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L'emergenza

Le ceneri di Moria

Foto:  Danilo Balducci/Sintesi
Claudia Gambarotta
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Nel campo profughi di Lesbo, in Grecia, l'incendio della scorsa settimana rappresenta il fallimento delle politiche migratorie e di asilo dell'Europa. Gli scampati ai roghi vagano da giorni in cerca di riparo e dei minimi beni di conforto

A Moria, dopo l’incendio, restano le ceneri fumanti delle politiche migratorie e di asilo dell’Europa. Vagano da giorni in cerca di riparo e dei minimi beni di conforto i richiedenti asilo sfuggiti per miracolo all’incendio che ha devastato, lo scorso martedì, il campo nell’isola greca di Lesbo, nell’Egeo settentrionale, e che è continuato con nuovi focolai nei giorni successivi.

Al levarsi all’orizzonte delle fiamme, gli attivisti delle organizzazioni non governative presenti sull’isola si sono precipitati per portare assistenza alle persone in fuga, soffocate dai fumi delle strutture in plastica, segnate da bruciature e traumatizzate dall’improvviso diffondersi del fuoco all’interno del campo.

La cordonatura predisposta dalle forze antisommossa ha però impedito ai richiedenti asilo di raggiungere le città vicine e solo le proteste degli operatori umanitari hanno permesso il trasferimento di alcuni in ospedale. Ai margini delle aree isolate gruppi di manifestanti contrari alla presenza dei profughi sull’isola, intenti a ostacolare tanto la loro fuga disperata verso il vicino capoluogo Mitilene e il suo porto, che l’accesso dei veicoli da lavoro inviati dal governo per tentare una ricostruzione del campo o l’allestimento di tende.

Non ci è stato possibile avvicinarci al campo e non sappiamo dove e in che condizioni si trovino le persone che si sono messe in salvo”, si rammarica Dafne Voulumni, l’albergatrice di Lesbo che nella sua struttura aveva ospitato, ai loro primi sbarchi, alcuni profughi e che il Giardino dei Giusti della Terra ha voluto poi onorare.

Il campo di Moria, allestito nel 2015 per ospitare circa 3.000 dei richiedenti asilo che affluivano da Afghanistan, Siria, Iraq e Pakistan (ma che ai primi di settembre ne conteneva ancora quasi 13.000) è interamente bruciato, come anche il Ric, il Centro di registrazione e identificazione dell’agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr). Bruciati anche i locali esterni al campo adibiti alla quarantena delle persone risultate positive al Covid 19.

Proprio le misure seguite al diffondersi dell’epidemia avrebbero generato tensione dentro e fuori i confini del campo, prima con le misure di lockdown, più prolungate e punitive per i richiedenti asilo di Lesbo e delle altre isole greche (40.000 in totale) che per la restante popolazione del Paese. A gettare ulteriore benzina sul fuoco, poi, la decisione, seguita all’identificazione dei primi casi di contagio, di chiudere i cancelli del campo da metà settembre, cosa che ha provocato le reazioni sdegnate dei confinati, suscitato timori ulteriori nella popolazione dell’isola, già provata, e aizzato le forze già ostili ai profughi.   

È ancora controverso se ad appiccare il fuoco in più punti siano stati gli stessi profughi in preda a rabbia e disperazione o gruppi xenofobi, desiderosi di liberare forzatamente l’isola dalla loro presenza. Di certo sono stati l’isolamento e l’abbandono dei richiedenti asilo, senza prospettive e in condizioni di estremo disagio denunciate da organizzazioni come Medici Senza Frontiere, a dare fuoco alle polveri.

Padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, ha dichiarato: “Da tempo i migranti e le organizzazioni umanitarie chiedono l’evacuazione del campo, denunciando il grave stato di degrado e abbandono”, e ha auspicato: “È il momento che l’Unione europea si mostri solidale: agisca per l’evacuazione immediata dei migranti da Lesbo, attraverso una redistribuzione negli Stati Membri controllata e in piccoli numeri”. Il Jsr Europe invita “i governi europei ad agire in solidarietà con i rifugiati e fra loro e a concordare un sistema di condivisione della responsabilità di protezione che prenda anche in considerazione i bisogni e le aspirazioni delle persone e il rispetto della loro intrinseca dignità”.

“La minaccia dell’epidemia da Covid 19 avrebbe potuto rappresentare infine l’opportunità di decongestionare il campo e trasferire le persone dalla Grecia altrove in Europa. Ma nonostante i numerosi appelli della società civile e singole persone in tutta Europa, la reazione di Grecia e Unione Europea è stata opposta”, lamenta la Ong greca Lesvos solidarity e aggiunge: “Odio, polarizzazione e violenza si stanno diffondendo in Europa proprio come un incendio. Non vogliamo più sentire espressioni di solidarietà da leader politici e Istituzioni Europee, dopo anni di vuote promesse. Devono agire per estinguere l’incendio e costruire qualche cosa di nuovo, trattando finalmente le persone in movimento di nuovo come persone, con dignità e rispetto per i loro diritti»”.

La commissaria agli Affari interni della Commissione europea, Ylva Johansson, ha preso l’impegno di presentare il 30 settembre la proposta per un Patto per l’immigrazione che affronti la riforma della Convenzione di Dublino e ponga un termine ai respingimenti alle frontiere e al carattere solo volontario della redistribuzione dei richiedenti asilo. C’è da augurarsi che ciò rappresenti davvero una svolta per una rinascita civile e solidale dalla ceneri di Moria.