donne non si è capaci di dare lavoro ma si riesce troppo spesso a trovare le pallottole che ne ammazzano qualcuno, come accadde ad Avola, come accadde a Ceccano.

“Il ministro degli Interni si deve dimettere”, sarà la perentoria affermazione della direzione del Pci. “Basta con le armi: occorrono nuovi indirizzi di politica economica e sociale”, dirà Agostino Novella, mentre raccogliendo l’appello unitario di Cgil, Cisl e Uil, l’11 aprile - giorno dei funerali delle vittime - l’Italia si ferma. “Dinanzi agli eventi luttuosi che ancora una volta hanno registrato la morte di cittadini inermi vittime del ricorso incivile alle armi da fuoco - si legge nel comunicato sindacale - le tre organizzazioni, nell’elevare la loro vibrata protesta per questa ennesima manifestazione di violenza hanno chiesto il severo accertamento delle responsabilità. (…) L’eccidio è stato perpetrato da forze di polizia intervenute armate contro manifestazione popolare di protesta”.

“Onorevoli colleghi - tuonerà l’allora presidente della Camera Sandro Pertini -  sono certo di interpretare il sentimento vostro, se rinnovo da questa tribuna il profondo cordoglio per le vittime dei tragici fatti di Battipaglia, fatti che hanno scosso e turbato la coscienza dell'intera nazione. Ma non basta manifestare la nostra pietà per le vittime e la nostra costernazione per quanto è accaduto. Dalla nostra qualità di rappresentanti del popolo ci deriva un preciso dovere: impedire che fatti simili possano ancora ripetersi (…). Solo pensando ai vivi non sicuri del loro domani possiamo degnamente onorare i morti, povere vittime innocenti”.

Molto dura anche la reazione del ministro del Lavoro, Giacomo Brodolini: “L’ordine pubblico - dirà  - va seriamente tutelato in uno stato democratico, ma il problema è quello degli strumenti e dei mezzi. La tragedia di Battipaglia ripropone drammaticamente la questione e ne richiede l’attenta considerazione da parte delle forze politiche democratiche”.

Il ministro, gravemente malato, forza i tempi di approvazione dello Statuto dei lavoratori con una febbrile attività.

Se il mio primo impegno assunto quale ministro del lavoro è stato quello di venire ad Avola, ciò non è avvenuto a caso - affermava il 4 gennaio 1969 - (…) I drammatici avvenimenti che hanno scosso Avola e la nazione tutta per la carica dirompente che essi hanno, sollevano anche altri problemi che pur presentandosi con particolare gravità in queste ed altre zone del Mezzogiorno, sono problemi di ordine generale che riguardano direttamente un impegno del Ministro del Lavoro in quanto tale e a nome del governo di cui fa parte ed è espressione. Nella realizzazione del programma di governo, io desidero in primo luogo ribadire l’impegno di attuazione dello Statuto dei lavoratori e cioè di una politica legislativa per i lavoratori (…) Se vogliamo che il sangue di lavoratori come Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona non abbia più a scorrere come conseguenza di conflitti di lavoro, dobbiamo allora garantire alla forza pubblica mezzi adeguati ma che non siano tali da provocare nocumento all’integrità fisica e alla vita delle persone. Questo episodio si iscrive nella storia tanto frequentemente punteggiata dalla tragedia e dal martirio, dalla lotta per il progresso dei lavoratori e della società. Ma noi dobbiamo fare in modo che tali sacrifici non debbano ripetersi. Assumo dinanzi a tutti solennemente l’impegno di fare, con netta determinazione, quanto è possibile fare per affermare in modo profondo i valori della giustizia e della libertà nei rapporti di lavoro e nelle condizioni dei lavoratori.

Ormai allo stremo delle forze - morirà pochi giorni dopo - Giacomo Brodolini partecipa al Congresso della Cgil di Livorno dove pronuncerà con un filo di voce un discorso sembrò per tutti un testamento. “Chi nella vita sceglie i propri amici - dirà alla Cgil - sceglie anche i propri nemici ed io ho scelto voi come amici carissimi’’. Con la consapevolezza di servire una causa grande una causa giusta, con l’orgoglio di stare sempre dalla stessa parte, quella dei lavoratori.