In Nepal il crollo di un ghiacciaio in alta quota ha scatenato un’ondata di piena carica di sedimenti e detriti, che ha travolto e distrutto tutto quello che incontrava scendendo e provocato più di 1.200 morti e quasi 4.800 dispersi.

La combinazione di sismicità e ghiacciai instabili a causa dell’aumento delle temperature è un altamente a rischio che può degenerare in valanghe e piene improvvise. Se poi lungo i corsi d’acqua ci sono insediamenti e infrastrutture questo mix diventa letale.

Rischio future inondazioni

Il vicesegretario generale dell’Onu ha avvertito che la regione himalayana rischia seriamente di subire future inondazioni glaciali: le esondazioni dei laghi glaciali si verificano quando l'acqua di fusione dei ghiacciai si accumula dietro una barriera naturale, e la pressione esercitata provoca una rottura o uno straripamento che genera un'alluvione lampo a valle. Entrambe le minacce sono in aumento, affermano i funzionari delle Nazioni unite, poiché la crisi climatica accelera lo scioglimento dei ghiacciai nella regione, allentando le rocce e aumentando la pressione sulle barriere dei laghi glaciali.

Effetti del riscaldamento globale

Gli effetti del riscaldamento globale riguardano anche l’Europa e il nostro Paese. Secondo dati riportati dal Guardian, in Europa durante le prime quattro ondate di calore di questa estate, ci sono stati almeno 35 mila morti in più rispetto a quanto accade normalmente. In Germania, l’agenzia tedesca di sanità pubblica Rki ha stimato 15.800 morti legati al caldo estremo, di cui 9.600 nella sola settimana dal 22 al 28 giugno. L’istituto sanitario Carlos III ha monitorato 4.947 morti attribuibili al caldo in Spagna tra maggio e agosto.

Il negazionismo del governo

Il nostro ministero della Sanità dichiara invece che “a fronte di temperature elevate, l'impatto sanitario in Italia è stato contenuto”. Il negazionismo del governo non ha vergogna e non si ferma nemmeno per rispetto delle vittime di questa strage: lavoratori, anziani, persone fragili. Il rapporto di Greenpeace “Lavoratori a rischio per le ondate di calore” uscito a luglio con il contributo della Cgil, ha denunciato l’impatto delle ondate di calore sui lavoratori italiani.

Nel periodo 2021-2025 la frequenza delle giornate a rischio caldo elevato è aumentata del 60 per cento, arrivando al 38 per cento di tutte le giornate estive analizzate: una media di 670 mila lavoratori al giorno (con picchi di 1,5 milioni) si è trovata potenzialmente esposta a rischio caldo alto, il 9 per cento degli occupati. E questa estate le temperature sono state drammaticamente più alte.

L’impatto della siccità

Uno studio guidato dai ricercatori del Centro mediterraneo cambiamenti climatici e del politecnico di Milano uscito ad agosto quantifica l’impatto della siccità prolungata dovuta al caldo estremo sull’economia europea, analizza i costi economici dell’esposizione prolungata a periodi siccitosi, soprattutto nei settori dell’agricoltura, manifatturiero ed edilizia e ci avverte che in futuro le cose peggioreranno e i costi cresceranno rapidamente in un clima ancora più caldo.

Lo studio ci ricorda le stime ufficiali dei danni da eventi estremi: 738 miliardi di euro nel periodo 1980-2023 e 208 miliardi solo nel quadriennio 2021-2024. Per quanto riguarda l’Italia, l’evento siccitoso del 2015-2018 ha causato la perdita di 1,45 punti percentuali di crescita del Pil per abitante (circa 24,3 miliardi di euro) e di 330 mila posti di lavoro. In un mondo con 2°C di riscaldamento le perdite salirebbero a 3,99 punti percentuali (circa 74 miliardi di euro) e a circa 960mila posti di lavoro.

L’origine antropica

Questi effetti e molti altri che si potrebbero aggiungere sono di origine antropica. L’impatto dell’azione umana sulla natura è devastante e progressivo: incendi, inondazioni e siccità provocati dal riscaldamento globale, contaminazione dell’acqua e dell’aria, perdita di biodiversità e il rischio di una sesta estinzione di massa, da cui l’umanità non è immune, come dimostrano i dati di questa estate.

Dovremmo fermarci

Dovremmo fermarci. Invece le emissioni, la devastazione e la distruzione della natura avanzano, spinte da un ciclo di produzione e consumo che ignora i limiti del Pianeta e alimenta i divari e le disuguaglianze tra il Nord e il Sud globale. Stiamo portando avanti un sovrasfruttamento ecologico con un consumo di risorse naturali che supera la capacità della Terra di rigenerarle e di assorbire i rifiuti prodotti in un anno.

Quello che è successo questa estate non è un’eccezione, è solo un passaggio del procedere progressivo e inesorabile che ci aspetta nei prossimi anni. È proprio di questi giorni l’allarme del nuovo rapporto Unep che certifica lo sforamento del limite di 1.5°C stabilito con l’Accordo di Parigi.

Sfruttamento iniquo

L'overshoot day 2026 (giorno del sovrasfruttamento della Terra) è stato il 30 luglio, come media globale, ma in ciascun Paese si è consumato in modo molto diverso: l’8 marzo è scattato per Canada e Emirati Arabi Uniti, il 14 marzo per gli Stati Uniti, il 3 maggio per l’Italia, mentre per alcuni Paesi del Sud del mondo non viene addirittura conteggiato perché il consumo medio per persona è ininfluente.

Questo ci segnala che abbiamo superato i limiti del Pianeta e che lo stiamo facendo in modo estremamente iniquo, aumentando disuguaglianze e divari. Stesso ragionamento riguarda le emissioni di CO2, che evidenziano differenze enormi sia a livello di responsabilità storiche che pro-capite fra Paesi del Nord e del Sud globale, con questi ultimi che non hanno responsabilità significative ma sono i più esposti agli effetti devastanti dell’aumento delle temperature.

Le azioni necessarie

Tutto questo devi farci riflettere e agire di conseguenza. Per garantire giustizia ambientale e sociale dobbiamo immaginare un radicale cambio di sistema, ridurre i consumi dei Paesi occidentali e delle élite per distribuire equamente le risorse e la ricchezza a livello mondiale, uscire dal consumo di fonti fossili che determina l’innalzamento delle temperature ma anche guerre, aumento della dipendenza e dei costi energetici.

Dobbiamo pianificare un sistema economico e produttivo che guardi alla piena occupazione di qualità, alla pace, al disarmo, al benessere universale e inclusivo, alla tutela dei beni comuni e al benessere degli esseri viventi e del pianeta.

Dobbiamo lottare contro questo sistema (neoliberista, capitalista, estrattivista, colonialista, suprematista, ecc.) che mira solo ad aumentare i profitti e il potere di pochi, è una questione di sopravvivenza. Dobbiamo farlo rivendicando una giusta transizione, con l’intersezione delle lotte perché tutte le forme di oppressione e sfruttamento sono frutto dello stesso sistema.

Le responsabilità del sindacato

Il sindacato ha una forte responsabilità in questo contesto. Il sistema si difende attraverso il negazionismo becero delle destre globali ma anche con la timidezza dei partiti progressisti, alimenta le paure dei lavoratori e delle fasce più povere che non vedono alternative economiche e occupazionali concrete. Proprio per questo la Cgil porta avanti da anni il suo impegno per una giusta transizione che unisca giustizia sociale e ambientale, pace, disarmo, diritti e lavoro, e continua a tessere alleanze, strategie e piattaforme per conquistarla.