Due morti in poco più di trenta giorni, a poche centinaia di metri dal cuore della città. Due vite spezzate dal freddo, dentro un triangolo composto da Prefettura, Questura e Municipio, nello stesso raggio di piazza dell’Unità. E una risposta che non guarda a quei morti, ma alla frontiera. È quello che è successo al Porto Vecchio, il vasto complesso industriale ottocentesco di Trieste, città di confine, luogo di frontiera.

Sunil Tamang era nepalese, aveva 43 anni. È morto dopo giorni di agonia all’ospedale di Cattinara, senza mai riprendere conoscenza. Era arrivato a Trieste poco prima di Natale, con l’intenzione di chiedere asilo e di entrare in quel sistema di accoglienza che la legge prevede. La porta della Questura, però, per lui è rimasta sempre chiusa. Come quella dell’accoglienza. Sunil è rimasto fuori, all’addiaccio, senza mai nemmeno avvicinarsi a quel pezzo di carta di cui aveva bisogno.

È morto di freddo e di attesa. Nell’anno in cui l’Europa celebra i quarant’anni di Schengen, anche se l’Italia da due anni ha ripristinato il confine con la Slovenia. A rafforzare quella che è tornata a essere frontiera, il Viminale ha poi recentemente inviato 59 tra nuovi agenti e ispettori di polizia. In ogni caso, Sunil si è accasciato il 10 gennaio, intorno alle due del pomeriggio. Un’embolia polmonare, un arresto cardiaco massivo. Freddo, patologie pregresse, chissà: in attesa dell’autopsia si può dire poco altro. Tre giorni dopo è stato dichiarato cerebralmente morto all’ospedale di Cattinara.

Sgomberi senza alternative

Non molto diversa è la storia di Hichem Billal Magoura, algerino, morto poco più di un mese fa. Magoura non era arrivato da pochi giorni: era a Trieste da almeno sei mesi, regolare e iscritto al servizio sanitario regionale. Aveva presentato domanda di asilo, ma come Sunil aveva passato le sue ultime notti in un giaciglio di fortuna al Porto Vecchio. Gli stessi magazzini che la Prefettura aveva ordinato di sgomberare per "assicurare ai richiedenti asilo la presa in carico con trasferimento in centri di accoglienza del territorio nazionale, nel rispetto della loro dignità e dei loro diritti e a tutela della incolumità delle persone".

Un’operazione rimasta in sospeso: poco più della metà delle persone trasferite, altre rimaste, altre ancora arrivate dopo. Nessuna soluzione strutturale, nonostante le richieste ripetute di Cgil, associazioni, comitati e opposizioni in Comune e in Regione.

I magazzini di Porto vecchio, foto di Gianfranco Schiavone
I magazzini di Porto vecchio, foto di Gianfranco Schiavone
I magazzini del Porto Vecchio, foto di Gianfranco Schiavone

Nei magazzini del Porto Vecchio, a fine anno, vivevano ancora duecento persone. Nelle notti sotto zero, con la bora a 110 all’ora, e con solo una ventina di posti di emergenza freddo messi a disposizione dal Comune per una città di 200.000 abitanti. C’è un centro diurno di via Udine di giorno e uno a piazza Libertà, davanti alla stazione, la sera. Cibo, informazioni, assistenza medica e sociale, vestiti asciutti, un tè caldo. Non abbastanza, certo, ma tutto regge grazie a una fitta rete di associazioni e volontari che suppliscono alle assenze istituzionali.

La rete di solidarietà

"In realtà, in questa Regione, tra fine novembre e inizio dicembre abbiamo avuto quattro casi di migranti morti per l’emergenza freddo, ma ancor più per l’inerzia delle istituzioni – racconta don Paolo Iannacone, del Centro di accoglienza Balducci a Zuliano (Ud) –. C’è stata una risposta da parte della società civile, che oggi si sta concretizzando in un coordinamento della rete di persone e realtà del terzo settore".

Il comitato è già al lavoro per decidere come portare avanti l’azione, "perché non basta assolutamente quello che abbiamo fatto finora, non bastano neanche gli interventi che vanno a supplire le assenze istituzionali che negano i diritti delle persone e la loro dignità. Bisogna unire le forze".

"Da anni avremmo bisogno di mettere in piedi un sistema di accoglienza a bassa soglia, ma non si fa nulla – racconta Massimo Marega, segretario generale della Cgil di Trieste – sostanzialmente perché la destra ritiene che questo non sia il sistema migliore, anche se non ne predispone altri. In Friuli-Venezia Giulia abbiamo Comune, Regione e Governo nazionale in mano al centrodestra. Difficilmente possono dire di non avere gli strumenti per governare questi processi. Invece non fanno nulla. Così, qui arrivano migliaia di migranti dalla frontiera, si parla di 50 o 60 ogni giorno, che non trovando un’accoglienza adeguata si arrangiano come possono. Tutta la zona del Porto Vecchio, che è abbandonata e in fase di riqualificazione, è diventata un rifugio di fortuna".

Massimo Marega, segretario generale della Cgil di Trieste

Un muro di gomma

Chi si accampa nei magazzini del Porto Vecchio, però, non lo fa per nascondersi, ma per aspettare che la Questura gli consenta di formalizzare una domanda d’asilo. Anche se a Trieste, raccontano Cgil e associazioni, l’Ufficio Immigrazione è diventato un muro di gomma. Il sistema non funziona da tempo e va peggiorando. A nulla sembrano servire solleciti, mail, pec che ricordano come la formalizzazione della domanda non è una concessione, ma un diritto del richiedente.

I magazzini del Porto Vecchio, foto di Gianfranco Schiavone

I numeri parlano da soli. Nel 2025 sono state inviate 34 segnalazioni collettive e 416 pec individuali, per un totale di 1.494 persone segnalate, comprese situazioni di vulnerabilità. Nessuna risposta. "Ogni giorno decine di persone si presentano all’Ufficio Immigrazione della Questura di Trieste per chiedere asilo, ma solo 10–12 riescono ad accedere agli uffici e, spesso, solo una parte di queste riesce effettivamente a formalizzare la domanda". È quanto emerge dal rapporto Accesso negato, recentemente presentato dalle associazioni Ics, Irc, Diaconia valdese, Linea d’ombra, No Name Kitchen, Goap, Fondazione Luchetta e Cdcp. "In media – continua l’indagine – la registrazione della richiesta di protezione internazionale avviene dopo circa tre settimane dal primo tentativo, ma non sono rari i casi in cui l’attesa supera i 30 o addirittura i 60 giorni".

L’attesa infinita

Anche Sunil era stato respinto più volte. "Noi lo avevamo incontrato al centro diurno. Da circa un mese abbiamo iniziato a comunicare via pec alla Questura la manifestazione di volontà di richiedere asilo", racconta Gianfranco Schiavone, giurista e tra i fondatori di Ics. Il 31 dicembre lo aveva fatto anche Sunil. "È stato mandato via senza nessuna motivazione e senza nessun provvedimento, nemmeno un documento che attestasse quella che nella normativa si chiama manifestazione di volontà, e che obbliga a creare le condizioni di accesso immediato alle misure di accoglienza".

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Nulla di tutto questo è successo. "Ma non è certo un caso isolato – continua Schiavone – siamo di fronte a un fenomeno estremamente diffuso in tutta Italia. Sarebbe sbagliato pensare che si tratti di una particolarità triestina, anche se a Trieste subiamo una grande ostilità istituzionale: c’è un clima molto violento e, nel corso degli ultimi mesi, la situazione è anche peggiorata". In questo clima, conclude Schiavone, "non bisognerebbe chiedersi come mai questa persona sia morta, in realtà la vera domanda è: come mai gli altri sono vivi?".

Gianfranco Schiavone, ICS Consorzio Italiano di solidarietà Trieste

Quindi, il 9 gennaio, Sunil aveva tentato ancora una volta di entrare in Questura. Il giorno dopo, i compagni con cui divideva il rifugio si sono accorti che stava male, che forse non respirava più. Hanno chiamato i soccorsi. Massaggio cardiaco, ossigeno. Niente da fare.

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A questa morte, l’ennesima evitabile, lo Stato risponde rafforzando i controlli di polizia: quasi 60 innesti tra agenti e ispettori. Il confine poco lontano si indurisce. E si fa frontiera. L’assessore regionale alla sicurezza e immigrazione del Fvg, il leghista Pierpaolo Roberti, ha parlato di "un potenziamento che consentirà di mantenere e rafforzare i controlli, garantendo al tempo stesso un presidio ancora più capillare e incisivo su tutto il territorio", il che "dimostra quanto sia strategico il nostro ruolo nella sicurezza nazionale".

I magazzini del Porto Vecchio, foto di Fiorella Costantini

La cosa non stupisce Massimo Marega. "In realtà, questi poliziotti faranno solo attività di retrovalico, quindi non saranno impegnati in città. Il tutto in un contesto in cui il sindaco e l’amministrazione comunale di Trieste predispongono volontariamente un’assenza di servizio di accoglienza, o quantomeno un servizio minore rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno. Perché sono convinti che non fornendo accoglienza queste persone eviteranno di arrivare, mentre ovviamente arrivano lo stesso. E moltissime anche per non rimanere in zona". "C’è una precisa volontà – conclude – che però d’inverno espone queste persone a condizioni terribili. Se questi sono gli effetti della gestione del fenomeno da parte delle istituzioni di destra, beh, possiamo dire che sono disastrosi".