Dopo 16 anni il regno illiberale di Orbán è giunto al capolinea. Con un’affluenza record che sfiora l’80% - oltre 30 punti in più rispetto alle ultime europee – i cittadini e le cittadine ungheresi lo hanno mandato a casa in favore di Péter Magyar, leader del partito Tisza (Rispetto e libertà), che ha conquistato la cosiddetta supermaggioranza dei due terzi dei seggi in Parlamento, quella che gli permetterà di scardinare anni di riforme che hanno compresso i diritti civili, sociali e politici del Paese.

Tra le tante nefandezze dei tre lustri di Orbán non si possono non ricordare i provvedimenti che riguardano i diritti dei lavoratori, provvedimenti che favoriscono le grandi aziende e che hanno scardinato la contrattazione - ponendo i lavoratori in una posizione di totale subordinazione individuale - e che i sindacati hanno definito una vera e propria riforma schiavistica del codice del lavoro.

Tisza si aggiudica infatti 138 seggi, oltre i due terzi dei 199 in palio. Viktor Orbán, con il suo Fidesz, si ferma a 55. L'unica altra forza a entrare in Parlamento è l'ultradestra di Mi Hazank (Nostra patria), con 6 seggi. In termini percentuali, Magyar si è imposto con il 53,6% dei consensi, contro il 37,7% di Orbán. All'ultradestra va il 5,9%. Un risultato eccezionale, se si pensa che Fidesz non era mai sceso sotto il 45% in nessuna elezione parlamentare.

Si è trattato, insomma, di un vero e proprio trionfo, e d’altra parte lo slogan scelto da Magyar per la sua compagna elettorale era “arad a tisza”, “il fiume esonda”. Una vittoria salutata con soddisfazione da chiunque, in Europa e nel mondo, si oppone  all’internazionale nera che sta mettendo a rischio la tenuta dello stato di diritto con un mix di sovranismo, populismo e ostilità all’ordine liberal-democratico. Un cuneo Maga in Europa, della cui importanza erano ben consapevoli gli Usa di Trump, se è vero che nei giorni scorsi il vicepresidente Vance era venuto a dar manforte a Orbán a Budapest, accusando l’Europa di voler interferire sulle vicende interne del popolo magiaro.

Per il responsabile internazionale della Cgil, Salvatore Marra, “oggi è una bella giornata per l'Ungheria, per l'Europa. Un pensiero di sollievo e festa per le amiche e amici ungheresi progressisti che hanno visto con angoscia le loro libertà, la democrazia, lo stato di diritto, i diritti sindacali e del lavoro, i diritti civili falcidiati da uno dei peggiori governanti razzisti al potere. Dopo la sconfitta di Meloni al referendum, la cacciata di Orbán in Ungheria, speriamo sia la volta di Trump e dei tanti, troppi autocrati al potere in giro per il mondo”, si legge in un post pubblicato su Facebook.

Come è noto, Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno appoggiato in maniera netta Orbán, comparendo anche in uno spot elettorale nel quale Meloni spiegava che "tutti insieme stiamo dalla parte di un'Europa che rispetta la sovranità nazionale ed è orgogliosa delle sue radici culturali e religiose" e contro il “centralismo di Bruxelles”. Salvini, da parte sua, scandiva: "Se vuoi la pace, vota Fidesz".

E proprio dall’odiata Europa (al massimo un bancomat da cui attingere), invece, Magyar vuole iniziare il suo mandato. Ha infatti annunciato che, dopo Varsavia, si recherà a Bruxelles per sbloccare i 20 miliardi di euro di fondi bloccati per procedimenti che riguardano irregolarità e violazioni dello stato di diritto.

L'Ungheria "sarà” di nuovo un alleato forte nella Ue e nella Nato": così Magyar rivolto alla folla dei sostenitori a Budapest, che lo ha accolto in piazza intonando "Ruszkik, haza", ovvero "russi, andate a casa", lo slogan della rivolta ungherese del 1956, soffocata nel sangue dai carri armati sovietici. E ancora: "Abbiamo sconfitto una tirannia", ha rivendicato ancora il leader di Tisza davanti ai suoi sostenitori, che "hanno detto no alla paura, hanno detto no al tradimento". "Siamo partiti in pochi, eravamo Davide contro Golia e alla fine, con il potere dell'amore, abbiamo ottenuto una vittoria storica".

La vittoria è stata figlia di una campagna elettorale a tappeto, negli angoli più remoti del Paese, e molto agguerrita anche sui social, visto il controllo capillare esercitato da Fidesz sui media tradizionali. Magyar non è un uomo di sinistra (e va detto che in Parlamento nessuna forza di sinistra sarà rappresentata), Tisza in Europa siede nel gruppo dei popolari ed è una costola nata da Fidezs. Tuttavia il futuro premier è un convinto europeista e antiputiniano. Figlio di un membro della Corte Suprema, la madre è una giurista dell’Alta corte, il fratello di sua nonna era l’ex presidente della Repubblica Ferenc Mádl, Magyar all'inizio degli anni Duemila entrò in in Fidesz. Le cronache raccontano che Gergely Gulyás, ministro nel governo di Orbán, abitava con lui negli anni di studio a Berlino. L’allontanamento da Orbán si è registrato nel 2024. Ma in Ungheria in gioco, almeno questa volta, non era uno scontro classico tra sinistra e destra, ma tra chi ha a cuore lo Stato di diritto e chi no.

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E da questo punto di vista i punti chiave del programma di Magyar sono chiari: lotta alla corruzione e al sistema di potere oligarchico creato da Fidesz; sblocco dei fondi Ue; ripristino dell'indipendenza della magistratura; stop a una tv pubblica diventata macchina propagandistica del regime e allontanamento dell’Ungheria dall’orbita russa. E proprio la guerra in Ucraina era stata al centro della campagna elettorale di Orbán, tutta in chiave filo-russa, mentre tra le promesse in caso di vittoria c’era quella di una “Legge sulla trasparenza” - per molti analisti persino peggiore di quella sulle ong o sugli “agenti stranieri” varata da Putin - che avrebbe consentito alle autorità di registrare in una lista le ong e i media finanziati dall'estero, se considerati una minaccia alla sovranità nazionale, e di congelarne i finanziamenti.

Stavolta, le cittadini e i cittadini ungheresi hanno detto no. Era auspicabile, ma non scontato. Pochi giorni prima del voto, Károly György, giornalista sindacale ed ex responsabile internazionale presso la Confederazione dei sindacati ungheresi (Maszsz) aveva detto a Collettiva: “Abbiamo la possibilità di realizzare un cambiamento epocale riguardo alla direzione che prenderà l’Ungheria, ma anche l’Europa e il resto del mondo. Se ci fosse un cambiamento in Ungheria e Orbán fosse destituito, questo avrebbe un grande significato anche per gli altri Paesi europei”. È andata proprio così.