A Ceuta, l'Europa si trova di nuovo a riflettere su cosa siano i suoi confini, su dove si trovino, e su cosa rappresentino. E, di conseguenza, su cosa l'Europa stessa sia diventata.

Quella che si è scatenata in Nordafrica, infatti, non è soltanto una nuova emergenza migratoria. È una prova di forza dentro l’Unione europea e, a latere, un banco di prova per il governo italiano. Giorgia Meloni ha scelto di trasformare l’ondata di arrivi nell’exclave spagnola in un caso politico europeo, fino a ripristinare i controlli alle frontiere con la Spagna e a promuovere, insieme alla Danimarca, una lettera alla Commissione europea sottoscritta da 22 Paesi.

Effetto boomerang

Ma la reazione italiana sta producendo un effetto boomerang: mentre Roma accusa Madrid di non proteggere adeguatamente la frontiera esterna dell’Unione, Berlino torna a chiedere all’Italia di rispettare le regole europee sui richiedenti asilo e annuncia la ripresa dei trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti”.
È il paradosso di una politica migratoria costruita sulla promessa di controllo dei confini che si trova ora a fare i conti con la natura transnazionale del fenomeno. Se un Paese può sospendere, anche temporaneamente, la fiducia negli altri Stati membri, anche gli altri possono fare lo stesso.

E le regole europee che Roma invoca quando si tratta di difendere le proprie frontiere diventano un'arma a doppio taglio quando vengono applicate nei suoi confronti.

La migrazione come arma politica

L'elemento più inquietante della vicenda di Ceuta è però un altro: la conferma che i movimenti migratori vengono utilizzati deliberatamente per mettere sotto pressione uno Stato europeo. Si apre o si chiude il rubinetto a seconda delle esigenze.

Ceuta è un'exclave spagnola in territorio marocchino, uno dei punti più esposti della frontiera europea. L'arrivo in massa di decine di migliaia di persone, alimentato anche da una massiccia circolazione di contenuti sui social media che presentavano il confine come facilmente attraversabile, ha prodotto immagini di forte impatto: una massa di persone davanti alle barriere, l'esercito spagnolo schierato, il tentativo di attraversamento e poi il rapido riflusso oltre il confine.

Che dietro quella mobilitazione vi sia una regia precisa non è stato chiaramente dimostrato. Ma è evidente a tutti che l'ipotesi della guerra ibrida sia la più probabile: utilizzare movimenti di popolazione, disinformazione e pressione digitale per mettere in difficoltà un governo e costringerlo a reagire. Il governo marocchino, intervenuto successivamente, ha attribuito la responsabilità della crisi alla diffusione di fake news. Però, come diceva qualcuno: a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina.

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Meloni sceglie lo scontro

È dentro questa incertezza che Roma ha deciso di muoversi contro Madrid. La posizione italiana è stata accompagnata da una forte iniziativa diplomatica. Roma e Copenaghen hanno promosso una lettera alla Commissione europea, firmata da 22 governi, nella quale si esprime “grave preoccupazione” per gli sviluppi alla frontiera esterna dell'Ue e si mette in guardia contro “attraversamenti di massa incontrollati, la strumentalizzazione della migrazione o altre minacce ibride”. Il messaggio politico è evidente: La Spagna è indicata come l'anello debole della protezione della frontiera europea.

Ma qui emerge la prima difficoltà per Meloni. L'obiettivo di isolare il governo Sánchez non è stato pienamente raggiunto. Alla riunione straordinaria dei ministri dell'Interno dei Ventisette è prevalsa una linea diversa: solidarietà alla Spagna, riconoscimento della necessità di rafforzare gli strumenti europei e nessuna nuova misura di rottura. E la crisi diplomatica si è rapidamente trasformata in una sorta di duello.

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Il nodo Schengen

Il blocco di Schengen da parte di Roma ha spinto Madrid ha usare la stessa arma: controlli sui passeggeri provenienti dall'Italia. Il principio è semplice e, proprio per questo, politicamente pesante. Se Roma può mettere in discussione temporaneamente la libera circolazione perché ritiene insufficiente il controllo esercitato da Madrid, Madrid può sostenere una ragione analoga nei confronti dell'Italia.

Il risultato è che due Paesi dell'Unione europea tornano, almeno parzialmente, a controllarsi reciprocamente alle frontiere. È esattamente il contrario di ciò che dovrebbe rappresentare Schengen. La vicenda dimostra così quanto sia fragile il sistema quando la gestione delle migrazioni diventa una competizione politica nazionale.

Che cos'è la destra, cos'è la sinistra

La crisi di Ceuta mette inoltre in discussione una vecchia rappresentazione della politica europea: quella secondo cui la linea sull'immigrazione coinciderebbe con la tradizionale divisione tra destra e sinistra. A fianco dell'Italia c'è la Danimarca socialdemocratica di Mette Frederiksen, che da anni porta avanti una delle politiche migratorie più restrittive dell'Unione.

La Finlandia ha sostenuto la posizione italiana sotto la pressione dei Veri Finlandesi. La Svezia di Ulf Kristersson guarda ancora al trauma del 2015. La Polonia di Donald Tusk ha costruito una politica di frontiera durissima nei confronti della Bielorussia, pur rimanendo uno dei principali governi europeisti.

Anche in Germania Friedrich Merz ha irrigidito la propria posizione, mentre l'AfD continua a rappresentare una pressione crescente sulla politica nazionale.

Il tema migratorio è diventato dunque un terreno sul quale governi di orientamenti diversi competono per dimostrare di essere in grado di controllare le frontiere. La crescita delle destre radicali ha spostato il baricentro dell'intero dibattito europeo.

È dentro questa trasformazione che va letta anche la scelta italiana. Per Meloni la politica migratoria non è soltanto una questione di governo, è evidentemente propaganda. Uno dei principali terreni sui quali si misura la capacità della destra di mantenere il consenso e di non lasciare spazio alla concorrenza dell'ultradestra.

Il secondo fronte: Dublino

Ed è qui che arriva il secondo problema per il governo italiano. Mentre Roma concentra l'attenzione su Ceuta, Berlino riapre il dossier dei trasferimenti previsti dal regolamento di Dublino. La Germania ha annunciato l'intenzione di riprendere i trasferimenti verso l'Italia dei richiedenti asilo che hanno fatto il primo ingresso nell'Unione europea nel nostro Paese e hanno successivamente presentato domanda di protezione in Germania. Il principio è quello del Paese di primo ingresso, che l'Italia ha spesso contestato nella sua applicazione pratica ma che ora rischia di essere utilizzato contro Roma.

I numeri raccontano quanto il sistema sia fragile. Nel 2023 la Germania ha chiesto il trasferimento di 74.622 richiedenti asilo verso altri Paesi dell'Unione: il consenso è arrivato in 55.728 casi, ma i trasferimenti effettivamente realizzati sono stati 5.053. Nel 2024 le richieste sono state 74.583, i consensi 44.431 e i trasferimenti appena 5.827.

Nel caso italiano, secondo i dati richiamati nelle ricostruzioni sulla vicenda, nel 2024 Berlino aveva ottenuto il consenso per oltre diecimila trasferimenti, ma soltanto tre persone erano state effettivamente riaccolte. Il sistema di Dublino, dunque, funziona male da anni. Ma questo già si sapeva. Ora il problema per Meloni è che la sua applicazione selettiva rischia ora di diventare una leva nelle mani degli altri governi.

Il ricatto politico dei flussi

Il punto centrale della crisi è probabilmente questo: quando la migrazione viene trasformata in uno strumento di pressione tra governi, ogni Stato cerca di scaricare sugli altri il costo politico e materiale degli arrivi.

Il Paese di frontiera chiede solidarietà; quello di destinazione secondaria pretende il rispetto del principio di primo ingresso. Chi teme una pressione interna sulle proprie elezioni chiude le frontiere; chi ha bisogno di manodopera apre canali di ingresso o regolarizza chi già vive sul territorio.

Nel frattempo, i migranti diventano la materia prima di una contesa politica. Carne da macello. E la possibilità dei paesi di partenza di provocare o sfruttare un movimento migratorio può essere sufficiente a mettere in difficoltà un governo europeo, costringerlo a reagire e aprire una crisi tra Stati. E quindi mette in crisi l'intera Auropa. La migrazione diventa è una vulnerabilità geopolitica dell'Europa.

Il paradosso italiano 

Il paradosso italiano è particolarmente evidente. Meloni è arrivata al governo promettendo di fermare l'immigrazione irregolare, controllare le frontiere e ottenere maggiore solidarietà europea. Oggi, però, si trova davanti a una situazione nella quale ogni risposta produce una nuova contraddizione. Se accetta il principio della solidarietà europea, deve accettare anche che la gestione delle frontiere sia una responsabilità condivisa e che la Spagna non possa essere semplicemente messa sotto accusa.

Se invece sceglie la strada dell'unilateralismo, come con la sospensione dei controlli Schengen, rischia di aprire la porta a reazioni reciproche. Se invoca le regole di Dublino per chiedere una redistribuzione dei migranti, deve fare i conti con il fatto che le stesse regole possono essere utilizzate da Berlino per rimandare in Italia i richiedenti asilo.

E se presenta Ceuta come una minaccia alla sicurezza europea, deve confrontarsi con una domanda ancora più difficile: come distinguere una crisi migratoria spontanea da una crisi alimentata deliberatamente attraverso disinformazione, social network e pressioni geopolitiche?

Al di là delle contraddizioni più che evidenti del governo italiano, la vicenda di Ceuta ha mostrato quanto il re fosse nudo, e lo fosse da tempo. Perché ha messo in luce una guerra silenziosa che va avanti da anni, e che l'Europa non sa ancora come affrontare. Il vero problema, allora, non è soltanto chi entra in Europa. È chi decide chi, come, quando e perché. Ed è su questo terreno che l'Europa, oggi, appare ancora terribilmente impreparata.