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Contro il virus le armi non servono

Contro il virus le armi non servono
Foto: aerei da guerra
Fabrizio Ricci
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A Cameri (No) dove si fanno gli F35, come a La Spezia dove si producono carri armati e missili terra-aria, il sindacato ha chiesto e continua a chiedere di fermare le produzioni. Nel Sulcis lo hanno fatto, destinando mascherine e Dpi agli ospedali

L'immagine degli americani in fila davanti al negozio di armi all'indomani dell'apertura ufficiale della “crisi coronavirus” negli Usa ha fatto il giro del mondo e ha suscitato sdegno unanime qui da noi in Italia. “Eccoli, i soliti pistoleri! A cosa serviranno mai le armi quando sei nel bel mezzo di una pandemia mondiale e il nemico da affrontare è un virus, potente, ma invisibile?”.

Beh, questa domanda in realtà dovremmo porcela anche per un'altra ragione: le nostre fabbriche di armi, un'industria che non conosce crisi, oltre 5 miliardi di euro di esportazioni nel2018, e che fino ad oggi, nonostante l'emergenza coronavirus, ha continuato a produrre macchine da guerra. Macchine micidiali come gli F35 che si fanno alla Leonardo (ex Finmeccanica) di Cameri, in provincia di Novara.

Qui, all'interno di una base aeronautica, lavorano oltre mille dipendenti, tra diretti e non. “Lunedì il prefetto ha autorizzato la prosecuzione dell'attività perché considerata strategica – racconta a Rassegna.it Francesco Campanati, sindacalista della Fiom Cgil di Novara che segue l'azienda – e così, la produzione, che ad oggi era limitata a 120-160 addetti, ora potrebbe persino allargarsi, l'azienda ci ha annunciato infatti che vorrebbe implementarla”.

Il sindacato è assolutamente contrario a questa ipotesi, anzi, ha già chiesto e continua a chiedere la sospensione dell'attività: “Avere fino a mille persone di nuovo lì dentro comporterebbe rischi esponenziali di contagio – afferma ancora Campanati – mentre la sicurezza di ogni singolo lavoratore dovrebbe essere al di sopra di tutto e poi, in un momento storico in cui le persone stanno morendo come mosche, continuare a fare macchine da guerra è qualcosa di difficile da mandare giù”.

Anche a La Spezia il prefetto ha dato lunedì il via libera alla produzione di Leonardo. Qui lo stabilimento, circa 850 dipendenti, produce carri armati, cannoni navali e munizionamento. Poi, sempre nella città ligure, c'è anche Mbda, altri 200 dipendenti circa, dove si fanno missili e batterie antiaeree. “Entrambi i siti per ora continuano l'attività – ci spiega Mattia Tivegna, segretario della Fiom Cgil di La Spezia – e noi non siamo d'accordo. Martedì abbiamo scritto una lettera al prefetto per ribadire che non è possibile annoverare carri armati e missili tra le produzioni essenziali. Se dobbiamo combattere una battaglia contro il coronavirus la combattiamo stando a casa, non producendo armi”.

Danis Santini in Leonardo ci lavora, è delegato sindacale per la Fiom a Melara (La Spezia): “Va riconosciuto che insieme all'azienda, anche grazie al protocollo siglato da Cgil, Cisl e Uil, abbiamo attuato tutte le misure possibili per mettere in sicurezza chi ancora è al lavoro, circa 150 persone al momento. I Dpi ci sono, anche se cominciano a scarseggiare, la sanificazione viene fatta due volte al giorno e abbiamo rivisto la turnistica per ridurre al massimo i contatti. Resta il fatto – conclude Santini – che per un'azienda solida come la nostra due settimane di stop non sarebbero certo una tragedia”.

Tra l'altro in Leonardo, nonostante tutte le precauzione prese, si è comunque registrato un caso di positività al covid-19. E se questo è successo in un grande gruppo industriale, il cui maggiora azionista è il ministero dell'Economia e delle Finanze, dove i livelli di controllo e sicurezza sono molto alti, cosa può succedere nell'enorme indotto che c'è dietro? “È lì che secondo noi la situazione è davvero ingestibile – riprende Mattia Tivegna – e per questo insistiamo a dire che la produzione va fermata. In questo momento serve responsabilità”.

E proprio di senso di responsabilità parlano i lavoratori di un'altra azienda che produce armamenti, la Rwm di Domusnovas, nel Sulcis. Qui i rappresentanti dei lavoratori, Rsu e Rls, insieme all'azienda, sulla base del protocollo sulla sicurezza siglato a livello nazionale, hanno deciso di sospendere temporaneamente la produzione. “Questo al fine di ridurre al minimo i rischi per un territorio e per un sistema sanitario che non sarebbero in grado di reggere un picco di contagi”, ci dice Emanuele Madeddu, della Filctem Cgil del Sulcis Iglesiente. Di qui la decisione di sospendere quasi tutte le attività, fatta salva la guardiania e poco altro.

Ma c'è di più, ancora su proposta di Rsu e Rls si è deciso di destinare a chi necessita (ospedali, pronto soccorso, forze dell’ordine, ecc.), tutti quei Dpi (mascherine in primis) di cui l’azienda potrà privarsi. “Le decisioni prese, sono motivate dal fatto che l’emergenza in corso necessità di messaggi e impegni precisi – concludono i lavoratori sardi - ed è necessario quindi, che ognuno si adoperi per superare questo grave e delicato momento”.