Per il popolo palestinese, il tempo passa inesorabile, calpestando,giorno dopo giorno, tutti i diritti possibili, lasciando spazio e libertà solamente alla violenza incontrollata, senza più alcun freno e limite, allontanando ogni speranza di un’azione internazionale che ponga fine alla politica di annessione totale della Palestina originaria, allo stato d’Israele.

Da decenni assistiamo ad un comportamento da parte della comunità internazionale, governi e stati, di dichiarazioni prive di azioni a difesa e nel rispetto del diritto internazionale, proprio da quegli stati che, ottant’anni fa, dalle macerie delle due guerre mondiali, diedero vita all’Organizzazione delle Nazioni Unite per risolvere i conflitti tra popoli e stati attraverso norme e regole internazionali e vincolanti. Da questo accordo prese forma la soluzione dei due stati per i due popoli. Nel 1948 fu riconosciuto lo stato d’Israele su una parte della Palestina, lasciando ai palestinesi l’altra parte per il loro stato, ancora oggi oggetto di conflitto e negato da Israele con l’occupazione dei territori e tutto ciò, di che ne deriva.

Una storia piena di contraddizioni, di responsabilità di ognuna delle parti in causa, ma che non può essere affrontata con approcci di equidistanza o di deroghe al diritto internazionale, o di scelte di geopolitica o di alleanza o di real politik. Al popolo palestinese è negato il diritto di autodeterminazione e vive da decenni sotto occupazione, ed oggi, dopo quanto accaduto il 7 ottobre del 2023, vero e proprio crimine di guerra contro la popolazione israeliana, la popolazione palestinese è vittima di una politica di pulizia etnica e di violenza tale che si configura come violazione della “Convenzione internazionale per la prevenzione e repressione del crimine del genocidio” (entrata in vigore nel 1951). Ulteriore violazione al diritto internazionale non è prevista. Siamo arrivati al fine corsa.

Ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran va oltre il dibattito sulla definizione del crimine, è semplicemente inaccettabile e ingiustificabile per una comunità che si definisce civile e democratica. Punto e a capo.

Ma ancora oggi l’indignazione e le risposte di stati e governi sono timide ed inadeguate alla drammaticità del momento. Anzi, vi è il tentativo di confondere l’opinione pubblica e giustificare l’inazione nei confronti dei crimini che l’attuale governo israeliano sta compiendo nei confronti della popolazione palestinese, associando le critiche e le denunce del suo operato come un attacco agli ebrei, quindi, di antisemitismo, ribaltando i ruoli: chi difende il diritto internazionale è genocida, chi sta facendo pulizia etnica e reprime una interna popolazione è la vittima.

Eppure le responsabilità, gli obblighi e le azioni urgenti da assumere sono lì, messe nero su bianco da decine di risoluzioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e dalle convenzioni internazionali che vincolano tutti i 192 stati e popoli, membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, alla loro applicazione.

Come uscirne? A breve ci saranno elezioni in Israele (28 ottobre) ed in Palestina (rinviate da circa un ventennio e previste per il prossimo novembre, ma ovviamente debbono esservi condizioni di agibilità e di libertà) e sarà questa una scadenza molto importante per conoscere che strada intraprenderanno le due comunità, se quella della convivenza e del reciproco rispetto e riconoscimento, oppure quello della disperazione e del suicidio (riprendo qui il termine usato da Anna Foa).

Noi, come società civile abbiamo però un impegno ed un ruolo che dovremmo giocare sin da subito, e mi riferisco alla scelta di campo ed al sostegno delle coalizioni ed iniziative di associazioni, coalizioni, iniziative promosse da israeliani e palestinesi che lottano per la democrazia, per il reciproco rispetto, per la costruzione di una pace e per la sicurezza nell’intera regione del Medio Oriente. Anche noi non possiamo essere timidi o ambigui. La condanna dell’azione e dei crimini del governo israeliano non può mettere in discussione, oggi, l’esistenza dello stato d’Israele, perché sarebbe far pagare a tutti gli italiani i crimini del fascismo.

Dobbiamo sostenere invece quelle realtà e quei singoli soggetti, sia in Israele che in Palestina, ma anche negli altri stati della regione, lottano per i diritti, per le libertà, per la democrazia. Sono questi i principi ed i valori che ci uniscono e dobbiamo farlo senza escludere o discriminare, per essere credibili e per dare lezione all’ipocrisia ed ai silenzi di stati e governi che, coscientemente o incoscientemente, si rendono responsabili di violazioni, violenze e guerre.

Il tempo è ora, insieme, costruiamo questa politica di pace e di sicurezza comune ancorata ai principi ed agli strumenti del multilateralismo, coerente con le nostre responsabilità internazionali e con la nostra costituzione per costruire convivenza, democrazia, pace e sicurezza per tutte le popolazioni del Medio Oriente.