È il voto europeo più atteso della stagione. Il 12 aprile l’Ungheria tornerà alle urne e, se i sondaggi non saranno clamorosamente smentiti, il primo ministro uscente Viktor Orbán potrebbe perdere un potere che ha mantenuto per 16 lunghissimi anni (dal 2010). Sono stati anni di politiche autoritarie, sovraniste, di negazione dei diritti civili e di progressivo controllo su magistratura e media. Adesso - spiega a Collettiva Károly György, segretario internazionale presso la Confederazione dei sindacati ungheresi (MASZSZ) - “abbiamo la possibilità di realizzare un cambiamento epocale riguardo alla direzione che prenderà l’Ungheria, ma anche l’Europa e il resto del mondo. Se ci fosse un cambiamento in Ungheria e Orbán fosse destituito, questo avrebbe un grande significato anche per gli altri Paesi europei”.

“Abbiamo bisogno - prosegue György - di un governo basato sui principi della democrazia e dell’inclusione, che tenga conto dei bisogni e dei diritti dei lavoratori, chiunque essi siano, nell’industria, tra i colletti bianchi o tra i lavoratori autonomi. Il punto principale è che negli ultimi 16 anni i diritti collettivi e individuali dei lavoratori sono stati indeboliti o smantellati. È successo con il Codice del Lavoro nel 2012 o nel 2019 con la cosiddetta ‘Legge sulla schiavitù’ (che aumentò a dismisura l’orario di lavoro, ndr). La vera domanda è: come possiamo tornare sulla via della democrazia, non una ‘democrazia illiberale’ (la formula sovranista coniata dallo stesso Orbán, ndr), ma una democrazia autentica anche nel mondo del lavoro?”. 

Un crocevia internazionale

Sul piano internazionale, l’Ungheria di Orbán è stata il miglior alleato europeo della Russia, arrivando a configurare in più di un caso una strategia di vero e proprio sabotaggio della politica Ue. Una media dei sondaggi ungheresiFidesz, il partito di Orbán, al 39%, dieci punti sotto TISZA (49%), la compagine di centrodestra fondata e guidata da Péter Magyar, ex alleato e oppositore di Orbán. Se le previsioni fossero confermate, lo Stato membro dell’Unione europea che nell’ultimo decennio si è distinto per la più marcata opposizione alle direttive provenienti da Bruxelles sui più importanti dossier — dalla gestione dei flussi migratori alle strategie energetiche, passando per la pandemia da Covid-19 fino al conflitto in Ucraina — e che rappresenta il principale interlocutore di Vladimir Putin all’interno dell’Unione, potrebbe cambiare rotta.

VIKTOR ORBAN PRIMO MINISTRO UNGHERIA, JAMES DAVID JD VANCE VICEPRESIDENTE STATI UNITI
VIKTOR ORBAN PRIMO MINISTRO UNGHERIA, JAMES DAVID JD VANCE VICEPRESIDENTE STATI UNITI
VIKTOR ORBAN PRIMO MINISTRO UNGHERIA, JAMES DAVID JD VANCE VICEPRESIDENTE STATI UNITI (IMAGOECONOMICA)

Trump al fianco di Orbán

Ma, per le sue posizioni sovraniste e illiberali, Orbán è anche un fiero alleato di Trump e del movimento Maga. Non a caso Washington ha lanciato l’operazione “Save Orbán”, che si è concretata nella visita di Stato del vicepresidente JD Vance: un vero e proprio tour di supporto all’alleato in difficoltà, un intervento diretto degli Stati Uniti nella campagna elettorale ungherese. Vance è arrivato a Budapest il 7 aprile con l’obiettivo dichiarato di “mandare un messaggio ai burocrati dell’Unione europea”, accusando la Ue di voler “distruggere l’economia” ungherese per ostilità nei confronti di Orbán. Durante un comizio con Orbán, Vance ha poi lasciato la parola a Donald Trump, intervenuto telefonicamente e accolto da un’ovazione: l’ex presidente ha elogiato l’“ottimo lavoro” di Orbán, aggiungendo: “Mi piace Viktor, mi piace l’Ungheria”.

Una campagna elettorale “sporca”

“Il vicepresidente Vance ha interferito apertamente nella campagna elettorale ungherese - commenta ancora György -. Ma non credo che la sua visita e la telefonata con Trump avranno un forte impatto sugli elettori. Gli ungheresi negli ultimi mesi hanno davvero aperto gli occhi. Sono diventati più attivi nell’esercizio dei propri diritti. Ma abbiamo avuto una campagna elettorale molto ‘sporca’. I media pubblici sono totalmente nelle mani del governo. Orbán li ha usati come se fossero uno strumento del partito. È stata condotta una campagna unilaterale a favore di Orbán, e per giunta molto scorretta, intimidendo, abusando del potere e gridando continuamente che la sovranità dell’Ungheria è compromessa”.

“Il vero problema - conclude il dirigente sindacale ungherese - è che Orbán è riuscito a dividere la società. Sono preoccupato per ciò che potrebbe succedere dopo il 12 aprile. Mi chiedo quanto una società antagonizzata possa essere sanata e quale sarà la medicina che il prossimo governo - che sarà comunque conservatore - potrà usare”.

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Le trame russe

Da parte sua la Russia, che rischia di perdere la sua ‘quinta colonna’ europea, sembrerebbe essersi affidata a “operazioni ibride” per rilanciare Orbán. Come ricostruisce l’agenzia di stampa Agi, Mosca ha avviato campagne di disinformazione diffuse sui social a sostegno di Orbán e, secondo quanto riportato dal Washington Post, ha persino preso in considerazione l’ipotesi — mai realizzata — di un falso attentato costruito per rafforzare il consenso al primo ministro ungherese facendo leva su paura e domanda di sicurezza. Un ruolo centrale verrebbe attribuito all’Svr (il Servizio di informazioni estero dell’intelligence russa). Tra le operazioni emerse rientrerebbero anche materiali manipolati — inclusi video generati con intelligenza artificiale — e accuse costruite ad arte per colpire o screditare il candidato dell’opposizione.

La risposta Ue: al via meccanismo di monitoraggio

A metà marzo i 44 aderenti al sistema europeo di risposta rapida hanno attivato il meccanismo di monitoraggio in vista delle elezioni in Ungheria, con l’obiettivo di contrastare eventuali campagne di disinformazione, in particolare di matrice russa. Il dispositivo, su base volontaria, coinvolge grandi piattaforme digitali come TikTok e Meta, insieme a fact-checker e organizzazioni della società civile, con lo scopo di facilitare la segnalazione tempestiva di possibili interferenze o contenuti manipolativi nel contesto elettorale. Secondo quanto precisato da Bruxelles, il sistema resterà operativo fino a una settimana dopo il voto. 

L’europeismo di Magyar e il nodo dell’Ucraina

Sul fronte europeo, l’eventuale affermazione di Péter Magyar apre scenari tutt’altro che lineari. Come osserva Eunews, il programma di TISZA restituisce l’immagine di un progetto politico orientato a “scegliere l’Europa” e a “ricostruire il rapporto di fiducia con l’Ue e la Nato”, con l’obiettivo dichiarato di entrare nell’Eurozona entro il 2030. In questa prospettiva, Magyar si presenta come il possibile garante di una svolta europeista, indicando nel ripristino dello Stato di diritto la condizione necessaria per sbloccare i fondi europei congelati negli ultimi anni.

Tuttavia, sempre secondo Eunews, accanto alle aspettative emergono anche elementi di cautela. Un pieno allineamento con Bruxelles non è scontato: “L’Ue farebbe bene a non cullarsi nell’illusione” di avere un leader completamente in sintonia con le proprie priorità. Il nodo principale resta quello ucraino. Il manifesto di TISZA, si legge, è “particolarmente scarno” su Kiev, e Magyar ha già espresso contrarietà a un percorso accelerato di adesione dell’Ucraina all’Unione, una posizione che lo avvicina a quella mantenuta finora da Viktor Orbán.

Anche sul piano delle decisioni concrete, le distanze tra governo e opposizione appaiono lievi: gli eurodeputati di TISZA hanno votato contro i finanziamenti destinati a Kiev, in linea con gli esponenti di Fidesz.