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Una lavagna in scena, una sedia di scuola, una donna vestita anni Cinquanta. Protagonista è una ragazza giovane e piena di sogni in un mondo vecchio, che diventa la docente di un singolare corso di comportamento e buone maniere: il suo è un seminario solo per donne di preparazione al matrimonio, in cui vengono comunicate le dieci regole da seguire per potersi trasformare nella sposa esemplare. Prosegue la tournée di La moglie perfetta, di e con Giulia Trippetta. Dopo lo Spazio Diamante a Roma, lo spettacolo arriverà al Teatro CorTe di Coriano (Rimini), per poi proseguire il viaggio in giro per l’Italia.
Giulia Trippetta, cosa le ha dato l’abbrivio per costruire la drammaturgia?
Sono partita da un episodio accidentale. Stavo studiando per un altro spettacolo e mi sono imbattuta in un vecchio decalogo che veniva fornito in Spagna alle donne in età da matrimonio, dal 1937 al 1977. Un opuscolo con dieci regole per essere la sposa che ogni uomo desidera, con tanto di vignette. Leggendolo mi veniva da ridere, finché non ho realizzato che in realtà molte di quelle regole le abbiamo di fatto introiettate: dobbiamo essere belle, saperci comportare.
Come ha lavorato per scrivere un copione che parlasse di ieri e, al contempo, di oggi?
Ho intervistato sia ragazze della mia età, tra i 30 e i 35 anni, sia donne che negli anni Cinquanta e Sessanta erano adolescenti. Lo scopo era mettere a confronto le loro risposte alle stesse domande, per capire quanto sia effettivamente cambiato. Molte cose sì, ma tante altre no. Io credo che, purtroppo, servirà ancora tempo per raggiungere la parità. Sono partita in particolare da una delle interviste e ho cominciato a delineare il personaggio di questa docente di buone maniere. Una ragazza piena di sogni, che gradualmente si trasforma in colei che insegna le regole del decalogo. Si tratta di una lezione-spettacolo, in cui interagisco molto con il pubblico.
Qualcuna delle regole più curiose del decalogo?
“Prepara la cena”; “Sii bella, dolce e interessante. La sua noiosa giornata di lavoro deve migliorare. Tu devi fare tutto il possibile poiché accada. Uno dei tuoi doveri è distrarlo”; “Prepara i bambini. Pettinagli i capelli, lavagli le mani e cambia i loro vestiti se è necessario. Sono i suoi piccoli tesori e vorrà vederli splendenti”.
Perché oggi siamo ancora a questo punto?
Siamo in una fase di passaggio, forse i nostri figli e i nostri nipoti vedranno il cambiamento autentico che noi avremo solo assaporato. Noi alcuni stereotipi li percepiamo tuttora sulla nostra pelle, io per prima mi rendo conto che, nonostante il grande lavoro su me stessa, per certi versi ne sono ancora schiava. Se avrò dei figli sarò molto sensibile a questo tema, ma penso anche che poi si debbano fare i conti con la società in cui si vive.
La sua protagonista vive una parabola che la porta alla consapevolezza? Possiamo considerarla lo specchio di un’agnizione collettiva su quanto alcune conquiste siano ancora oggi incompiute?
Nello spettacolo c’è il disvelamento di un sistema al collasso, che non può più essere considerato concepibile. Tuttavia, nonostante il suo essere fallimentare, questo sistema persiste, ci restiamo ancorati. Ecco perché penso che ci sia ancora bisogno di tempo.
Da donna e da artista, qual è la cosa che le manca di più?
Sentirmi totalmente libera di scegliere. Questa reale libertà di scelta è ancora ostacolata da una struttura socio-economica che non supporta chi sceglie sia il lavoro sia la famiglia. A meno che non si goda di aiuti familiari, possibilità economiche e altro. Allora la domanda che oggi mi faccio è: possiamo avere tutto? La risposta la sto ancora cercando.

























