La didattica a distanza è stata essenziale in questa fase di emergenza. È importante esserne consapevoli, proprio per evitare di ipotizzare – come pure da qualcuno è stato fatto – una sua strutturazione stabile una volta tornati a una situazione di normalità. Di questo è assolutamente convinto Massimo Baldacci, che insegna pedagogia generale all’Università Carlo Bo di Urbino. I limiti della dad non solo quelli di cui generalmente si parla e che attengono a una sfera socio-affettiva. “Questi ci sono, ma ne esistono altri che riguardano la sfera dei processi cognitivi”.

Cominciamo dagli aspetti relazionali e affettivi...

Qui i limiti della didattica a distanza sono evidenti. In presenza si crea un contesto di relazione sociale in cui l’insegnante mette in gioco un’interazione faccia a faccia; questo aumenta la pregnanza della sua azione didattica, e produce una incisività socio-affettiva maggiore di quanto non consenta un rapporto a distanza. In presenza non è in gioco solo il linguaggio verbale, ma intervengono anche codici non verbali fondamentali nei processi di socializzazione.

In classe poi si condivide una spazio fisico…

Sì, e non è una questione secondaria. La presenza fa comunità, crea un microcosmo dove si genera un processo di messa in comune di significati e di valori che danno senso al lavoro scolastico. Al contrario, la dad è decontestualizzata: ognuno è solo davanti al proprio terminale. Il contesto dell’educazione non è soltanto uno spazio fisico, è anche un luogo simbolico, suscita un vissuto denso di segni e simboli che danno significato all’esperienza quotidiana. Basti pensare all’uso delle pareti nelle scuole e non solo nelle primarie: si appendono cartelloni, elaborati collettivi, foto di gite. Le pareti diventano così il luogo di quella memoria condivisa che nella dad svanisce.

Ma i limiti della dad riguardano anche la sfera cognitiva, è così?

Senza dubbio. Non bisogna dimenticare che la scuola è un’agenzia educativa che ha come principale scopo l’istruzione; la socializzazione è importantissima, ma resta subordinata a questa. E nell’istruzione a distanza anche l’interazione cognitiva è meno efficace.

Per quali motivi?

Mentre l’insegnante fa lezione osserva la classe e grazie a questo può regolare la propria comunicazione; per esempio, la può ricalibrare quando si accorge che alcuni studenti non riescono a seguire. Questo monitoraggio costante è una componente fondamentale della capacità di un insegnante. Questo canale comunicativo essenziale con la dad viene meno. Non solo: anche la cosiddetta lezione dialogata diviene difficoltosa: ed è un peccato, perché si tratta di una modalità che in presenza permette all’insegnante di cogliere indizi per individualizzare il dialogo che sta animando, osservando l’espressione dello studente (che può apparire perplessa o convinta), oltre che ascoltando le sue risposte. In base a questi indizi può dare sterzate diverse all’andamento del colloquio.

Per non parlare di ciò che si perde rispetto ai laboratori…

Sì, e non solo dal punto di vista dell’esperienza pratica (che ha già un valore cognitivo), perché nell’attività laboratoriale l’insegnante non promuove solo l’apprendere facendo, ma stimola la discussione degli scolari sull’esperienza in atto, alimentando così un “conflitto socio-cognitivo” molto fecondo per la crescita intellettuale. Insomma, sono tanti gli stimoli che vengono meno; non dico che con la dad non ce ne siano, ma questa non potrà mai sostituire la lezione in presenza. Al massimo la può integrare. Per questo secondo me la fase attuale va superata il prima possibile.

Lei dice, “al massimo integrare”. Questo significa che, una volta che si torni alla normalità, le esperienze fatte in questi mesi possono comunque tornare utili?

Se si dà loro una funzione integrativa non avrei nulla da dire in contrario. Tutto ciò che amplia il ventaglio delle metodologie e rende la didattica più flessibile e aperta va bene. D’altra parte, sperimentazioni che vanno in questa direzione ce ne sono state; per esempio, penso al flipped learning (modalità di insegnamento supportata da contenuti digitali dove lo schema di lavoro tradizionale viene invertito: l’intervento dell’insegnante in classe arriva dopo lo studio autonomo dei ragazzi a casa, ndr). Se, come accade spesso con le mode pedagogiche, questa metodologia non diventa totalizzante può essere utile. Però deve essere chiara una cosa: l’eventuale segmento a distanza non può essere un’aggiunta meccanica, ma appunto un’integrazione. Bisogna stabilire la forma d’interazione tra ciò che si fa in presenza e ciò che si fa a distanza. Un altro esempio, più semplice, è quello di utilizzare questi strumenti a distanza per attivare sportelli di studio assistito. Sono cose che alcuni insegnanti stanno già facendo. Insomma: con tutti i limiti che ci siamo detti, tutto ciò che può servire per rendere più articolata e flessibile l’attività didattica è utile.

Da quello che si legge, pare difficile, anche se auspicabile, che a settembre in tutti gli ordini e gradi scolastici si torni integralmente in presenza. Lei crede che bisognerebbe dare la precedenza ai più piccoli?

È evidente che tornare in classe per i più piccoli è particolarmente urgente. Nella scuola dell’infanzia e in quella primaria l’assenza della dimensione sociale e del contatto coi coetanei si sente con particolare forza.

E per quanto riguarda la secondaria? Secondo lei si può alternare scuola in presenza e a distanza, almeno per un periodo?

Dipende. Do per scontato che bisogna ascoltare il parere di medici e scienziati e nel caso fare di necessità virtù. Quindi, nell’ipotesi di dover tenere insieme dad e didattica in presenza (magari sdoppiando classi, utilizzando doppi turni eccetera) si pone la questione che citavo prima: i due momenti devono integrarsi tra loro. Tornando all’esempio del flipped learning si potrebbe pensare a “lezioni guida” in modalità dad, che poi vengono riprese, discusse, approfondite in classe, dove l’insegnante può svolgere le necessarie operazioni didattiche compensative, che facciano sì che tutti possano apprendere. Solo in questo modo la scuola può svolgere uno dei suoi ruoli fondamentali: ridurre le diseguaglianze culturali e gli scarti cognitivi tra gli studenti. Ovviamente, per mettere in piedi tutto quello che stiamo dicendo servono risorse: se la fase è straordinaria, anche le risorse impegnate devono essere straordinarie.


Altro tema di cui si sta discutendo molto in questi giorni è come valutare gli studenti in un contesto così difficile. La ministra su questo sembra abbastanza ferma: “Un quattro è un quattro, un otto è un otto”, ripete spesso.

Torna, in una situazione straordinaria, l’annosa questione delle funzioni della valutazione. Su questo tema la politica da sempre tende a una sorta di strabismo, concentrandosi solo sulla parte finale: il voto. Il perché si capisce, essendo il tema che socialmente ha più risalto. L’opinione pubblica, e la politica segue a ruota, crede che la serietà della scuola passi solo attraverso il voto e la severità. In realtà la valutazione ha senso solo se ha valore formativo.

Cosa significa?

Significa che la valutazione deve essere di supporto ai processi di apprendimento per garantirne qualità e riuscita. Se invece si isola e si privilegia la valutazione formale, si dà a tutto il processo un valore molto più limitato. Se questo principio, come io credo, vale in generale, a maggior ragione vale ora. In questa fase di didattica a distanza gli studenti, soprattutto quelli più deboli e con scarti maggiori rispetto agli altri, hanno avuto minor sostegno per l’apprendimento e un minore orientamento in itinere. Quindi la valutazione in questa situazione dovrebbe servire a fare una sorta di bilancio per dare indicazioni su ciò che andrà recuperato o approfondito. Poi, ovviamente, capisco che la valutazione formale sia un obbligo giuridico, ma questo obbligo, vista la situazione, credo debba essere in qualche modo “temperato”, e comunque non credo debba essere la preoccupazione principale in questa fase. Ripeto: serve un processo di valutazione formativa come sostegno dei processi di apprendimento e controllo in itinere che permetta all’insegnante di rendersi conto delle lacune e, in questo modo, di intervenire tempestivamente prima che queste si stratifichino e divengano ostacoli cognitivi difficilmente recuperabili.

La Flc ha presentato una petizione per il superamento del voto numerico nella scuola primaria. Cosa ne pensa?

Sono assolutamente d’accordo. Come pedagogista ho sempre giudicato negativamente il voto numerico alla primaria: il bambino non ha ancora una maturità cognitiva e affettiva adeguata ad accogliere un voto. Il voto per lui non è su di un compito, ma su di sé. Un’esperienza che a quell’età può essere dolorosa e compromettere il rapporto con la scuola e lo studio.