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Pnrr

Innovazione, serve più Stato

Foto: John Barkiple (www.unsplash.com)
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Secondo la Cgil sarebbe utile riequilibrio tra pubblico e privato nel piano per connettere il Paese

La Missione 1 del Piano nazionale di ripresa e resilienza sottolinea e sostiene l’importanza di infrastrutturare digitalmente il Paese a partire dalla Pubblica amministrazione per la quale si prevede la creazione di un cloud spingendo le amministrazioni ad utilizzarlo. Scelta positiva, secondo la Cgil, che consentirà di abbattere i costi di gestione e di garantire maggiore sicurezza. Quel che invece manca è “il riferimento alla opportunità/necessità di allineare il processo di cloud storage con quanto sta avvenendo in Europa con il progetto Gaia X”.

In sostanza, secondo Corso d’Italia, “anche qui manca una politica europea anche dal punto di vista della tutela dei dati” così come non vi è “nessun accenno a tal proposito alla governance dei dati”. Una parte consistente di risorse della Missione 1 sono destinate all’innovazione del sistema giudiziario e ai servizi digitali per la cittadinanza: una buona scelta. Così come positivo è il risalto che viene indicato per lo sviluppo delle competenze digitali sia all’interno delle amministrazioni che da parte dell’utenza della Pa.

Dice la Cgil: “Scelta importantissima alla luce del fatto che in tema di competenze digitali l’Italia è fanalino di coda”. Mentre, la confederazione sindacale sottolinea la mancanza, nel Piano, di ogni riferimento al cashback ritenute un utile strumento alla lotta all’evasione fiscale.

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Positiva è la valutazione, da parte della Cgil, del fatto che la cifra indicata alla voce reti ultra veloci sia aumentata rispetto al precedente piano arrivando a 6,31 miliardi. Con queste risorse, tra l’altro, si dovrà portare la connettività a 1Gbps a circa 8,5 milioni di famiglie, si completerà il piano “Scuola connessa” e si assicura una adeguata connettività a 12.000 punti del Servizio sanitario nazionale. E poi verrà incentivata la diffusione del 5G nelle aree poco raggiunte dal 4G. Secondo la Cgil “sebbene dunque sia positiva l’idea di intervenire per accelerare sul processo di infrastrutturazione digitale, rimane il fatto che gli interventi immaginati non consentiranno di recuperare terreno nelle aree a fallimento di mercato, che registrano i grandi ritardi sopra menzionati, non giustificabili solo dagli impedimenti burocratici”.

In sostanza, quello alla connessione non può che essere considerato un diritto, tanto più se quello sarà l’unico modo per dialogare con la Pa. Ma il mercato, da solo, non è in grado di garantire quel diritto. La Cgil sostiene: “Preoccupa l’idea che in relazione al tema prevalga una visione che affidi esclusivamente al mercato lo sviluppo delle reti laddove il mercato ha dimostrato di non aver sempre colto gli obbiettivi prefissi".

"Per quanto riguarda l’impatto che questa impostazione potrà avere sul progetto rete unica, sebbene non ci sia una correlazione diretta, è probabile che l’impostazione generale porti a scelte che vanno in direzione opposta a quella che serve al Paese e che presuppone la presenza di una grande rete di telecomunicazioni che rappresenti la base del processo di digitalizzazione. Una rete che preveda la presenza di un “campione nazionale”, un soggetto forte con una partecipazione “pubblica” significativa che, in un contesto regolatorio che garantisca il libero mercato, sappia indirizzare le politiche nazionali in tema di digitalizzazione".