In evidenza:
Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

Videoscheda

Ius soli, istruzioni per l'uso

Carlo Ruggiero
  • a
  • a
  • a

Ogni anno in Italia nascono 60mila bambini da genitori stranieri. Per ottenere la cittadinanza dovranno affrontare un percorso lungo e accidentato. Quello italiano è tra i sistemi più restrittivi al mondo: un nodo che la politica non riesce o non vuole risolvere

Il tema della riforma della cittadinanza torna periodicamente al centro del dibattito politico, per poi ricadere sempre nell'oblio. Al momento, in Italia, vige lo ius sanguinis, dal latino “diritto di sangue”. Secondo la legge 91 del 1992, un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano.

Chi nasce nel nostro Paese da cittadini stranieri può chiedere la cittadinanza solo quando compie 18 anni, e se fino a quel momento ha risieduto in Italia "legalmente e ininterrottamente". Chi arriva qui da piccolo, invece, può fare richiesta dopo 10 anni di residenza legale. O per matrimonio con un cittadino italiano.

La questione riguarda centinaia di migliaia di bambini e ragazzi. Secondo l'Istat, i minori nati in Italia da genitori stranieri al 1° gennaio 2018 sono 777.940. In media, per ogni anno dell'ultimo decennio sono nati in Italia circa 60mila bambini stranieri. Nel 2019, 45.740 di loro hanno acquisito la cittadinanza.

Lo Ius sanguinis, insieme allo Ius soli (cittadinanza per chi nasce sul territorio dello Stato) e Ius culturae (a seguito di un percorso formativo) sono i tre principi lungo cui si muove in tutto il mondo l’attribuzione della cittadinanza. Tre modelli diversi, che in alcuni casi si intersecano in soluzioni intermedie. A conti fatti, però, le leggi in vigore in Italia sono tra le più restrittive.

A quasi trent'anni dalla promulgazione della legge 92, nulla è cambiato. L’ultimo tentativo di riforma risale al 2015, quando la Camera approvò una proposta che introduceva uno ius soli temperato dalla residenza dei genitori e uno ius culturae. Il Disegno di legge numero 2092, però, non venne mai votato dal Senato, restando lettera morta.

Eppure lo ius soli puro nel mondo è più impiegato di quanto non si dica. Uno studio pubblicato nel 2018 dal Global Citizenship Observatory ha dimostrato che è molto diffuso nel Nord, nel Sud e nel Centro America, dove viene utilizzato dall’83% dei paesi. Tra gli altri, Stati Uniti, Canada, Messico, Argentina e Brasile.

Molti Stati europei, invece, hanno uno ius soli temperato dalla residenza dei genitori, come Germania, Portogallo e Belgio. Mentre in altri, come Spagna, Francia e Olanda, utilizzano il cosiddetto doppio ius soli: si diventa cittadini anche se uno dei genitori è a sua volta nato nel paese di accoglienza.