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L'intervista

L'Italia riparte dal Mezzogiorno

Un piano Marshall per il Sud
Foto: Foto Gigi Romano/Sintesi
Roberta Lisi
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I fondi europei, quelli del Recovery e quelli strutturali devono essere l'occasione per ridurre i divari territoriali che nascono con l'unità di Italia e mai si sono ricomposti. Giuseppe Massafra illustra le proposte della Cgil

Secondo la Svimez il Covid ha solo approfondito la distanza antica tra Nord e Sud che già la crisi economica cominciata nel 2008 aveva accentuato. Giuseppe Massafra, segretario confederale della Cgil, cosa ne pensa?

È sotto gli occhi di tutti che le disuguaglianze economiche, sociali, di infrastrutturazione materiale e immateriale invece di diminuire sono aumentate nel tempo e ancora di più durante questa emergenza sanitaria. Basti considerare che in dieci anni - tra il 2008 e il 2018 – gli investimenti ordinari della pubblica amministrazione sono stati più che dimezzati al Sud, passando da 21 miliardi a 10,3 miliardi. Anche per questo nel 2017 con il decreto Mezzogiorno è stata introdotta la cosiddetta clausola del 34%, quella cioè che impone la quota di spesa ordinaria da destinare a questo territorio, con l’obiettivo dichiarato di perseguire principi per il riequilibrio territoriale. Non bisogna dimenticare che le infrastrutture del Nord sono state costruite con investimenti pubblici, ordinari e straordinari: così non è stato nell’altra metà del Paese.

Ma il divario dipende esclusivamente dalla quantità di risorse o è anche questione di qualità?

Non v’è dubbio che è esistito ed esiste un problema nella messa a terra, nella programmazione e nella realizzazione degli interventi. Una sorta di deblacle nell’amministrazione delle risorse pubbliche, da qualcuno definita una ‘fuga dalla responsabilità da parte delle istituzioni competenti nell’esercizio del proprio ruolo sul versante della programmazione, progettazione e realizzazione degli investimenti. C’è una responsabilità nelle scelte politiche di governo delle amministrazioni locali. Ma queste difficoltà importanti e inaccettabili, sono anche figlie di anni di disinvestimento nella pubblica amministrazione del Paese, specialmente al Sud; disinvestimento sul versante della riqualificazione e formazione dei lavoratori pubblici, del mancato ingresso delle nuove generazioni in questo ambito professionale, di una cultura che non valorizza adeguatamente la centralità del lavoro e delle professionalità del pubblico impiego.

Di soldi in arrivo, ora, ce ne sono davvero tanti. Come fare allora a spenderli e a spenderli bene?

Da tempo come organizzazioni sindacali in modo unitario rivendichiamo un maggiore livello di coinvolgimento nei processi decisionali. Vogliamo partecipare a quei processi che condurranno all’individuazione delle priorità politiche e dei progetti di investimento; coinvolgimento che non si può limitare a un ruolo di mera informazione o consultazione, ma deve essere esercitato con un mandato pieno in ogni fase, di programmazione, attuazione e monitoraggio. Per questo chiediamo un vero e proprio calendario strutturato di incontri con le parti sociali. Il confronto deve, a nostro avviso, riguardare le risorse del Pnrr ma anche quelle dei fondi strutturali e in generale la programmazione 2021-2027. Tutti progetti devono essere coerenti con il fine complessivo della riduzione dei divari e del rilancio del Sud e quindi del Paese, avendo come obiettivo non solo la rinascita economica ma anche la coesione sociale e la creazione di lavoro di qualità a cominciare da quello per donne e giovani. Ricordiamo che il tasso di occupazioni femminile e giovanile delle regionali meridionali è il più basso d’Europa.

Quali le priorità per la Cgil?

Innanzitutto le Zes, devono diventare uno degli strumenti con cui promuovere vere politiche di sviluppo al Sud, quindi andranno utilizzate in un approccio di sistema fortemente connesso alla valorizzazione, riqualificazione e rilancio delle filiere produttive territoriali. Se le decliniamo così, è ovvio che la loro riforma non si può ridurre alla sola nomina di commissari. Crediamo che uno dei motivi per cui le Zes fino a oggi non siano partite sia proprio dovuto al fatto che sono rimaste sganciate da una visione di insieme di crescita dei territori basata su adeguati investimenti economici. La nostra proposta, quindi, si basa sulla convinzione che per rilanciarle possa essere molto efficace metterle in sinergia con gli strumenti di programmazione europea, per la realizzazione degli investimenti per infrastrutture fisiche e digitali, per la formazione.

Il secondo filone di intervento deve essere quello della giusta transizione territoriale e occupazione. Dal nostro punto di vista è strategico il tema della messa a sistema delle politiche di settore in campo industriale e delle politiche territoriali, con un particolare riferimento a quelle di coesione sostenute dai Fondi strutturali e dai relativi cofinanziamenti (nazionali e regionali). Se ben programmate e adeguatamente gestite, le ingenti risorse che arriveranno nei prossimi dieci anni potrebbero avere un impatto notevole per la creazione di nuove filiere produttive o per processi di riconversione industriale e in generale per l’implementazione di un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità. Per questo chiediamo fin da subito di avviare un tavolo di confronto con le parti sociali sul futuro programma operativo nazionale finanziato con il fondo per la giusta transizione, con l’obiettivo di costruire insieme le priorità del programma, le sue modalità di intervento, i risultati che si pensa di conseguire per garantire processi di transizione sostenibili e che valorizzino e riqualifichino l’occupazione.

Il terzo aspetto riguarda l’integrazione delle politiche di coesione sostenute con i Fondi strutturali, nell’ampia strategia individuata dal Piano Sud. È stato lanciato a ridosso della crisi sanitaria; rappresenta un grande sforzo di programmazione e di messa a sistema degli interventi che possono rilanciare il Sud e l’intero Paese attraverso una sensibile riduzione dei divari territoriali, sforzo messo in campo anche con il coinvolgimento di tanti soggetti istituzionali e delle forze sociali. Questo patrimonio non va disperso, ma va valorizzato costruendo un percorso che ne garantisca l’implementazione, sia continuando a adottare un metodo cooperativo di attuazione rafforzata, sia garantendo l’utilizzo finalizzato del Fondo nazionale di sviluppo e voesione, in sinergia con quanto previsto dal Pnrr e dal nuovo ciclo programmatorio 2021-2027

In conclusione, Massafra, qual è la posta in gioco, la fine della questione meridionale o cos’altro?

Il futuro di tutto il nostro Paese è inevitabilmente condizionato da quanto riusciremo a assicurare sul versante della crescita ai territori del Sud. Soltanto con un approccio che punta a ridurre i divari territoriali ovunque, in tutti i Sud dell’Italia, dalle aree interne alle periferie metropolitane, dalle aree costiere alle zone con maggiori deprivazioni, e che quindi sappia concretamente realizzare una coesione sociale ed economica del Paese, attueremo un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità. E il futuro dell’intero Paese insieme a quello del Mezzogiorno potrà essere oggi. Questo è il senso complessivo dell’iniziativa di questa mattina e più in generale dell’azione su cui siamo tutti impegnati