Certe parole feriscono più del silenzio. Non perché assolvano i massacri, bensì perché arrivano da chi aveva insegnato a riconoscere l’ingiustizia senza bisogno del vocabolario. Erri De Luca appartiene a quella razza rara di scrittori capaci di stare dalla parte degli oppressi quasi per istinto fisico, come i vecchi marinai sentono la tempesta nelle ossa. Per questo la sua prudenza su Gaza pesa come una delusione privata.

Mentre le immagini mostrano bambini ridotti a brandelli, ospedali svuotati d’ossigeno, fame amministrata, lui sente il bisogno di discutere la parola “genocidio”. E lì si apre la ferita. Perché il problema supera la definizione. Riguarda il riflesso umano. L’urgenza morale. L’incapacità, stavolta, di lasciarsi travolgere dall’evidenza della sofferenza.

Fa male soprattutto il contrasto. L’autore che racconta gli ultimi con una lingua scavata nella pietà oggi sembra osservare la Striscia dalla scrivania di un notaio internazionale. La tragedia filtrata attraverso cautele lessicali, distinguo, certificati semantici. Attorno crollano quartieri interi e il dibattito si restringe alla targhetta da applicare sopra le macerie. Una scena che produce sconforto prima ancora che rabbia.

Poi il sionismo rivendicato quasi fosse una postura etica inattaccabile. Adesso. Nel momento in cui il governo israeliano esibisce la propria forza coloniale con una brutalità persino pedagogica. E qui emerge l’aspetto più amaro. Non l’opinione personale, legittima sempre, ma la funzione pubblica dell’intellettuale che finisce per addolcire l’insostenibile, regalando profondità culturale alla devastazione.

Non so se continuerò a leggere De Luca. Certo, i grandi scrittori restano letterariamente grandi anche quando inciampano moralmente. Però alcune dichiarazioni spostano qualcosa dentro il lettore. Cade il fondale. Si rompe un patto invisibile. E il poeta che sembrava camminarti accanto appare improvvisamente distante, quasi seduto dall’altra parte della barricata, dove il rumore dei cingoli arriva più attutito delle urla.