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Altri quindici giorni di controlli tra Italia e Spagna. Il governo Meloni ha deciso di prorogare la sospensione del regime Schengen con Madrid, mantenendo le verifiche nei porti e negli aeroporti per i viaggiatori provenienti dalla Spagna. La misura, introdotta il primo agosto dopo la crisi migratoria di Ceuta, sarebbe dovuta scadere ieri (31 agosto). Roma ha invece scelto di mantenerla in vigore. E Madrid ha risposto con una proroga analoga dei controlli sui viaggiatori provenienti dall'Italia.
Quello che era nato come un provvedimento presentato dal governo italiano come temporaneo e legato alla sicurezza rischia quindi di trasformarsi in qualcosa di più: un nuovo capitolo dello scontro politico tra Giorgia Meloni e Pedro Sánchez, con la questione migratoria che ancora una volta diventa terreno di confronto tra modelli politici antitetici.
Ceuta, la crisi che ha chiuso i confini
La disputa nasce dalla crisi di Ceuta, enclave spagnola in territorio nordafricano, alla fine di luglio. L'Italia ha reagito ripristinando i controlli nei confronti di chi arriva dalla Spagna, sostenendo il rischio che parte dei migranti potesse proseguire il viaggio verso altri Paesi europei.
Una scelta che Madrid ha contestato duramente. E che ha prodotto un effetto paradossale: una crisi che riguarda una frontiera esterna dell'Unione europea ha finito per riaprire, sia pure temporaneamente, una frontiera interna tra due Paesi che fanno parte dello spazio Schengen.
Non è un dettaglio. Schengen rappresenta uno dei risultati più visibili dell'integrazione europea. Il fenomeno migratorio, invece, torna a essere affrontato attraverso la logica dei confini nazionali.
Due idee opposte di Europa
Dietro la vicenda di Ceuta ci sono però sopratutto questioni di politica, sia estera che interna. Meloni ha costruito una parte decisiva della propria identità politica sulla difesa dei confini, sul contrasto all'immigrazione irregolare e sulla rivendicazione del primato degli Stati nazionali nella gestione dei flussi.
Sanchez, socialista, si muove su un terreno molto diverso e insiste sulla necessità di una risposta europea alla gestione delle migrazioni. Madrid ha infatti chiesto un maggiore coinvolgimento delle istituzioni e delle agenzie europee per affrontare la crisi di Ceuta.
Lo scontro, dunque, non riguarda soltanto una misura di sicurezza. Entrambi i premier vedono all'orizzonte le rispettive tornate elettorali, e la contesa diventa uno strumento di politica interna oltre che su chi debba governare le migrazioni: i singoli Stati, ciascuno per conto proprio, oppure l'Unione europea attraverso una politica comune.
La propaganda di Meloni
Per il governo italiano la proroga è una scelta di propaganda. Politicamente la decisione si inserisce perfettamente nella narrazione che Meloni ha costruito sull'immigrazione: ogni movimento migratorio viene letto innanzitutto attraverso la categoria della sicurezza e del controllo dei confini.
È una linea che ha una conseguenza evidente. Anche quando il problema nasce fuori dai confini italiani, la risposta torna a essere nazionale. La stessa presidente del Consiglio, attraverso il suo governo, ha trasformato negli anni il tema migratorio in uno dei principali terreni di riconoscibilità della destra italiana. La vicenda di Ceuta offre quindi un'altra occasione per ribadire quella impostazione, proprio mentre si avvicina una nuova stagione politica ed elettorale.
Le spine di Sanchez
Sul fronte spagnolo, con le elezioni previste per il 2027, e a oltre un mese dal suo inizio, la crisi migratoria di Ceuta continua a essere l’argomento principale, e un problema politico per Sánchez. Il governo, dopo settimane a cercare di rassicurare il pubblico, negli ultimi giorni ha messo in atto nuove misure. Secondo i media spagnoli, a breve il governo approverà un piano di aiuti da 165 milioni di euro per rispondere alle principali emergenze a Ceuta, che si aggiungono ai 180 già stanziati nei giorni scorsi per interventi più di lungo periodo.
Il governo ha anche nominato un referente unico per la crisi di Ceuta, il ministro delle Politiche territoriali Ángel Víctor Torres, e pochi giorni fa ha convocato il Consiglio nazionale di sicurezza, il principale organo dello stato per la sicurezza nazionale, per valutare la crisi.
Sánchez lunedì mattina ha anche partecipato a una nota trasmissione su Cadena Ser, la maggiore della Spagna, in cui ha promesso che a Ceuta tornerà la normalità e che il re Felipe VI visiterà l’exclave. Nei primi giorni di agosto, quando oltre il 90 per cento delle persone arrivate a Ceuta era rientrato in Marocco, il governo aveva già sperato che la crisi fosse ormai risolta. Ma il 10% rimasto sta alimentando forti tensioni, mentre gruppi e forze politiche di estrema destra approfittano della situazione per alimentare la rabbia. Negli scorsi giorni alcuni ceutini hanno dato fuoco a un accampamento di migranti sulla spiaggia e hanno cercato di bloccare i mezzi della Croce Rossa che portavano loro viveri.
Roma e Madrid si allontanano
Il dato più significativo, però, è che sul fronte migratorio Italia e Spagna avrebbero molti motivi per stare dalla stessa parte. Sono due Paesi mediterranei, esposti alle rotte migratorie, alle tensioni geopolitiche del Nord Africa e alla pressione sulle frontiere esterne dell'Unione. Entrambi chiedono da anni a Bruxelles una maggiore attenzione alle esigenze dei Paesi di frontiera. E su diversi dossier europei hanno interessi convergenti.
Eppure sulla migrazione si ritrovano oggi a controllarsi reciprocamente le frontiere. La Spagna ha introdotto a sua volta verifiche sui viaggiatori provenienti dall'Italia dopo il rifiuto di Roma di ritirare le proprie misure. È una spirale che non rafforza l'Europa mediterranea. Ma che la divide.
Il colpo di coda di Dublino
Non a caso, le recenti discussioni sui flussi migratori si sono trasformate in un bomerang per il governo italiano, riportando in auge la vicenda dei “dublinanti”, i migranti in transito intra-europeo. Si tratta di persone in cerca di protezione che, dopo la prima registrazione e la formale richiesta di asilo in una nazione dell'Unione europea, decidono di spostarsi autonomamente verso un altro territorio comunitario per avviare una nuova pratica.
I flussi di queste richieste evidenziano una netta divisione geografica tra i paesi di arrivo e quelli di destinazione finale. I dati statistici continentali indicano che l'Italia guida la classifica per istanze di riammissione ricevute da altri partner europei, superando nazioni come la Germania e la Croazia. Al contrario, il governo tedesco si posiziona al primo posto per volume di notifiche inviate all'estero per ricollocare i migranti. Non è quindi un caso se le frizioni sui dublinanti si sono scaricate sull'asse Berlino-Roma.
Il quadro normativo, tra l'altro, ha subito una profonda trasformazione con il superamento del vecchio regolamento Dublino III a favore della nuova disciplina sulla gestione dell'asilo e della migrazione. Questo aggiornamento punta a snellire le tempistiche burocratiche e a facilitare il rimpatrio di chi si sposta senza permessi. Inoltre, il provvedimento introduce una cooperazione strutturale e obbligatoria per alleggerire il carico dei paesi di frontiera, anche se i primi monitoraggi istituzionali evidenziano che la piena operatività dei trasferimenti richiede ancora importanti interventi correttivi.
Giorni di un'Europa fragile
Al netto della propaganda, però, la proroga del blocco tra Italia e Spagna durerà altri quindici giorni. Ma il problema politico va ben oltre la scadenza del provvedimento. La vicenda mostra quanto sia fragile la costruzione europea quando la gestione delle migrazioni viene lasciata alla competizione tra governi. Ceuta diventa così il simbolo di una contraddizione: davanti a una crisi che richiederebbe cooperazione europea, gli Stati tornano a difendere i propri confini.
Meloni rivendica il controllo e la sicurezza. Sánchez chiede solidarietà europea. Nel mezzo c'è Schengen, cioè l'idea di un'Europa senza frontiere interne; e Dublino, il perpetuo braccio di ferro tra chi deve assumersi la responsabilità dei migranti in transito intra-europeo.
Una scelta incomprensibile
“La proroga della sospensione di Schengen da parte del governo Meloni, così come la sospensione a inizio agosto, è sostanzialmente incomprensibile. È incomprensibile perché non è giustificata in alcun modo, non produce nulla di concreto riguardo ai fenomeni migratori, e solo ha effetti dannosi sulla vita delle persone”. È il commento di Maria Grazia Gabrielli, segretaria confederale della Cgil.
“È una decisione che provoca disagi e che non ha alcuna attinenza con i fatti di Ceuta - continua -. È evidentemente una scelta strumentale che crea una frattura con un altro paese europeo, in questo caso la Spagna. Un Paese mediterraneo, tra l'altro, con cui si dovrebbe invece collaborare per affrontare il fenomeno migratorio in maniera strutturale”.
“Il trattato di Schengen, la libera circolazione delle persone in Europa – ha concluso Gabrielli - è stato un passo decisivo nella costruzione di un'Europa unita e solidale. Per questo, davvero non si capisce la ratio e gli obiettivi concreti del Governo, che cerca di metterlo in discussione con finalità meramente propagandistiche”.
Quello che è certo è che per ora le frontiere sono tornate. E la crisi di Ceuta rischia di lasciare dietro di sé qualcosa di più duraturo di quindici giorni di proroga: un nuovo strappo politico e l'ennesima dimostrazione che, sull'immigrazione, l'Europa continua a parlare con troppe voci e troppo poco con una sola.






























