C’è un dato che, più di tutti, racconta il funzionamento reale del decreto flussi. Quello reso noto dalla campagna Ero straniero nel febbraio scorso: su 119.836 quote assegnate nel 2024, solo 24.858 persone sono arrivate a chiedere un permesso di soggiorno. Poco più del 20 per cento. Tutto il resto si perde lungo una filiera lunga, opaca e profondamente diseguale.

Ora Ero straniero rende nota l’analisi territoriale, basata su dati aggiornati a fine 2025 e ottenuti tramite accesso agli atti. Ed è una conferma di quello che da anni emerge a livello nazionale, ma che lo rende ancora più evidente: non esiste un unico “fallimento” del sistema, esistono tanti sistemi diversi, che funzionano – o non funzionano – secondo il territorio.

Fragilità strutturale

Il percorso è noto, ma i numeri ne mostrano la fragilità costitutiva. A fronte di oltre 720 mila domande presentate nel 2024 – circa sei per ogni quota disponibile – i nulla osta rilasciati sono stati 72.704. Già qui si registra una prima selezione drastica. Ma il vero crollo avviene nel passaggio successivo, quello meno visibile nel dibattito pubblico: i visti. Ne vengono rilasciati 34.997, meno della metà dei nulla osta. E alla fine, solo 24.858 lavoratori arrivano a formalizzare la richiesta del permesso di soggiorno.

Nel 2025, con procedure ancora in corso, il quadro non migliora: su 115.240 quote assegnate, le richieste di permesso si fermano a 14.349, appena il 12,4 per cento. Un segnale che conferma una tendenza strutturale, più che una difficoltà temporanea.

La frattura “locale”

È guardando alla geografia di questi numeri, però, che emerge la vera frattura. Il sistema non produce risultati omogenei: nel 2024 il 60 per cento dei permessi si concentra in sole 20 prefetture.

Alcuni territori riescono a portare a termine le procedure, altri restano intrappolati tra ritardi, pratiche accumulate, rinunce e archiviazioni.

Tre città, in particolare, raccontano meglio di qualsiasi media nazionale questo divario. A Milano, su 36.375 domande e 2.395 quote, i permessi richiesti sono 940: un tasso di efficacia vicino al 40 per cento.

A Napoli, a fronte di oltre 120 mila domande e 4.403 quote, i permessi sono 269: poco più del 6 per cento. A Roma, infine, su 33.294 domande e 6.814 quote, i permessi si fermano a 85: appena l’1,2 per cento.

Lotteria amministrativa

Stesse regole, stessa procedura, risultati imparagonabili. È quella che il report definisce una “lotteria amministrativa”, dove l’esito dipende più dall’ufficio che dalla norma.

Il confronto tra prefetture con carichi di lavoro simili rafforza questa lettura. Lecce, Milano, Brescia, Ragusa e Verona risultano tra gli uffici più efficienti, mentre Roma, Frosinone, Avellino e altre realtà del Centro-Sud restano stabilmente in fondo alla classifica. Non è quindi solo una questione di numero di pratiche: la disomogeneità amministrativa è consustanziale al sistema.

Il caso Lazio

Ancora più evidente è il caso del Lazio. Qui Roma concentra quasi la metà delle domande regionali, ma produce solo il 7 per cento dei permessi. Latina, invece, con una quota inferiore di domande, arriva a generare oltre il 70 per cento dei permessi di soggiorno.

Nel 2024 Latina registra un tasso di successo del 27 per cento, superiore alla media nazionale, trainato soprattutto dal lavoro stagionale, che rappresenta l’86 per cento dei casi. Anche nel 2025 il dato resta relativamente alto (24,4 per cento), ma non cambia la sostanza: anche nei territori più efficienti, solo circa tre lavoratori su dieci riescono a completare l’iter.

Il visto impossibile

Il problema, infatti, non è solo dove il sistema funziona meno, ma come funziona in generale. Il punto più critico resta il passaggio tra nulla osta e visto, dove si concentra la maggiore dispersione. È qui che la filiera s’interrompe prima ancora dell’ingresso in Italia, producendo un’area grigia di attese, rinunce e pratiche bloccate.

Le stime parlano di oltre 26 mila ingressi effettivi nel 2024 e di circa 1.800 persone potenzialmente a rischio d’irregolarità: non una conta precisa, ma un indicatore chiaro di un sistema che genera precarietà invece di governarla.

Tempi biblici

Alla base di tutto, secondo il report, ci sono problemi strutturali noti: carenza di personale nelle prefetture e nelle questure, tempi lunghissimi delle istruttorie, procedure complesse e poco digitalizzate. A questi si aggiungono criticità meno visibili ma altrettanto rilevanti, come il ricorso ad agenzie private per la gestione dei visti all’estero, che espone i lavoratori a intermediazioni opache, ricatti e possibili fenomeni corruttivi.

Il risultato è un sistema che non riesce a soddisfare il fabbisogno di lavoro delle imprese e, allo stesso tempo, produce disuguaglianze profonde tra territori e tra persone. A parità di regole, la possibilità di entrare regolarmente in Italia finisce per dipendere dalla prefettura di destinazione.

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Per la campagna Ero straniero, la conclusione è inevitabile: il decreto flussi, così com’è, non funziona. Non basta aumentare le quote o intervenire in modo parziale sugli organici. Serve una riforma complessiva della procedura, che punti su semplificazione, digitalizzazione – a partire dal rilascio dei visti – e rafforzamento strutturale degli uffici. Altrimenti, anche nei prossimi anni, la storia si ripeterà: migliaia di posti di lavoro previsti che si dissolvono lungo il percorso, intrappolati nelle maglie della burocrazia.

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