Alla fine Valditara ce l’ha fatta. Uno dei tasselli della sua controriforma scolastica è diventato legge: con 78 sì e 38 no dal Senato, è arrivato il via libera definitivo al ddl sul consenso informato che riguarda l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Che potrà essere avviata solo dopo, appunto, il consenso dei genitori e comunque mai nelle scuole dell’infanzia e primarie.

Il senso è molto chiaro: in una realtà in cui bullismo, violenza di genere, femminicidi e discriminazioni sono all’ordine del giorno, l’educazione sessuo-affettiva non è vista come un’opportunità ma, in fondo, come una minaccia, come uno strumento da cui bisogna difendersi. Un vero e proprio ribaltamento che mina alla base uno dei compiti fondamentali della scuola della Costituzione: non solo trasmettere saperi, ma formare cittadini e cittadine in grado di stare bene insieme. Non solo in classe, ma nella vita di tutti i giorni.

Sconsolato il commento della segretaria nazionale della Flc Cgil, Manuela Calza: “La regolamentazione restrittiva introdotta dal testo di legge è lo specchio di una visione reazionaria che conferma l’arretratezza della compagine di governo, rappresenta un'indebita ingerenza nell’autonomia scolastica e nella libertà di insegnamento, legittima una sorta di ‘pedagogia di Stato’ fatta di vincoli e censure all'interno del percorso educativo”.

Molto dura anche la presa di posizione della Rete degli studenti medi. Per la coordinatrice nazionale Angela Verdecchia “l’educazione sessuale e affettiva non può essere considerata un contenuto opzionale o subordinato a ostacoli burocratici che ne riducano la diffusione nelle scuole. Parliamo di strumenti essenziali per promuovere consapevolezza, rispetto reciproco, prevenzione delle discriminazioni e della violenza di genere, tutela della salute e benessere psicofisico degli studenti e delle studentesse”.

Un coro di no è arrivato anche dalla maggior parte delle associazioni che si occupano attivamente di questi temi: Differenza donna, Una nessuna centomila, Educare alla differenza e così via.

Di tutt’altro avviso, ovviamente il ministro, secondo il quale con questa legge “tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender e ridiamo voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli minorenni”.

Ma come dovranno procedere le scuole? Presumibilmente attraverso il registro elettronico, dovranno chiedere alle famiglie - o agli studenti, se maggiorenni - un’autorizzazione “informata, preventiva e scritta”. Per far questo dovranno poter visionare il “materiale didattico che si intende utilizzare”, conoscere “le finalità, gli obiettivi educativi e formativi, i contenuti, gli argomenti, i temi e le modalità di svolgimento” delle varie attività, e anche nomi e curriculum di “esperti esterni, rappresentanti di enti o di associazioni coinvolti”.

Materiali e informazioni che gli istituti avranno il dovere di mettere a disposizione un mese prima dell’inizio dei corsi. I diversi progetti dovranno in precedenza essere stati approvati da Collegio dei docenti e Consiglio d’istituto. Ai ragazzi e alle ragazze che non partecipano, la scuola - un po’ come avviene per l’ora di religione - dovrà offrire attività alternative. In fine, ma non sorprende: tutto dovrà essere fatto a costo zero, non è previsto alcun investimento aggiuntivo, e dunque con “le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente”.

Riprende Calza: “La norma indebolisce il ruolo della scuola come luogo di emancipazione e crescita collettiva e priva le giovani generazioni di strumenti fondamentali per comprendere e gestire i cambiamenti legati alla crescita, strettamente connessi alla costruzione dell’identità personale e sociale, alla promozione della salute, del benessere e di sani comportamenti relazionali”.

E nasconde, tra l’altro, un aspetto classista e discriminatorio perché, aggiunge la sindacalista, “voler limitare l'educazione sessuo-affettiva all'esclusivo ambito familiare significa penalizzare i ragazzi che provengono da contesti meno attrezzati”.

In questo modo, sottolinea la dirigente Flc, “si rischia di lasciare che la rete – o, peggio, il mercato della pornografia – diventi l'unico punto di riferimento per reperire informazioni, spesso distorte e prive di empatia e rispetto. Un simile approccio contrasta nettamente con la necessità di un'azione preventiva nei confronti di fenomeni come il bullismo, la violenza di genere e l'uso distorto dei social network e dei media digitali”.

Sul tema della necessità di una vera educazione sessuo-affettiva nelle scuole si battono da anni gli studenti. Ancora Verdecchia: “L’educazione sessuale e affettiva sia garantita a tutte e tutti, in ogni grado di istruzione, attraverso percorsi strutturati, continuativi e adeguati all’età degli studenti”, mentre, al contrario, “introdurre meccanismi che ne limitano l’accesso significa aumentare le disuguaglianze educative e privare molte ragazze e molti ragazzi di conoscenze indispensabili per vivere relazioni sane e consapevoli”.

“Invece di rafforzare questi percorsi e renderli accessibili a tutti, il governo sceglie una strada che rischia di indebolirli. Continueremo a mobilitarci affinché la scuola sia un luogo di emancipazione, conoscenza e libertà per tutte e tutti”, conclude la coordinatrice.