Sedici anni durano quanto una cattiva abitudine che diventa sistema. Viktor Orbán li ha attraversati come un sovrano di provincia promosso ad imperatore, convinto che la storia fosse una proprietà privata. Ma poi sono arrivate le elezioni, quelle vere, e il meccanismo si è inceppato. E ha perso. Finalmente.

Dal 2010 ha costruito una democrazia di cartapesta blindata. Ha trasformato in potere assoluto la sua ascesa grazie ad una legge elettorale piegata come un filo di ferro. Da lì partì l’occupazione metodica. Corte costituzionale addomesticata, procura affidata agli amici d’infanzia, magistratura riscritta a misura di fedeltà. Una democrazia svuotata a colpi di repressione e manganelli.

Il cosiddetto sistema di cooperazione nazionale fu la parola gentile per un controllo capillare. Informazione inglobata, voci indipendenti rese marginali, istituzioni fuse nel corpo di Fidesz fino a cancellare il confine tra Stato e partito. Una fusione fredda, efficiente, pericolosamente stabile.

Anche l’economia cambiò pelle. Amici trasformati in oligarchi, appalti distribuiti come premi di fedeltà, fortune cresciute per decreto. L’idraulico diventato miliardario racconta meglio di mille saggi il funzionamento di quel modello. Intanto i legami con Putin, la Cina e l’universo trumpiano completavano il quadro raccapricciante.

Ora il castello scricchiola e cade. Sedici anni di comando personale finiscono nelle urne e diventano una sconfitta politica limpida. In Europa si respira, si brinda perfino. Quasi tutti sorridono. Restano due musi lunghi, Meloni e Salvini, orfani di un punto di riferimento. Solidarietà sincera: dev’essere dura vedere crollare il proprio manuale di istruzioni.