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Migranti

Gioia Tauro, la rabbia dei braccianti

Carlo Ruggiero
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Dopo la morte di un lavoratore maliano travolto da un'auto, sciopero e manifestazione dei suoi compagni della Piana. Qualche momento di tensione, poi rientrato. Cgil: "L'incidente rende di nuovo evidenti le condizioni drammatiche in cui si lavora qui"

Il 18 dicembre sera, proprio nella Giornata mondiale del migrante, Gora Gassama, 34 anni maliano, è stato ucciso mentre tornava in bici dai campi in cui lavorava alla tendopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro. La macchina che lo ha travolto lungo via Pozzillo, quella che qui per tutti è ormai ‘la strada della morte’, non si è fermata. Gora invece è stato sbalzato a diversi metri dal punto dell’impatto. Per questo sono state arrestate le tre persone, italiane, a bordo di quell’auto. Chi guidava senza patente, per omicidio stradale. I due passeggeri, per omissione di soccorso.

Oggi (21 dicembre) però, a due giorni dalla tragedia, gli abitanti della tendopoli hanno messo in atto uno sciopero e una manifestazione. Hanno ripercorso a piedi quella strada in piena zona industriale di San Ferdinando, dalla tendopoli diretti al luogo dell’incidente. Ma il corteo ha cambiato direzione per poi dirigersi a Gioia Tauro. Agli abitanti della tendopoli si sono uniti anche braccianti di insediamenti e comuni vicini, esponendo cartelli bilingue, in inglese e italiano: "Il troppo è troppo, basta uccidere i neri". "Oggi nessuno va al lavoro - hanno spiegato gli organizzatori della manifestazione - perché un amico e fratello, dopo una vita di razzismo e sfruttamento, da quel razzismo è stato ucciso. La rabbia è troppa, non restare zitti, scendere in strada per ricordare Gora e lottare contro tutto questo è l'unica arma che ci resta". Non sono mancati momenti di tensione, poi rientrata, con le forze dell’ordine che hanno cercato di contenere la rabbia, e la Cgil locale impegnata nella mediazione. I braccianti si sono poi diretti verso il comune della cittadina, intenzionati a parlare con il sindaco. Il primo cittadino li ha ascoltati, e si è detto pronto a farsi portavoce delle loro richieste presso le autorità regionali.

"Un altro fratello ucciso, un'altra morte - è scritto in una lettera aperta dei migranti - che si poteva evitare. Per questo, per tutta la giornata di oggi noi lavoratori della terra saremo in sciopero. Non troverete nessuno di noi nei campi, nei magazzini e nelle serre. Siamo stanchi di essere sfruttati e ammazzati dagli stessi che di giorno ci obbligano a lavorare senza contratti né garanzie nei campi, a vivere come animali e la sera ci tirano giù come birilli, perché la vita di un africano non conta. Non siamo braccia, siamo uomini"."Da decenni ormai – si legge ancora della lettera - veniamo qui per lavorare e senza le nostre braccia non ci sarebbero frutta e verdura né sugli scaffali, né sulle tavole ma questo non importa. Nonostante le promesse che arrivano ad ogni stagione, per noi non ci sono mai stati e continuano a non esserci alloggi decenti, contratti regolari, certezza e celerità nel rinnovo dei documenti, con lungaggini che ci costringono a rimanere qui per mesi.”

 

L'incontro con il sindaco di Gioia Tauro

Sul posto c’era la segretaria della Camera del lavoro della Piana, Celeste Logiacco.“L’incidente rende ancora una volta evidente quanto le condizioni drammatiche e degradanti di lavoro, marginalità sociale, trasporto pubblico inesistente e mobilità dei lavoratori in mano ai caporali mettano quotidianamente a repentaglio la vita e la sicurezza dei lavoratori - dice -. Quella strada, alle spalle del porto e a pochi passi dalla Nuova tendopoli è vergognosamente buia, senza alcuna illuminazione e priva di servizi, ma vede tutti i giorni transitare lavoratori a bordo delle loro biciclette in condizioni di sicurezza certamente precarie”.

La tragedia dell’altra sera, in effetti, mette in luce la situazione drammatica in cui vivono e lavorano i braccianti della Piana. Ne è convinto anche il sindaco di San Ferdinando Andrea Tripodi, che da anni cerca una soluzione all’”emergenza istituzionalizzata” della tendopoli e degli altri insediamenti informali della zona. “Il degrado, l’incuria, la desolazione, il buio che avvolge il teatro di questa ennesima morte – dice – non è legato all’imponderabilità, ma all’indifferenza accidiosa e malandrina di chi ha consentito che fosse trasformata in pattumiera un’area destinata allo sviluppo e la fermento produttivo- Gora Gassama è morto come muoiono i cani, sul ciglio di una strada non illuminata, mentre il resto del mondo vive il rammarico del mancato cenone natalizio”.

“Quanto successo rappresenta tragicamente il dramma quotidiano che esiste da anni, che riguarda centinaia di uomini e donne che vivono in condizioni inumane non degne di un paese civile ed aggravate ancor di più adesso dalla pandemia – gli fa eco Logiacco -. È necessario un impegno corale e costante contro lo sfruttamento, il lavoro sottopagato, le condizioni di vita che umiliano e, spesso, uccidono come accade da anni. Da troppo tempo chiediamo azioni concrete sollecitando tutte le istituzioni ad assumersi la responsabilità di porre fine al degrado abitativo che caratterizza il territorio della Piana.

Amministrazione locale e sindacato, quindi, chiamano in causa la Regione. Il sindaco Tripodi mettendo a nudo “l’inadeguatezza culturale prima che politica” della classe dirigente locale, incapace di “affrontare un fenomeno epocale intriso di sofferenza e umiliazione”; Celeste Logiacco chiedendo concretamente che la Regione Calabria “e chi di competenza”, si attivino “per trovare definitivamente soluzioni immediate rispetto alla messa in sicurezza della strada e si dia seguito agli impegni presi ai tavoli istituzionali”, perché “ogni ulteriore ritardo potrebbe avere conseguenze fatali ed inaccettabili”.